«Ne era davvero valsa la pena», pensava Olimpia, stiracchiandosi pigramente, mentre si godeva il silenzio e la piacevole brezza di quelle prime ore del mattino che la appagavano.

Distesa su una sedia sdraio, i sensi accarezzati da un alito dolce, profumato di mare e forti essenze mediterranee, ripensava al viaggio di pochi giorni prima, che l’aveva portata, insieme a Laura e Patrizia, in quella specie di paradiso.

Era stata una quasi avventura arrivarci, perché avevano dovuto servirsi di tutti i mezzi possibili: aereo, aliscafo e una barchetta, vecchia forse quanto Ulisse. Per fortuna, Kosta aveva fornito loro indicazioni precise e circostanziate e il suo nome era, su quell’isola, una specie di passepartout.

La casa si era presentata come uno di quei gioielli da isole felici, che provocano l’invidia dei comuni mortali, lettori di riviste di viaggio. Affacciata su una piccolissima insenatura, squillava dei suoi bianchi e azzurri ancora nuovi e si compiaceva delle ombre di alcune piante che, come strumenti musicali, il vento faceva vibrare e sussurrare. Intorno, praticamente niente altro e in distanza, invece, la presenza umana era rappresentata da una zona, alle prime pendici di un leggerissimo declivio, in cui lavorava un gruppo di quelli che a lei erano parsi operai. Chissà che non stessero iniziando lavori per la creazione di qualche nuovo villaggio turistico, aveva pensato con un po’ di malinconia, paventando lo stravolgimento naturalistico e culturale che la cosa avrebbe sicuramente prodotto.

Una stretta stradina sterrata separava la zona litoranea da quella degli scavi e lei non aveva mai sentito la curiosità di andare a indagare.

L’interno della casa era un fresco riparo dalla canicola del giorno. Le pareti imbiancate di calce facevano da sfondo perfetto ai pochi mobili, scuri, di artigianato popolare ma sobrio. Che non fosse un edificio destinato ad essere affittato, era dimostrato dalla presenza delle foto alle pareti e dei soprammobili: tutti oggetti estremamente personali, da rispettare in virtù della storia che li accompagnava sicuramente.

Per non disturbarsi a vicenda, visto che il posto c’era, le amiche si erano scelte una camera ciascuna, locali che si trovavano al piano superiore.

Olimpia ci si era subito sentita a suo agio e le piaceva un sacco, appena sveglia, scendere a ricevere le immagini e i profumi di quella natura che pareva quasi incontaminata. Le amiche preferivano dormire a lungo e, così, per lei, quelle ore erano diventate una piacevole abitudine privata. Leggeva, pensava, ascoltava le musiche preferite e incamerava il panorama per poterlo poi riassaporare nei lunghi mesi di lavoro e di inverno. L’unica cosa di cui sentiva la mancanza era l’antenna parabolica per vedere la TV italiana. Non che la seguisse sempre, ma, quando la domenica del gran premio di Magny Cours e di Silverstone, si era dovuta accontentare della telecronaca in greco, si era sentita privata di una parte importante della esaltazione per le vittorie di Schumacher, di cui ormai era diventata una sfegatata tifosa.

Da un paio di giorni aveva preso a girellare attorno alla casa un piccolo gattino tigrato, sbarcato chissà da dove, abbandonato chissà da chi, e lei, che aveva sempre avuto un debole per i felini, ma che non aveva mai prima voluto o potuto farsi schiavizzare da un animaletto miagolante, si era subito sentita attratta da lui, tanto da cominciare a sfamarlo e coccolarlo. La “cosina viva”, come era stato immediatamente soprannominato, sembrava fatto apposta per farsi stropicciare: non appena Olimpia se lo prendeva tra le braccia o se lo accoccolava sulle ginocchia, quello iniziava a ronfare in stereofonia. Bello, nella sua felinità, aveva da se stesso evocato il nome più adatto: Kalos, una delle poche parole di greco che il suo esiguo vocabolario le consentiva

Quando, quella mattina, si era persa nelle sue fantasticherie, quasi addormentandosi con il micio in braccio, quello, ad un certo punto, aveva deciso di partire in esplorazione e se ne era sceso, dirigendosi verso una macchia di cespugli che cresceva un po’ polverosamente al di là della strada.

Quando Olimpia si riebbe dal suo quasi sogno, non trovandolo più, si guardò intorno e, non vedendolo da nessuna parte, si alzò e si avviò verso l’unico luogo in cui poteva nascondersi il briccone.

«Kalos! Kalos!» cominciò a chiamare, con voce sempre più ad alto volume.

Come in risposta ai suoi ripetuti richiami, ad un tratto, dai cespugli si materializzò un ragazzino, questo le parve data la statura, che teneva maldestramente tra le mani il gattino. Quando le fu più vicino, Olimpia si accorse che non era proprio un ragazzino. Anche se giovane, era pur sempre un ragazzo e solo la mancanza di qualche centimetro in verticale l’aveva ingannata.

«Is this you are looking for?» le chiese, mostrandole la bestiola che si stava acciambellando tra le sue mani per sistemarsi meglio.

Il sollievo di Olimpia fu tale da farle dimenticare anche le poche, semplici parole inglesi di una risposta affermativa e, istintivamente, lo ricompensò con un: «Sì, certo. Grazie.»

«Ah! Ma sei italiana anche tu?!» fu la risposta dal tono interrogativo del giovane, che, senza attendere altro, si presentò: «Ciao. Io sono Jacopo Antinori.»

«Di Firenze, vero?» le venne spontaneo, pronunciando la città con la e più aperta che poté.

«Naturalmente. E tu, di dove sei?»

«Olimpia Alessandri, di Ferrara.» Fu la sua sintetica autopresentazione.

«Bella città! Complimenti!» commentò con convinzione Jacopo.

«Grazie, detto da un fiorentino è una opinione di un certo peso. Cosa fai in questo angolo dimenticato della Grecia?» gli chiese incuriosita.

«Sono uno degli archeologi che lavorano agli scavi laggiù.» Le rispose, indicando la zona dei lavori.

«Scavi? Archeologo? Meno male, temevo stessero lavorando ad un albergo o a roba simile!»

«No, no, non temere. Stiamo riscoprendo il passato, non deturpando il presente!» le fece eco lui. «E tu, sei in vacanza?»

«Sì, sono con due amiche e abitiamo nell’unica casa che puoi vedere qua attorno».

«Unica anche quanto a bellezza. Non sai quanto abbiamo cercato di sapere chi è il proprietario, per averla in affitto, ma tutti ci hanno detto che non era possibile. Allora come avete fatto ad arrivarci voi?» le chiese con molta serietà.

Olimpia sorrise e poi gli raccontò il perché e il percome di quella vacanza, pur senza svelare il nome del fortunato proprietario della loro residenza.

«Fortunatamente, l’isola si percorre anche a piedi, per cui anche l’unico albergo che esiste in paese ci permette di arrivare al lavoro in pochi minuti. E quando non sei in vacanza, cosa fai?» si informò.

«Insegno lettere alle medie. Per questo, forse, la tua attività mi entusiasma tanto. Deformazione professionale!»

Mentre parlavano, Jacopo le aveva passato Kalos, che si era messo beatamente a dormire coccolato dalle sue carezze.

«Beh! Credo che sia ora di dare inizio ai lavori anche per oggi» decise e: «Ciao, allora, credo che ci rivedremo, no? In fondo siamo vicini di…casa!» concluse.

Intanto anche Laura e Patrizia li avevano raggiunti e così si conobbero tutti, augurandosi di ritrovarsi presto.

E presto si rividero, davvero, perché la sera dopo Jacopo venne a chiamarle, direttamente a casa, per invitarle a una grigliata, per festeggiare un compleanno.

Le tre ragazze ebbero così modo di incontrare anche i giovani greci e familiarizzare con tutto il gruppo. Olimpia era felice, anche perché questo le permetteva di osservare da vicino gli oggetti, vecchi di più di due millenni, che erano stati recuperati in quei giorni. L’emozionava sempre pensare alla storia delle cose del passato, immaginare le persone e gli avvenimenti di cui erano state protagoniste. Forse questa grande passione per l’antichità era riuscita anche a trasmetterla ai suoi alunni, perché le ore di Storia erano vissute da quasi tutta la classe con emozionanti aspettative.

Quella serata era stata una piacevolissima esperienza: i canti popolari che i ragazzi greci avevano intonato e di cui lei non capiva le parole, le richiamavano alla mente antiche storie, miti e leggende che quel popolo aveva saputo creare, anche grazie ai suoi cantori. L’ouzo scorreva fresco e profumato dalle bottiglie nei bicchieri e inebriava, anche perché accompagnato dalla coperta del cielo che incastonava la luce ammiccante delle stelle.

Laura e Patrizia si facevano pazze risate con Demetrios e Georgios, che, saputo della laurea in giapponese, non smetteva di chiedere a Laura come si dicevano le cose più sconce nella lingua dei samurai.

Pochi giorni dopo, una mattina, Jacopo chiamò Olimpia dalla porta di casa.

«Ciao, Jacopo. Tutto bene?» lo salutò un po’ sorpresa per l’ora inadatta ad una visita.

«Sì, grazie. Volevamo chiedervi un favore.» Iniziò, mentre posava a terra una sporta piena di bottiglie. «Stasera torna il nostro capo e vorremmo salutarlo e dargli il bentornato, ma il frigo che abbiamo è strapieno e queste non ci stanno.» le disse alzando con qualche difficoltà la borsa. «Non è che potreste ospitarle nel vostro frigo?»

«Ma certo, non c’è problema. Vieni dentro!» lo invitò. «Allora, un’altra festa?» gli chiese con un sorriso mentre lo precedeva in cucina.

«No, non proprio una festa, visto che è reduce dal funerale di un amico. Non credo sarà dell’umore giusto per folleggiare, ma vorremmo fargli sentire, comunque, che siamo felici che sia tornato.» Raccontò, cominciando ad armeggiare con le bottiglie per farle entrare tutte nello spazio un po’ ristretto del frigo.

«Mi dispiace.» Si rammaricò Olimpia. «Perdere qualcuno ti lascia sempre stranito, ti senti..» non finì la frase perché Patrizia irruppe come una meteora in cucina e volle sapere: «Ti senti come?»

«Niente, stavamo commentando un fatto. Jacopo ci lascia in fresco queste bottiglie per stasera, visto che brinderanno al ritorno del loro capo. Piuttosto, per che ora vi servono?»

«Direi verso le 8! C’è qualche problema?» chiese Jacopo guardando entrambe.

«No, no. Per quell’ora saremo certamente a casa. Ci facciamo il giro dell’isola in barca» lo informò Patrizia, pregustando la felicità di lunghi bagni e spiagge libere.

La giornata fu, ovviamente, piena, satura di sole, di mare, di salsedine sulla pelle. Quando tornarono, nel tardo pomeriggio, erano ubriache per il calore immagazzinato. Avevano appena finito di rinfrescarsi sotto il getto di una doccia, che avrebbero voluto infinita, quando Olimpia si sentì chiamare da Jacopo. Senza uscire, dalla finestra della cucina, lo saluto distrattamente, mentre lo invitava ad entrare.

«Ciao. Vi siete divertite?» chiese lui allegramente.

«Abbiamo fatto di tutto: tuffi, nuotate e corse sulla spiaggia.» Lo informò.

«Direi che vi siete abbrustolite per bene!» notò, osservando l’abbronzatura accesa delle ragazze.

Olimpia, intanto, aveva recuperato le bottiglie e gliele stava consegnando.

«Grazie. Siete pronte?» chiese Jacopo.

«Per cosa, scusa?» si stupì Olimpia.

«Per venire con noi a bere queste! Il nostro capo vuole ringraziarvi di persona e farebbe piacere a tutti stare un po’ insieme!»

«Ti ringrazio, ma non so se è il caso…» rispose un po’ titubante, mentre lo accompagnava verso la porta.

«Dai, non fatevi pregare!» le sgridò bonariamente, mentre Olimpia lo precedeva fuori. Alzando lo sguardo verso gli scavi, credette di avere una visione.

«È quello il vostro capo?» gli chiese, indicando una figura che risaltava per il candore immacolato dei capelli.

«Sì, è…» stava per rispondere Jacopo, ma Olimpia lo precedette: «Ma è Giulio Claudio Erneti!» disse quasi urlando.

«Sì. Lo conosci?»

«Ma naturalmente! È un mito quell’uomo per me! Adoro i suoi libri e seguo tutte le sue trasmissioni in TV. Mio dio, non posso crederci!» si esaltò, correndo in casa e tornando con un libro che mostrò a Jacopo.

«Guarda! Sto rileggendo questo proprio adesso!» gli confidò, tendendogli la sua copia di “Nella terra degli Dei”.

«Dai! Ne sarà felicissimo! Allora, venite?» le sollecitò.

«Puoi giurarci!» accettò Olimpia con un entusiasmo che non riusciva più a contenere e mentre le amiche raccoglievano le loro borse.