Capitolo I


Quella sera faceva caldo nel bar tra la quarta e la ventiduesima strada, io sorseggiavo lentamente il mio whisky guardando la specchiera in fondo al locale, sul lato sinistro della quale era appeso un poster ritraente una bellissima playmate.

Cercavo di distrarmi dagli sguardi del barista che mi teneva costantemente sotto controllo, vista la vicinanza del Bronx.

Non riuscivo a togliermi dalla testa la missione che doveva cominciare il giorno dopo, la navetta spaziale aveva finalmente superato tutti i controlli e io avrei potuto cominciare immediatamente la serie di visite mediche necessarie per ottenere il permesso di decollo da Port Kennedy.

I miei futuri compagni di viaggio dovevano trovarsi con le loro famiglie, io fortunatamente non avevo problemi di questo genere dal momento che ero un grande amante della solitudine e non mi sarei mai sognato di prendere moglie per poi ridurmi a fare dei figli e tutte quelle altre cazzate che fa un bravo marito.

Non mi piaceva molto l'idea di dover andare su un altro pianeta ma, dopo tutto,ero nato nell'East Side, ed ero vissuto li per ventiquattro anni, riuscendo a sopravvivere agli attacchi notturni dei Selvaggi, quindi potevo ritenermi fortunato.

Faceva maledettamente caldo nel bar e forse questo era in parte dovuto al fatto che avevo bevuto qualche bicchiere di whisky di troppo.

Non sarebbe guastato un bell'acquazzone dopo tanto tempo di siccità. Non pioveva da quasi tre mesi ed era questo il motivo che mi aveva costretto a rimandare la mia missione: la scarsità di acqua potabile.

Le strade sembravano cimiteri, la maggior parte dei barboni che affollavano i marciapiedi fino a poco tempo fa, stava morendo a poco a poco di sete. L'acqua ormai era diventata un privilegio dei pochi che avevano amicizie altolocate oppure parenti ricchi con una piscina attrezzata da cisterna.

Fortunatamente la mia nave era riuscita ad ottenere un permesso speciale di approvvigionamento idrico presso il ministero degli interni, così sarebbe stata finalmente in grado di decollare.

La mia missione avrebbe dovuto essere una missione esplorativa nel quadrante di Mirror IV da dove, improvvisamente, si erano interrotte le trasmissioni subspaziali dei dati di Opus XII, il potente sistema che controllava la totalità del traffico spaziale della Ia Zona ma finì per diventare qualcosa che non avrei mai immaginato.

La cosa che mi incuriosiva di più e che destava più perplessità tra gli studiosi, restava comunque il fatto che, non solo si erano interrotte le trasmissioni di Opus XII, ma, sembrava fosse scomparso nel nulla l'intero settore Delta, nel quale era compreso anche Mirror IV.

Non avevo idea di cosa fosse successo laggiù, ne conoscevo il motivo per cui avessero scelto proprio me, per andare là. Non era certo il primo viaggio spaziale che facevo, ma non capivo perché non avessero scelto qualcuno più esperto di un ex teppista dell'East Side.

Quando mi avevano svegliato telefonandomi, una mattina di circa un mese fa, dalla sede del pentagono, a Washington, non ero sicuro di essere sveglio; pensai che non fosse possibile che il governo potesse affidare una missione ad un ex teppista, ex carcerato.

Erano trascorsi circa sei anni dalla mia scarcerazione.

Ero stato ingiustamente condannato quindici anni prima perché avevo cercato di riportare New York in uno stato decente. In quasi due mesi ero riuscito ad accoppare più di duecentocinquanta tra froci, drogati, accattoni, ladri e zingari.

Non c' era motivo per cui avrebbero dovuto condannarmi a quindici anni! Io ero molto più efficiente di qualsiasi squadra speciale di pidocchiosi piedipiatti, ed ero riuscito a fare ciò che a nessuno oltre a me era riuscito a fare: sopravvivere ai Selvaggi.

A New York, i Selvaggi sono così affamati che riuscirebbero a masticare una qualsiasi persona in pochi minuti. Escono dalle fogne durante la notte e, quando meno te lo aspetti, ti saltano addosso e ti sbranano vivo.

Anche con me ci avevano provato, ma ero riuscito a metterli in fuga, semplicemente tagliando, col mio machete (un regalo di mio padre), gli arti,a tutti quelli che provavano ad avvicinarmi.

Comunque non si fecero più vivi, e, da quando ho fatto saltare in aria alcuni dei loro nascondigli preferiti, non ne ho sentito più neppure la presenza.

Quando le forze dell'ordine tentarono di prendermi, non feci resistenza, perché ero convinto che avrebbero capito che tutto quello che avevo fatto avrebbe solo giovato al loro lavoro.

In effetti, loro mi capirono. Fu qualcun altro a non farlo.

Il giudice. O per meglio dire quella persona vestita di nero che domina dall'alto del suo banco l'aula del tribunale.

Era una donna! Non pensavo che esistessero giudici donne.

Durante il processo continuò a guardarmi con un' aria di presa in giro, e, quando venne il momento del verdetto, cominciò a sparare stronzate sull'uguaglianza, la non violenza, la libertà di scegliere con chi andare a letto.

Non avevo mai sentito in vita mia tante cazzate tutte insieme.

Venni condannato a quindici anni, ma ne scontai solo cinque. In carcere, infatti, il mio ruolo non era di detenuto, ma di guardia.

I secondini, infatti, avevano più paura di me che non di tutto quel branco di sporchi figli di puttana chiusi in gabbia, e pensarono bene di affidarmi in custodia l'ala H, in cui ero stato detenuto per pochi giorni. In quest' ala c'erano i condannati che avevano commessi stragi od omicidi plurimi intenzionalmente. A parte alcuni, scoprii ben presto che la maggior parte di loro era pazza. I rimanenti, in tutto quattro o cinque, erano finiti li per i miei stessi motivi. Diventammo ben presto amici e proprio tre di loro mi avrebbero accompagnato presto nel settore Delta, dove ci stava aspettando la nostra missione.