Scesero alcuni gradini spuntati improvvisamente dalle sterpaglie, e con grande stupore videro l’ingresso di un tempio diroccato lasciato da chissà quanti secoli; vi erano tre uomini, armati di pugnale ed arco: uno dormiva, gli altri due erano seduti, uno per parte di quell’unica cosa che sembrava avere sfidato indenne il tempo: la porta di ferro del tempio.
Si avvicinarono guardinghi.
Sagitta avrebbe voluto essere un’amazzone fiera e capace come Acer e forte e combattiva come Jarsali, ma non poteva usare la trasformazione qui, non poteva o non voleva.
Luce e calore, oro fuso cominciò ad irradiare dalla fronte di Sagitta.
Il drago era neutrale, non parteggiava per alcuno, era fondamentale destarlo e farsi dare il seme della conoscenza perduta.
Il re guerriero impugnò la sua grande lancia, colpì il soldato dormiente spezzandolo in due; gli altri due uomini si alzarono in piedi di scatto ed armarono gli archi con frecce velenose; egli sfoderò la sua lama e con questa fendendo l’aria riusciva a difendere se stesso e Sagitta dagli strali ferali.
Gocce di sudore imperlavano la fronte dell’eroe, come la corona persa da inimmaginabili tempi, il volto era guardingo, ogni suo muscolo era teso, pronto alla lotta, pronto ad affondare la propria lama nella carne nemica.
Tutto terminò rapidamente, la grande porta si aprì alla morte del terzo guerriero.
Ombra e tenebra li accolsero all’interno del tempio, un lungo corridoio polveroso cosparso di teschi e scheletri si apriva davanti a loro.
Sagitta rabbrividì e si spostò dietro di lui in attesa di un segnale che non sarebbe sicuramente giunto.
Odore di morte e polvere; il re guerriero camminava con incedere felpato ma sicuro e con fare guardingo... nessuno sarebbe morto oggi, lo sentiva dentro di sé.
Apparve nel centro del corridoio una pergamena con parole d’oro scritta nella lingua antica, che nessuno ad Arcano conosceva più, ma non lui e Sagitta, loro sapevano che attraversando quel tratto di corridoio per leggere la pergamena sarebbero stati decapitati.
Afferrò Sagitta alla vita e la fece inginocchiare e a sua volta s’inginocchiò, poi proseguirono in quella posizione per raggiungere la fine del corridoio ove brillava una luce blu, brillante ed inquietante.
La luce irraggiava verso tre stanze lasciando nel buio più totale una stanza: quale direzione prendere, se non quella buia, dalla luce della conoscenza all’oscurità dell’ignoranza.
Egli era astuto come volpe, forte come leone.
Sagitta era orgogliosa.
Avanzarono, tenendosi per mano, gli occhi disperati nella ricerca di un punto d’arrivo.
Improvvisamente furono risucchiati da un vortice nel pavimento.
L'ultima prova: il coraggio.
Un grande mostro si stagliò davanti a loro avventandosi urlando, ma il guerriero era pronto.
Inarcando le poderose reni corse incontro all’orrore divenuto realtà con la sua grande spada sguainata e potentemente l’affondò nel ventre dell’essere che cadde senza emettere gemito.
Il tempio cominciò a tremare e si aprì come frutto maturo si apre nella stagione giusta, mostrando a loro la stanza del dragone dormiente.