Quando nell’agosto del mitico 1968, proprio durante la cerimonia di apertura dei giochi olimpici del Messico, Caterina avvertì le prime doglie, Daniel, che stava seguendo lo spettacolo in TV, si precipitò al telefono e avvisò tutti.

Il parto andò a meraviglia e si svolse in velocità. Quando Caterina rientrò in camera con un piccolo fagotto tra le braccia, si trovò di fronte i quattro neo nonni festanti.

«E come si chiamerà questa meraviglia?» chiesero litigandosi la neonata.

A dire il vero, chissà perché, i genitori non avevano pensato all’eventualità che fosse femmina, ma si erano sempre detti sicuri che sarebbe stato un bel, robusto maschietto. Così ora dovevano archiviare i vari Ariel, Emanuele e Davide per cercare qualcosa di femminile.

Ne discussero in privato, provando e riprovando vari abbinamenti con il cognome, finché Daniel non propose: «Visto che ha deciso di nascere proprio all’apertura dei giochi olimpici, perché non la chiamiamo Olimpia?»

Caterina restò un attimo perplessa, poi decise che le piaceva e così entrò a far parte dell’umanità Olimpia Alessandri.

La sua infanzia volò via senza eccessi, né in positivo né in negativo.

I primi anni di scuola materna furono contrassegnati da frequenti malattie che la costringevano a lunghe, solitarie ore in casa, alternando televisione e giochi con carta e pennarelli, coi quali le piaceva creare abiti e disegni.

La scuola non costituì un problema: aveva una mente agile e ricettiva, una certa pazienza nell’applicazione, pertanto i risultati conseguiti erano sempre decisamente positivi.

Quello che la faceva veramente incazzare erano i commenti delle compagne di fronte ai suoi successi scolastici: «Capirai che sforzo andare bene, con il padre insegnante…»

Loro non potevano sapere, ovviamente, che invece tutto era solo ed esclusivamente merito suo, visto che il padre, il pomeriggio, aveva ben altro da fare che seguirla nei compiti. Tra le ore di palestra e quelle passate al circolo con gli amici, in famiglia non ci stava molto di sicuro.

Non poteva proprio dire come e quando, fatto sta che, ad un certo punto, in casa si accorsero che aveva bisogno di stare con qualcuno che la seguisse, che si mettesse al suo livello e giocasse con lei. Chi poteva avere tempo per questa attività se non i nonni?

E così, infatti, iniziò una abitudine che durò anni e che, nella sua memoria, restò sempre legata a sensazioni piacevoli, calde come il tè che la nonna paterna le preparava, o dolci come gli zabaglioni della nonna materna, sempre preoccupata che non fosse abbastanza robusta.

Certo che il fascino della soffitta dei nonni Alessandri restava unico e magico. Spesso si faceva accompagnare dal compiacente nonno e passava ore a rovistare tra vecchie cianfrusaglie o si azzardava a sporgere la testa fuori dall’abbaino, che le permetteva di spaziare su una distesa di tetti che solleticavano le nuvole con le loro antenne.

Altrettanto unici erano i pomeriggi in cui il nonno paterno la portava con lui in sinagoga per qualche festività, di cui lei non sapeva né capiva il significato, ma che, forse, proprio per questo e per la allettante affascinazione melodica della lingua ebraica, la avvincevano.

D’estate, invece, le vacanze scolastiche comuni, la avvicinavano particolarmente al padre e con lui andava al mare, dove le piaceva vederlo nuotare a forza di bracciate vigorose che lei cercava di imitare. Forse era anche per questo che si sentiva più affine al genitore, come carattere, piuttosto che alla madre, sempre presa dai suoi rientri pomeridiani e costantemente interessata a tenere d’occhio la figlia, con domande che ad Olimpia sembravano degne di un interrogatorio di terzo grado.

«Tra mamma e figlia ci deve essere solidarietà, complicità. Se hai qualcosa che ti preoccupa, con chi vuoi parlarne se non con la mamma?» la sollecitava.

Ma ad Olimpia quel dialogo non veniva spontaneo e, forse anche perché di preoccupazioni vere e proprie non ne aveva, non riusciva ad aprirsi. Come faceva a farle capire che certe cose non si possono improvvisare e non si possono imporre? Troppo era il tempo che aveva trascorso desiderando la sua presenza, invidiando le compagne di classe e le amiche le cui madri erano casalinghe o impegnate in lavoro part time, sentendosi come un alieno, tenuta quasi sotto chiave per evitarle cattive frequentazioni, che poi altro non erano che coetanei un po’ vivaci e lasciati forse a differenza di lei, molto più a briglia sciolta.

Quando, poi, era giunto il momento di scegliere la scuola superiore, Caterina non avrebbe avuto dubbi: «A scuola sei sempre andata bene, soprattutto nelle materie umanistiche, cosa vuoi fare se non il classico? Lì, inoltre, c’è il papà, che può sempre essere una presenza utile. Senza contare, poi, che al classico ci vanno i migliori, sicuramente c’è una utenza qualificata. Ci trovi i figli delle famiglie più ….delle famiglie migliori».

Un po’ per non sentirsi guardata a vista dal padre e un po’ per ripicca verso la madre, lei scelse invece l’istituto magistrale, motivando la sua scelta: «In fin dei conti, mi dà le stesse possibilità del liceo; dopo posso sempre fare l’università». Per fortuna, il padre, più fine psicologo, aveva suggerito alla moglie di lasciarla decidere come voleva, visto che si trattava del suo futuro.

Olimpia non ci aveva messo molto a capire che, per la madre, “migliori famiglie” voleva dire più ricche. Della quasi maniacale fissazione della madre per il denaro, si era già da tempo accorta, fin da quando aveva dovuto accettare, nelle sue scelte, sempre tutto ciò che costava meno. Non che lei si sentisse attratta dalle griffe, ma, quando qualche accessorio spopolava tra le compagne, lei aveva sempre dovuto aspettare per averlo che stesse passando di moda, quindi costasse meno.

«Abbiamo il mutuo da pagare, non possiamo esagerare con le spese», le spiegava, sperando di essere convincente.

Caterina e Daniel erano, comunque, felici e soddisfatti della figlia, che, crescendo, aveva assunto un aspetto decisamente piacevole. Troppo magra da bebè, era cresciuta alta e dritta, ereditando dal padre, oltre al fisico slanciato, anche il colore degli occhi, di un verde intenso e cangiante. Per non deludere la madre, però, da lei aveva preso il biondo dei capelli, per cui l’insieme si armonizzava gradevolmente.

Gambe lunghe, vita snella, qualche centimetro in meno nella circonferenza del busto, era compensata da una parte bassa rotonda e ben modellata, sulla quale i pantaloni si stendevano con grande facilità ed efficacia estetica.

Dovette arrivare fino ai sedici anni, tuttavia, per incontrare il vero, speciale amore, anche se quasi puramente spirituale.

Aveva vissuto con esaltante intensità e totale abbandono un legame che avrebbe segnato la sua vita sentimentale.

Il ragazzo, più maturo di otto anni, era stato dolcissimo e la sua cultura, la sua esperienza di “grande” l’avevano rapita.

Si erano conosciuti in montagna, durante una settimana bianca con la famiglia. Una sera, in attesa della cena, stava giocando a carte con alcune ragazzine, quando si era avvicinato Filippo, un biondo altoatesino, che aveva chiesto di imparare il loro gioco.

Qualche eloquente sguardo, le prime domande per presentarsi e conoscersi. Così era cominciata. Era stata una vicenda inaspettata ed emozionante per una come lei, cresciuta in una famiglia, nonostante tutto, stranamente abbastanza sessuofobica.

Era arrivata all’adolescenza con un bagaglio di ingenuità anacronistico. La presenza indagatrice soprattutto della madre quando la vedeva rientrare da un cinema, da una festa o altro, le pesava come una penitenza. Aveva imparato ad essere il più esauriente possibile nel minor tempo, per essere poi libera di ritirarsi nella sua camera a ricordare un complimento, uno sguardo.

Il carattere mite e l’essere figlia unica le avevano reso facile lo stare spesso da sola. La scuola la impegnava abbastanza e non si sentiva attratta dalle numerose compagne che uscivano sempre, pomeriggio e sera, con amiche e amici vari. Le sigarette che circolavano abbondantemente non la sollecitavano ad assumere pose contestatrici. Il trucco quotidiano era semplice e sobrio, tanto che qualche compagna la sbeffeggiava chiedendole: «Ma da dove vieni, da un convento di clausura?».

Quando, durante l’intervallo, si confidavano le esperienze, i problemi, le sembrava che le altre ragazze venissero da Marte: in famiglia nessuno si preoccupava di loro, di sapere dove andavano e cosa facevano; parecchie avevano regolarmente rapporti con ragazzi spesso più grandi e che avevano più volte sostituito. Così Olimpia si era ritrovata a frequentare l’altro gruppo di coetanee che, come lei, avevano alle spalle famiglie onnipresenti che, nonostante si fosse già negli anni 80, pensavano di impostare il dialogo con i figli in modo presessantottino.

Così, in fondo, si sentiva una sedicenne come tante altre; gli unici interessi erano qualche CD dei cantanti del momento, in particolare Boy George e i Culture Club, qualche film di particolare richiamo, cercare di avvicinarsi alla moda occhieggiata nelle vetrine, pur dovendo scegliere capi di abbigliamento sempre sobri ed assai poco originali.

Poco prima della partenza per la montagna, quell’anno aveva iniziato timidamente una storia con un coetaneo della compagnia che, durante l’ultimo raduno le aveva comunicato la sua simpatia e un paio di volte si erano trovati, uscendo dalla scuola.

Quell’interruzione per la vacanza invernale l’aveva un po’ seccata, perché temeva che la scintilla appena scoccata, con la lontananza, potesse spegnersi.

Poi, ecco comparire Filippo, anche lui in vacanza, studente all’ultimo anno di Giurisprudenza, all’università di Padova.

Dopo quella prima avance durante la partita a carte, le era successo ancora di trovarsi a tu per tu con lui e aveva visto i suoi occhi che parevano accarezzarla. Durante una serata di danze, giochi e allegria, aveva ballato spesso con lui e, durante i balli di coppia, il sentire le sue braccia attorno alla vita, le comunicava vibrazioni nuove ed intense.

La sera prima della partenza, uscì per andare a ritirare le foto dal fotografo e Filippo le si affiancò.

La sera era fredda e serena, la neve amplificava la luce della luna. Arrivati sotto il campanile della chiesa, si fermarono con il naso all’aria per ammirare la bella cupola che lo copriva con la sua tipica cipolla. Così si ritrovarono con i nasi tanto vicini da far confondere le nuvole dei loro respiri. Fu questione di un attimo e le loro bocche si unirono in un bacio da manuale.
«Amore, piccolo amore» le sussurrò, stringendola dolcemente. Le parole, l’abbraccio, il sapore di quei baci le riempirono il cuore di un’emozione infinita.

Il rientro a casa, il ritrovare le solite cose, il ritorno sui banchi di scuola. Tutto le sembrò distante, distaccato da lei, che era rimasta ancora abbracciata a Filippo, sotto il campanile di montagna.

Certo che il suo stato d’animo doveva proprio essere evidente, per chi aveva buoni occhi. Infatti, la sua compagna di banco le chiese subito della vacanza e Olimpia, che non aspettava altro, le raccontò tutto. Quando,poi, durante l’ora di italiano, lessero il canto dell’Inferno, in cui Francesca rammenta a Dante: “Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria…”, Olimpia non poté trattenersi e chiese di uscire per liberare quel nodo che le strozzava la gola.

Qualche giorno dopo, se ne stava in camera sua ad ascoltare Boy George che chiedeva “Do you really want to hurt me?”, quando squillò il telefono. Appena percepì le prime sillabe di un «Ciao, tesoro. Come stai?» che si facevano largo tra uno stridio di freni e un altoparlante che annunciava l’arrivo di un treno, si sentì cogliere dalla vertigine: Filippo!

Era stato a Padova per una lezione e non aveva resistito: saperla così vicina, gli aveva fatto prendere il treno che andava nella direzione opposta alla sua abituale. Dieci minuti dopo sapeva cosa voleva dire essere al settimo cielo. Filippo le aveva portato alcune foto della montagna e le commentavano mentre il vento freddo della sera non riusciva a raffreddare i loro spiriti.

Purtroppo, il tempo fu un battito del cuore e, così come era arrivato, Filippo la salutò con un sussurro: «Ci vediamo la prossima domenica».

Le sue visite si susseguirono e ogni volta per Olimpia era come crescere, come scoprire nuovi universi. Passeggiavano, visitavano musei e chiese e lui le parlava di progetti, di musica, di libri. Prese l’abitudine di portarle ogni volta qualche volume della sua ricca biblioteca. Fu così che lei incontrò la grande letteratura. Divorò i classici russi, “Guerra e pace” compreso, in un amen. Conobbe gli autori contemporanei, Calvino, Eco, Bassani, Marquez. Spesso le regalava della musica: Bach, Beethoven, Stravinsky. Si domandava come avesse fatto a vivere fino ad allora, senza conoscere un mondo così magico, capace di suscitare in lei emozioni, sentimenti, fantasie uniche e nuove.

Certo, quando poi ne parlavano insieme, si rendeva conto che quello che lei ne capiva era solo una briciola a confronto del più ampio panorama che Filippo possedeva e quasi si vergognava nel rivelargli le sue timide impressioni.

I mesi passarono così alla velocità della felicità. Quando a settembre l’estate stava ormai addormentandosi nell’abbraccio dell’autunno, lui le aveva proposto di ufficializzare la loro storia, organizzando una vacanza con i genitori di Olimpia, che così avrebbero finalmente saputo chi era il responsabile della sua aria sempre sognante e chi fosse il mittente delle tante lettere che riceveva.

Nelle successive settimane, tuttavia, Filippo aveva quasi lasciato cadere l’argomento. Olimpia stava per sollecitare un chiarimento, ma fu anticipata da una sua lettera che le diede molto da pensare. Con assoluta noncuranza, lui le raccontava di aver partecipato ad una simpatica festa tra amici, alla quale per la verità era stato quasi trascinato a forza. Visto che per una serie di motivi, la progettata vacanza era abortita ancor prima di essere ufficializzata, Olimpia si aspettava di sentire in Filippo un certo rimpianto, almeno un’eco della malinconia che lei stessa provava. Invece, nelle lettere successive non avvertì nulla di tutto ciò, anzi le sembrarono farsi di volta in volta più distratte e di circostanza. Gli telefonò, per sentire il tono della sua voce: le fu chiaro un malcelato sforzo di una normalità che non c’era.

Qualche giorno dopo, ricevette posta e, pur provando un vago senso di inquietudine nell’aprirla, non si aspettava quello che trovò: era l’addio. Lesse la lettera una prima volta di volata, come se cercasse, nella chiusura, un ripensamento. Invece, più la rileggeva e più si sentiva profondamente colpita. Ma davvero un amore così assoluto, unico, poteva finire così, con le poche parole che una lettera, apparentemente come le altre, le aveva portato? Oh! Non c’era che dire, Filippo aveva saputo essere generoso, riconoscendole un grande valore. Le chiedeva scusa perché era sicuro che una ragazza come lei, dolce, sensibile, innocente, non la avrebbe mai più incontrata. La ringraziava per tutto quello che lei aveva saputo dargli, per averlo reso partecipe della sua crescita sentimentale e culturale. Se tutto ora finiva, non era certo per colpa sua, ma era lui che si era accorto di non potere più continuare a desiderare a distanza l’amore. Le confessava che, quando a quella famosa festa, aveva conosciuto Ornella e si era sentito attratto fisicamente da lei, si era sentito in colpa nei suoi confronti. Non che da questa conoscenza potesse nascere chissà che, in quanto la ragazza era fidanzata e prossima al matrimonio, ma per lui, il solo pensiero avuto, la fantasia di un momento intimo con lei, gli era parso così insultante nei suoi confronti, che ora non si sentiva più degno del suo amore così elevato.

Quante parole inutili, per assolversi da un omicidio spirituale, pensò Olimpia, mentre un velo di lacrime le rendeva illeggibili le parole.

Ovviamente, in casa, il suo mutamento di umore non passò inosservato e fu costretta ad accennare per sommi capi alla vicenda. Si rese presto conto che l’unica cosa che veramente interessava ai suoi era che lei fosse rimasta la bambina che era a gennaio.

Naturalmente non aveva né la voglia né la confidenza per urlare che, forse, se si fosse di mostrata più disponibile, ora non sarebbe stata annientata dal fulmine di quella lettera.

Una ventina di giorni dopo, trovò la forza di prendere in mano la penna e di rispondere a quell’addio con un’unica osservazione: «Vigliacco! Non hai nemmeno avuto il coraggio di salutarmi guardandomi in faccia. Certe cose non si possono scrivere.»

Però, se ci ripensava, quando, a volte, Filippo aveva cercato in lei qualcosa di più di un bacio, la sua resistenza non era stata provocata dalla paura del giudizio dei genitori, ma era lei stessa a non essere veramente pronta per un rapporto fisico più profondo. Quindi non poteva rimproverarsi nulla. Ben magra consolazione, però! Restava il fatto che ora, all’avvicinarsi dell’inverno, le sue giornate si facevano sempre più buie e inutili. Se si rifugiava tra le pagine di un libro o tra le note di Debussy o Chopin, non poteva non associarli a qualche momento vissuto con Filippo e questo non faceva che prosciugarle sempre più il cuore.

Esternamente sembrava che il suo stile di vita non fosse cambiato: a scuola era sempre l’alunna diligente e motivata; con il gruppo di amici, che riprese a frequentare con maggior assiduità, aveva sempre il suo ruolo di compagna dolce e affidabile. In famiglia era, come sempre, piuttosto riservata, solo che ora, le cose che taceva erano molte di più e molto più intime.

Quelli che per molte ragazze sono gli anni già di per sé difficili dell’adolescenza, per lei furono addirittura un macigno. Il suo modo di vedere le cose, la sua capacità di giudizio non potevano prescindere dalla sua esperienza di amore deluso.

Anni di crisi? Sì, certo. Dal baratro in cui era precipitata non aveva voglia di risalire, all’inizio. I primi tempi cercò quasi di custodire dentro di sé quell’assenza, perché almeno quel vuoto riempisse i suoi giorni. Poi, a forza di sentirsi ripetere, dall’amica del cuore, che il tempo era suo alleato e tutte le ferite, prima o poi, si rimarginano, aveva finito col crederlo anche lei, anche se, da parte sua, non faceva molti sforzi per dare una mano al grande medico.

Quegli ultimi anni di scuola li visse come dentro una nebbia, un fumo così denso che le impediva di scorgere anche quei cenni di simpatia e di invito che, a volte, qualche amico tentava nei suoi confronti.

Quando, finalmente, superato l’esame di maturità, ebbe davanti a sé tutta un’estate in cui decidere del suo destino, scegliendo una facoltà universitaria, decise che doveva considerare chiusa una fase della sua vita. E se doveva, com’era giusto, dare un taglio al passato, accettando come esperienza, amara, ma pur sempre esperienza di vita, ciò che le era accaduto, pensò che doveva scegliere un ateneo lontano da casa, che le fornisse l’alibi per restare via tutta la settimana.

Certo, non sarebbe stato facile convincere i genitori che, nonostante anche a Ferrara ci fosse un’ampia gamma di facoltà, era più qualificante e prestigioso rivolgersi ad istituzioni che potevano contare su una storia e una tradizione umanistica plurisecolari, dove poter incontrare docenti di chiara fama, conosciuti e apprezzati anche al di fuori dell’ambiente universitario.

Facendo leva anche sull’aspirazione materna che l’aveva sempre spronata a cercare di mettersi in luce, di frequentare ambienti “su”, ricordando tutte le volte che era stata invitata ad avvicinare gente di un “certo tono”, riuscì ad essere quanto mai convincente.

A suo favore giocò anche il fatto che il famoso, famigerato mutuo per la casa con cui sempre aveva dovuto fare i conti, finalmente stava per scadere.

Un gruppo di amiche le comunicò che si sarebbe iscritto a Cà Foscari, a Venezia. Ancora incerta tra l’iscrizione a Lettere e quella a Lingue, decise che per i primi tempi avrebbe potuto seguire gli esami comuni alle due facoltà, riservandosi la decisione definitiva ad un secondo momento, senza contare che l’ateneo veneziano le forniva l’alibi migliore per la sua fuga da Ferrara.

Di fronte ad esigenze di studio, la famiglia non poté obiettare nulla e un giorno la madre la accompagnò a cercare un alloggio.

I primi luoghi visitati furono, logicamente, collegi tenuti da religiose. In quel cupo pomeriggio di fine ottobre, entrarono in corridoi lunghi e immobili con le loro statue di santi e madonne costrette a subire l’odore della cera per pavimenti mescolata a quello delle candele che ardevano perennemente accanto ad immancabili vasi di fiori sempre freschi.

Seguendo le severe gonne di suore, ora giovani, ora attempate, Olimpia e la madre videro camerate, camerette, stanze che, per quanto differenti, erano sempre uguali: una forma attenuata di una cella carceraria, solo vagamente ingentilita da tende inamidate.

Quello che ogni brava sorella teneva a precisare era che l’istituto osservava un preciso regolamento che non ammetteva deroghe: era gradita una sveglia abbastanza mattiniera che prevedesse, magari, anche la partecipazione alla Messa. La sera, poi, l’orario di rientro era fissato per le dieci.

Olimpia cominciava già a temere di dover finire col pentirsi della scelta fatta e decidere, come le amiche, di fare la pendolare.

Fortunatamente, però, la richiesta di rette, quanto mai onerose, spinse la madre verso altre direzioni. Si passò allora a considerare le numerose pensioni e piccoli alberghi vicini all’università. Dopo qualche altro tentativo infruttuoso, trovarono finalmente quello che cercavano.

Le camere della pensione erano doppie, ma non c’era problema, perché i proprietari avevano già ricevuto molte richieste e così avrebbe senz’altro avuto una compagna.

Era stato emozionante per Olimpia partire per Venezia, quella mattina di metà novembre. Camminando con una piccola valigia, si sentiva proiettata verso una nuova fase della sua vita, tutta da scoprire, da conoscere e da costruire. Il sole aveva deciso di accompagnarla e nel cielo, smaltato di un azzurro freddo e pulito, sembrava un riflettore puntato sulle sue speranze.

All’arrivo alla pensione, la accolse la sua coinquilina: «Ciao. Io sono Laura Petrini» si presentò la ragazza che le aveva aperto la porta della stanza. «Se l’aspetto esteriore rispecchiava il carattere e la personalità, doveva proprio essere un’originale», pensò Olimpia.

Effettivamente, Laura non passava inosservata: piuttosto bassa di statura e con un notevole bagagliaio posteriore, che non si peritava di esibire in pantaloni piuttosto attillati, aveva, però, un viso dolcissimo. La pelle era levigata come porcellana e gli occhi sembravano naturalmente perennemente truccati. Una splendida, lucente criniera castano rossiccio si sposava perfettamente al verde degli occhi. Sembrava che la natura, distrattasi un momento, avesse assemblato una testa ad una corporatura destinata ad un’altra.

«Di dove sei?» le chiese Olimpia, dopo essersi a sua volta presentata.

«Vengo da Fano». Rispose Laura.

Dopo quelle frasi di circostanza, una volta rotto il ghiaccio, si misero a parlare un po’ più sciolte e non tardarono a trovarsi in sintonia su un sacco di cose. Ma un altro sacco era quello su cui non si trovavano d’accordo: Olimpia amava bere birra o vino a tavola, Laura si scolava bottiglie di chinotto; Olimpia mangiava volentieri verdure, Laura era una carnivora assoluta; Olimpia non fumava, Laura non smetteva quasi mai di accendere sigarette; Olimpia la domenica andava a Messa, anche se più per abitudine che per una fede che sentiva piuttosto tiepida e incerta com’era tra gli sfarzi barocchi delle chiese che frequentava e l’austerità della sinagoga alla quale da bambina il nonno e il padre la portavano nelle solennità ebraiche. Laura, a sua volta, si proclamò professante una sua personalissima religione.

Non frequentavano le stesse lezioni, ma molto era comunque il tempo che passavano insieme. La sera, spesso, dopo una veloce cena alla mensa universitaria, andavano al cinema. Scoprirono di essere entrambe appassionate di musica classica, così, approfittando dello sconto per gli universitari, sottoscrissero un abbonamento alla stagione sinfonica della Fenice.

Le sere dei concerti erano frenetiche: cenavano presto e correvano in camera a prepararsi. Era quasi un rito cercare tra i soliti vestiti, pantaloni ecc, qualcosa di speciale. Anche il trucco si faceva più ricercato e, quando lasciavano la stanza, generalmente si sentivano soddisfatte del risultato ottenuto.

Quando in sala le luci si spegnevano, cominciava il sogno: Olimpia spesso chiudeva gli occhi e cancellava dalla mente tutto ciò che poteva. La musica era come una droga sublime per lei: a volte riconosceva in quei viaggi, luoghi già visitati; ancora, a volte, ricompariva Filippo, ma era tutto così sfumato che ora l’animo non le si appesantiva più di dolore, ma anzi, si sentiva riempire di uno spleen docile e tranquillo.

Una sera suonavano una pianista e un violinista tedeschi: in programma, musiche di Schumann e Beethoven. La musica da camera era come un gioiello, per Olimpia, la sublimazione dell’essenza dell’armonia. Se, poi, si trattava di sonate del grande di Bonn, si raggiungeva la perfezione assoluta. Quando, dopo l’ultimo accordo della Sonata a Kreutzer, si librò l’applauso del pubblico, all’accendersi delle luci, si trovò gli occhi lucidi. Accanto a lei sedeva un ragazzo che, spesso, con l’aiuto di una minuscola pila, aveva seguito la musica sullo spartito. Tra un movimento e l’altro, più volte, Olimpia si era chiesta se anche ad un musicista, conoscitore della tecnica e dei meccanismi dell’armonia, se anche a chi è del mestiere, la musica potesse dare le stesse emozioni che provava chi, come lei, la sapeva solo ascoltare.

Stava per voltarsi verso Laura, quando il suo vicino le chiese: «Perfetta l’incisività del “Presto”, non trovi? Brillante ed estroso, proprio come voleva l’autore».

Sorpresa, Olimpia lo guardò e: «A giudicare dal risultato, direi proprio di sì. Del resto, Beethoven ha una forza, un carattere che devono emergere in certi passaggi.» Trovò la prontezza di rispondere. «Anche se, forse, forse questo ritmo così balzante, rivela in qualche passaggio l’originale diversa destinazione del terzo movimento.»

«Musicista anche tu?» continuò lui.

«No, musicofila appassionata. Tu, invece, suoni direi. Violinista?» azzardò.

«Indovinato».

«Ci avrei giurato da come seguivi i gioiosi trilli del violino nell’Andante con variazioni».

Laura li interruppe con la sua naturale spigliatezza. «Ciao. Io sono Laura Petrini». Appena appena sorpreso da questo intervento, anche lui si presentò: «Lorenzo Vianello».

«E io sono Olimpia Alessandri» concluse lei.

«Perché non andiamo a bere qualcosa?» propose Lorenzo.

Le ragazze si guardarono e all’unisono risposero accettando. Non poteva andare diversamente, visto che, oltre ad apparire speciale in virtù della sua arte, Lorenzo si lasciava anche guardare con piacere. Era un bel trentenne, alto, atletico, occhi scuri e una cascata di leggere onde corvine, che gli ricadeva sulla fronte e che lui, con un gesto frequente e spontaneo, cercava di ricacciare più indietro. Le mani che stringevano gli spartiti erano agili, le dita lunghe che ben potevano affrontare anche le più acrobatiche posizioni di un capriccio di Paganini.

Nonostante quell’anno il mese di marzo si fosse presentato più pazzo del solito, ora aprendo l’animo con il tepore e il cielo della primavera, ora capitolando nelle più cupe tenebre invernali, quella serata era perfetta per passeggiare: l’aria, appena inumidita da una pioggia pomeridiana, si era poi addolcita, asciugandosi sotto un cielo stellato nel quale una luna, pressoché piena, brillava come una diva sul palcoscenico.

Passeggiando lentamente, commentavano i vari brani e l’interpretazione dei valenti concertisti.

«Hai un autore che senti in modo particolare?» gli chiese ad un tratto Olimpia.

«Un musicista particolare, direi di no, ma mi affascina terribilmente la musica barocca. Credo che in quel periodo siano stati scritti dei monumenti assoluti, soprattutto per il mio strumento. Il ritmo, a volte così stringato, di un Bach, di Vivaldi, di Corelli non ti dà respiro» le confidò Lorenzo.

«Scommettiamo che so cosa berrà Laura?» divagò Olimpia, quando furono davanti ad un locale di cui Lorenzo aprì loro la porta.

«Accetto la scommessa, anche perché, in questa cantina, non hai molta scelta» scherzò lui.

«Eh! Non, non vale» si inserì Laura «Per me una cantina è come per Superman la criptonite!»

«Ma non ti lascerai mai tentare ad abbandonare il tuo chinotto?» la schernì Olimpia.

«Mi dispiace, ma siamo due a uno, perciò o vino per tutti o noi beviamo e tu guardi» le propose Lorenzo.

Entrarono in un vecchio locale, in cui sembrava che anche i mattoni trasudassero vino, insieme al salmastro dell’umidità. L’unico cliente stava andandosene col suo viso rubizzo e un’allegria che sarebbe certo svanita insieme ai fumi del succo di Bacco.

Mentre brindavano al loro incontro con un fresco prosecco, ognuno raccontò qualcosa di sé.

Lorenzo era un giovane diplomato in violino al Benedetto Marcello e stava costituendo un trio con amici del conservatorio. Aveva già preso accordi con qualcuno e ora stavano mettendo a punto un repertorio un po’ fuori dal solito.

Viveva in un piccolo appartamento al piano terra di una casa in Calle delle Muneghe. Il fratello maggiore, sposato, abitava con la moglie al piano di sopra di quella vecchia costruzione che apparteneva alla loro famiglia da chissà quante generazioni.

«Dov’è Calle delle Muneghe?» si informò Laura, posando un bicchiere di acqua in cui nuotava una fetta di limone.

«Vicino a Campo Sant’Angelo» spiegò lui.

«Sei proprio a due passi dal Conservatorio!» osservò Olimpia.

Morsicchiata anche la fetta di limone, Laura guardò l’orologio: l’una e tre quarti.

«Ragazzi, non è per farvi fretta, ma oggi è già diventato domani e tra poco io devo essere a lezione di giapponese», comunicò alzandosi.

«Accidenti, è proprio tardi!», confermò Olimpia.

«Vi accompagno. Se prendiamo qualche scorciatoia in dieci minuti siamo a casa» le tranquillizzò Lorenzo.

E fu proprio così, perché dieci minuti più tardi si salutavano calorosamente davanti al loro albergo.

Giunte in camera, le amiche si scambiarono le rispettive impressioni su quella nuova conoscenza: entrambe erano rimaste favorevolmente colpite dalla simpatia, dalla sensibilità, dall’intelligenza di quel ragazzo.

Qualche giorno dopo, Olimpia e le amiche di Ferrara disertarono la mensa universitaria e andarono a sperimentare un’antichissima rosticceria, che risaliva nientemeno che ai tempi di Goldoni. Il locale, nonostante l’apparenza, era pulito: dietro il banco, un fuoco vivace arrostiva pesci e braciole. Su un fornello, una padella, nera di fiamme e di tempo, friggeva pesci e molluschi dorati e dall’aria croccante. Era più che altro un luogo da “prendi e porta via”, un take away, ma chi si accontentava di una panca e un tavolone di quattro assi, poteva anche mangiare sul posto.

Questo fu proprio ciò che fecero, ma, per poter pranzare, mancava il vino.

«Non è un problema» spiegò chi era ai fornelli «Proprio qui, girato l’angolo, ci sono delle cantine. Se andate con questa bottiglia» disse porgendone una di vetro scuro e pesante «potete comprarlo e portarvelo qua.»

«Benissimo» fu il coro entusiastico di risposta.

Lasciata l’ordinazione, decisero che Olimpia, considerata ormai veneziana di adozione, andasse a sbrigare la commissione.

«Va bene.» Accettò «Ma poi mi lasciate tre o quattro calamaretti in più» le ricattò uscendo in fretta.

Trovò subito il locale e si avvicinò al bancone, sul quale erano posate alcune botti con le rispettive etichette. Un cliente, già servito, si voltò in quel momento con due bottiglie in mano: era Lorenzo.

Si fermarono stupiti solo un attimo, prima di scontrarsi. «Il vino è proprio fatto per incontrarsi, a quanto pare!» le sorrise imbarazzato per le mani occupate. «Già, sono incontri di spirito» lo tolse dall’imbarazzo Olimpia con la battuta. «Bravo e visto che conosci il posto, che vino mi consigli per un piatto di pesce fritto?»

«Questo, sicuramente» rispose, alzando i suoi due acquisti. «Non sei in mensa?» si informò.

Olimpia gli espose il programma per quel pranzo e si rese conto che…

«Se non sono indiscreto, potrei unirmi alla vostra compagnia? Come vedi, il vino l’ho già procurato!» si autoinvitò, accennando alle bottiglie.

«Ma perché no? Se non ti mette a disagio essere l’unico maschio tra sei fanciulle in fiore…» rispose, ammirandolo per la sua riacquistata disinvoltura.

«Anzi, mi sembra giusto che qualcuno si prenda cura di voi e vi controlli!» disse lui scortandola fuori della porta.

Quando le amiche la videro arrivare in compagnia, cominciarono a darsi di gomito e ridacchiare di sottecchi.

Olimpia fece le presentazioni, mentre Lorenzo si accomodava sulla panca prendendola per mano, per farla sedere accanto a sé.

Passarono un paio d’ore in piacevoli battute, qualche accenno ad argomenti un po’ più seri, qualche velata, ma non poi troppo, avance di una delle amiche, Paola, che non si lasciava mai sfuggire l’occasione per farsi notare da un bel ragazzo.

Quando, poi, decisero che era ora di prendere un caffè, Lorenzo propose: «Se volete, possiamo andare a casa mia. Vi assicuro che il mio caffè è un incanto di aromi e di gusto.»

«Grazie per l’invito», accettarono con curioso entusiasmo.

L’appartamento di Lorenzo si rivelò meno piccolo di come ne aveva parlato. Certo, che sei ragazze, un po’ allegre per effetto del vino ed eccitate anche dalle presenza di un maschio, lo riempirono di profumi, di risate e di allegria.

Olimpia si guardava intorno per cercare di capire, dall’arredamento, dagli oggetti, dai quadri, qualcosa della personalità del proprietario. Indubbiamente aveva buon gusto, perché aveva saputo unire diversi pezzi di antiquariato ad altri più moderni e funzionali, in un mix personale e raffinato.

Su una delle poltrone risaltava, con il colore caldo della sua vernice, il violino, che sembrava un ospite di rango in riposo. Tra le due finestre che illuminavano la stanza c’era un leggio, su cui era aperto uno spartito, una sonata per violino e basso continuo di un autore francese che Olimpia non ricordava di aver mai sentito. Accanto vi era una elegante sedia sul cui schienale erano intagliati finemente una lira e altri strumenti musicali. Tra la porta d’ingresso e quella che dava in cucina c’era un mobile a scaffali, traboccante di libri. Staccatasi dal gruppo, Olimpia si avvicinò a leggere sulle coste i titoli di alcuni volumi; c’erano biografie di musicisti, testi di critica musicale e tutto un settore della più varia narrativa italiana: Bassani, Levi, Erneti, Fallaci, Eco.

Mentre stava per allungare la mano per prendere “In catene” di Erneti, Lorenzo dalla cucina le chiese: «E allora, ho superato l’esame?»

«Quale esame?» rimandò Olimpia, passando decisa in cucina.

«Mi è parso di vedere un particolare interesse da parte tua nell’osservare tutto con tanta attenzione, che mi pareva di essere sotto esame!» le rispose, alzando verso di lei uno sguardo arguto, mentre chiudeva le due moka che aveva nel frattempo riempito.

«Scusami» arrossì lei «non volevo certo darti questa impressione. Ma ti confesso che mi piace molto cercare di capire la personalità di qualcuno attraverso la sua casa.».

«Ah!» commentò Lorenzo «Non ho sbagliato di tanto, dunque. E allora, che tipo sarei?» le chiese avvicinandosi.

«Dai, per favore» tentò di schermirsi Olimpia «Non prendermi in giro!»

«Non ne ho nessuna intenzione, ti assicuro!» la incoraggiò, posandole le mani sulle spalle e attirandola più vicina.

«Beh! Sei un tipo preciso, raffinato e affidabile, direi. Ciò che di sicuro non ti manca è il gusto per il bello, ma per il bello sobrio, poco vistoso!»

«Complimenti» le strinse le mani nelle sue, dimostrandosi piacevolmente sorpreso «Hai fatto centro. Perché non studi psicologia?»

Olimpia cercò invano di liberarsi dalla stretta di lui, che anzi la voleva ancor più vicina e già stava tentando di baciarla.

Fu un momento in cui il tempo rimase sospeso, come se i loro corpi fossero stati catturati da un’istantanea. Ma fu solo questione di un secondo, perché, mentre il caffè diffondeva il suo profumo, dall’altra sala arrivavano voci piuttosto decise che reclamavano la tazza di caffè promessa.

«È in arrivo!» esclamò Lorenzo con enfasi.

A Olimpia non era sfuggito che sul tavolo era già pronto un vassoio completo di tazzine e zuccheriera d’argento.

«Ci tratti proprio con i guanti!» osservò ironica.

«Mi piace offrire il meglio che ho», rispose lui, non ricambiando l’ironia, ma anzi fissandola negli occhi con una intensa serietà. «Soprattutto se ho ospiti di riguardo» terminò mentre prendeva le due caffettiere.

Sollevato con cautela il vassoio, Olimpia lo precedette in sala.

Quando tutti ebbero finito di sorseggiare il caffè, non mancarono i commenti alla fortuna di Lorenzo di vivere a Venezia in una casa così e qualcuno chiese con insistenza di sentirlo suonare qualcosa.

«Non hai scuse, qui c’è tutto: la musica, il violino e il pubblico» lo invitò una delle amiche.

«D’accordo, d’accordo» accettò Lorenzo, prendendo lo strumento e cominciando ad accordarlo. Dopo qualche secondo, quando fu pronto, chiese: «Avete qualche brano particolare che desiderate ascoltare?»

Paola, a nome di tutte, rispose: «Lasciamo a te la scelta. Quello che ritieni e che senti più adatto a questo momento».

Quando le prime note, appena sfiorate e timide, si materializzarono, Olimpia riconobbe subito con un brivido Traumerei di Schumann. C’era uno struggimento in quella musica che le aveva sempre sciolto il cuore; la malinconia, il dolore del compositore la contagiavano. Cercò di fingersi indifferente, di mascherare le onde di emozioni che la soffocavano, ma forse non era così brava a fingere, se Lorenzo, proprio nei passaggi più dolci e patetici, la guardava con occhi espressivi e penetranti. Il potere della musica fece, comunque, effetto anche sulle amiche, perché, quando la linea melodica si dispiegò in tutto il suo vibrato, smisero di guardarsi intorno e sussurrare tra loro qualche sciocchezza, per prestare unicamente ascolto a quella voce che pareva chiedere, pregare, che voleva amore.

Svanita in un soffio l’ultima nota, Lorenzo posò arco e strumento, mentre tutte scoppiarono ad applaudire l’interprete di un momento così toccante.

La commozione generale fu, per fortuna, stemperata da un’osservazione pratica: «Ragazze, sono quasi le cinque: se non ci fiondiamo in stazione, perdiamo il treno».

In un lampo tutte raccolsero libri e borse, salutarono con calore il padrone di casa e Olimpia e scapparono, come foglie cadute inseguite dal vento.

Olimpia raccolse le tazzine sparse, le posò di nuovo sul vassoio e le riportò in cucina. Lorenzo la seguì con le caffettiere.

«Lascia» la invitò «non vorrai anche lavarle, spero. Gli ospiti vanno serviti e riveriti» scherzò, accennando un comico inchino.

«Grazie, per prima» rispose Olimpia, che conservava ancora un’eco del turbamento prodotto dalle note. «Era qualche tempo che non ascoltavo più Schumann, ma mi fa sempre lo stesso effetto. Non ricordo più chi mi disse, una volta, che l’arte è dolore, la creazione è come un parto spirituale: chi crea soffre, ma è proprio questo dolore che, poi, rende l’arte tanto preziosa. A volte, addirittura, il prodotto sa anche comunicare la sofferenza, il travaglio dell’autore e, allora, in questa sintonia di emozioni, anche chi ascolta può cogliere il sublime.»

Era forse la prima volta che riusciva ad esprimere le sue sensazioni in modo così razionale e Lorenzo, sorridendole, si avvicinò.

«Sai, non sono tante le ragazze che hanno il coraggio di mettere a nudo in modo così puntuale i loro sentimenti e le loro opinioni».

Nel posare sul tavolo caffettiere e tazzine, le loro mani si sfiorarono. Piano, con dolcezza, lui gliele prese e con le braccia la circondò, tenendole le sue dietro la schiena. I loro corpi erano ormai in contatto e, quando anche i visi si accostarono, Olimpia gli porse le labbra in un bacio tenero e profondo. Si sciolse dal suo abbraccio solo per poterlo a sua volta cingere alle spalle e, continuando a baciarlo, passargli le mani tra i morbidi riccioli.

Più e più volte si allontanarono per osservarsi, per leggersi nello sguardo ciò che reciprocamente provavano, prima di riunirsi nuovamente in un languido abbandono.

«Sei un dolce tesoro», sussurrò Lorenzo, sfiorandole i capelli con le labbra. «Da quanto cercavo una ragazza come te, che potesse capirmi, che sapesse condividere tutto con me».

Olimpia, pur in uno stato d’animo che rasentava l’estasi, pur sapendo che anche per lei Lorenzo era un ideale realizzato, non riusciva a vincere quella paura dell’amore che da tanti anni ancora covava in un angolo buio del suo cuore.

«Taci, ti prego», gli sussurrò a fior di labbra. «Non dire altro. È troppo bello questo momento, troppo assoluto, per circoscriverlo con qualunque parola.»

Rimasero abbracciati in silenzio, finché suonò il telefono. Controvoglia e scusandosi con lei, Lorenzo andò a rispondere.
«Sì?» chiese con voce un po’ esitante. «Certo che sto bene… Perché? …Ma che ore sono adesso?» chiese controllando contemporaneamente l’orologio. «Ah! Me ne ero proprio dimenticato. Senti» continuò, guardando Olimpia con un’espressione sofferta «Farò un po’ tardi, David, ma non ti preoccupare. A dopo.»

Posato il ricevitore, tendendole la mano, le si avvicinò: «L’avevo proprio scordato: dovevo incontrare un amico del conservatorio per fare alcune prove».

«Mi dispiace, «disse Olimpia con sincera comprensione» ti lascio subito.»

«Ma nemmeno per sogno» ribatté con voce un po’ sopra le righe «Guarda» e intanto raccoglieva violino e spartiti «eccomi pronto, così usciamo insieme» e finì la frase appoggiandole un bacio sulle labbra. La consapevolezza di passeggiare insieme per Venezia, per la prima volta da soli, li faceva galleggiare nell’aria. Ad un certo punto, Lorenzo si fermò e le comunicò che lui era arrivato, anche se avrebbe preferito accompagnarla ancora.

«No, no» lo rassicurò «hai già fatto abbastanza tardi. Ciao» e, in punta di piedi, gli sfiorò una guancia con le labbra.

«Quando ti rivedo?» chiese Lorenzo con una punta di ansia dietro quelle banali parole.

«Non so» rispose incerta «domani?»

«Così tardi?» si preoccupò lui «Perché non a cena?»

«Perché penso che potresti fare tardi: la musica richiede dei tempi che non sempre si combinano con quelli dell’orologio» sentenziò Olimpia.

«Quanta saggezza!» ironizzò. «Allora a domani. Hai lezione?»

«Sì, finisco all’una. Poi sono libera fino alle tre.»

«Allora, all’una. Dove?»

«Nel cortile, vicino al pozzo. Buona notte»

«Non farò altro che aspettare domani. Una buona notte anche a te». Un bacio fu il pegno per l’appuntamento fissato.

Olimpia tornò lentamente verso la sua camera, che sperava di trovare vuota, per restare ancora in compagnia dei suoi pensieri.

Sdraiata sul letto, accese la radio e la sintonizzò su una stazione che trasmetteva musica sinfonica: erano i preludi di Debussy. Quale miglior colonna sonora per inseguire e accarezzare un sogno? Non le pareva possibile che davvero un ragazzo come Lorenzo esistesse e la amasse.

Quando Laura rientrò, accendendo la luce, spense il sogno di Olimpia, che sussultò sul letto: «Accidenti, cos’è scoppiata, l’atomica?» sbottò, precipitando nella realtà.

«Stai male?» si informò premurosa Laura.

«Tutt’altro» rispose stiracchiandosi con aria felice. E le sembrò giusto raccontarle cosa quel pomeriggio fosse stato per lei.

«Beh!» fu il commento dell’amica «Che Lorenzo ti guardasse con un certo interesse, l’avevo notato subito» volle fare la saputona «e sono proprio contenta per te. Te lo meriti, siete una bella coppia».

Il tempo che fino ad allora Olimpia aveva dedicato allo studio non era stato molto, giusto i ritagli tra una lezione e l’altra, ma da quel giorno in poi divenne ancora più sporadico. Aveva deciso che i libri potevano aspettare la fine delle lezioni, quando sarebbe tornata a casa e allora avrebbe cominciato sul serio a sudarci su, cercando di concentrarsi sulle pagine delle dispense dei corsi monografici di latino, italiano, storia, i vari complementari.

Perciò, quando i rispettivi tempi liberi coincidevano, Lorenzo e Olimpia se ne andavano alle Zattere a godersi il sole dolce della primavera, oppure prendevano il vaporetto e andavano ad esplorare isole sempre diverse e via via meno frequentate. Era rassicurante e piacevole parlare di tutto, anche di cose banali e di necessità quotidiane.

Un pomeriggio, tornando dalle Zattere, Olimpia si ricordò che doveva passare in libreria, per acquistare una raccolta di commedie di Goldoni, sulla quale avrebbe dovuto preparare l’esame di italiano.

Era l’ultimo giorno prima delle vacanze pasquali e la mattina dopo sarebbe tornata a Ferrara.

«Aspetta» la bloccò Lorenzo «ce l’ho quel libro. Te lo presto volentieri, a meno che tu non lo voglia per tenerlo nella tua biblioteca!».

«Grazie» rispose con entusiasmo «ti dirò che, pur apprezzando il teatro di Goldoni, non ritengo di vitale importanza inserirlo tra i miei libri. E poi» soggiunse con una certa civetteria «preferisco studiare su una cosa tua, così ti avrò vicino anche in quelle ore.»

«Vieni, facciamo un salto a casa così te lo do subito».

Con tutta calma, dando un’occhiata alle vetrine, tenendosi per mano, si avviarono verso Calle delle Muneghe.

Ormai il giorno si stava spegnendo e i primi fanali annunciavano il crepuscolo, che si presentava con un cielo di turchese, al quale la laguna prestava un po’ del suo verde più cupo.

Appena entrati, Lorenzo andò a colpo sicuro verso la libreria e scorse col dito tutti i titoli presenti.

«Accidenti, so che c’è, ci deve essere» esordì mentre cominciava freneticamente anche a spostare qualche volume per cercare meglio tra quelli in seconda fila. Ovviamente riuscì a trovarlo solo quando stava quasi per rinunciare alla ricerca. Nel frattempo, Olimpia si era avvicinata alle sue spalle e cercava di aiutarlo, scorrendo velocemente con gli occhi i vari scaffali. Così, quando felice, Lorenzo si voltò esultante col libro in mano: «Eccolo», Olimpia era lì di fronte a lui, che posò il volume sul primo ripiano e l’abbracciò con passione.

Olimpia si stava già intenerendo al pensiero che li attendeva una momentanea separazione e gli si aggrappò con uno struggimento totale.

I loro baci divennero sempre più profondi, fino a cercarsi il cuore, che correva all’impazzata su arcani, comuni sentieri.

Pur con il respiro affaticato, Lorenzo le andava ripetendo: «Ti amo, ti amo, ti amo», modulando le parole ora con la dolcezza, ora con la forza della passione.

«Amore. Amore, non voglio lasciarti» sussurrava Olimpia «da troppo tempo ti aspettavo e ora non posso perderti nemmeno per un’ora».

Dimentica di sé, Olimpia lasciava che le mani di lui la accarezzassero teneramente, ma con una sicurezza che la faceva impazzire. Quasi in trance, lo aiutò a svestirla e si sorprese per la decisione con cui gli venne in soccorso per liberarlo di indumenti che erano solo di ostacolo al dialogo dei loro corpi.

Il divano li accolse come un nido. Le loro bocche continuavano a cercarsi e le mani parlavano un linguaggio esaltante. Mai prima Olimpia aveva provato un desiderio così estremo di essere amata, di sentire la forza di un uomo addolcirla e riempirla di sé.

Lorenzo sapeva accogliere, intuire ogni suo volere e la assecondava con una attesa paziente e premurosa. Quando si sentì scossa da una vertigine, da un brivido meraviglioso, Olimpia lo invitò: «Prendimi, ti prego, ora, prendimi».

Anche lui era ormai all’acme di una eccitazione che lo dominava in ogni cellula e così finalmente si unì a lei.

L’accorgersi che era ancora vergine, lo fulminò e, come una molla, lo fece alzare di scatto dal corpo di lei.

«Ma tu…» cominciò, quando lei gli chiuse la bocca con la mano.

«Sì, sono vergine, ma voglio che sia tu il mio primo vero amore. È tutto perfetto» finì, liberandogli la bocca per poterlo baciare.

Quella richiesta fu per Lorenzo un impegno che sottoscrisse con trasporto e trepidazione.

Non gli era mai successo prima di incontrare una “ragazza”, i suoi rapporti con l’altro sesso erano sempre stati molto più razionali, vissuti anche con emozione, ma, comunque, con compagne che, quanto ad esperienza, ne avevano da vendere.

Il candore di Olimpia lo commosse e si rese conto dell’importanza che quel momento assumeva per lei. Per questo si dedicò a quell’amplesso con tutta la felicità e il desiderio di renderlo indimenticabile per entrambi.

Un piacere folle e improvviso colse Olimpia, che gridò per liberare quel groviglio di emozioni che sembrava soffocarla.

Quando riaprì gli occhi, per prima cosa vide quelli di Lorenzo che la guardavano con una luce estatica. Non seppe se fu per l’imbarazzo o per il desiderio di prolungare la gioia provata, che li richiuse, mentre sentiva la voce di lui che le sussurrava: «Sei la cosa più bella che potesse capitarmi. Sei un misto di candore e di naturale sensualità che mi fa impazzire»

«Per favore, Lorenzo,» lo supplicò «non prenderti gioco di me»

Quasi scandalizzato, lui la sgridò: «Ma cosa dici? Come potrei scherzare su ciò che ormai è la mia stessa vita?»

Rimasero ancora a lungo così abbracciati a parlare, a confidarsi tanti lontani ricordi d’infanzia, a continuare quella complicità che la loro prima volta aveva creato tra loro.

Ad un tratto lui le propose: «Visto che dovremmo cenare, perché, anziché uscire, non ce ne stiamo qui, nell’intimità del nostro nido?»

«Volentieri, grazie. Ma chi cucina?» si informò Olimpia. «Io, ti assicuro, non per vantarmi, ma in cucina non so fare granché» rise, mettendolo in guardia.

«Ho capito; lascia fare a me. La mia vena creativa ti stupirà!:»

Dopo la sferzata di una piacevole doccia, mentre Olimpia terminava di asciugarsi, Lorenzo cominciò ad armeggiare ai fornelli.

«Mi dici cosa non ti piace?» si informò alzando la voce, perché lei potesse sentirlo attraverso la porta aperta del bagno.

«Detesto il fegato, le cervella, gli spinaci, il prosciutto cotto e adoro le verdure, quasi tutte, il pollo e …» si interruppe mentre si avvicinava alla cucina «adoro te.», concluse arrivandogli alle spalle e cingendolo alla vita.

«Così non vale!» la rimproverò, voltandosi e rispondendo con un bacio al suo abbraccio. «Non mi indurre in tentazione» recitò, mentre entrambi scoppiavano a ridere.

Lorenzo, da par suo, apparecchiò la tavola con un’eleganza degna di un ristorante a un’intera costellazione di stelle. Su una tovaglia damascata color salmone, i piatti, col loro decoro intonato, sembravano fiori e le posate dal manico verde giada i relativi steli. I bicchieri di pesante cristallo brillavano, anche per la complicità di un elegante candeliere sul quale bruciava una candela rosa e profumata.

Olimpia aveva seguito tutte quelle operazioni con una crescente meraviglia. Quando ebbero reso il dovuto omaggio ad un piatto di pasta, sposato ad un sugo morbido e piccante ad un tempo, mentre brindavano con il rosso granato di un cabernet che spandeva il suo profumo di fiori, un po’ titubante, Olimpia non poté non chiedergli: «Scusa, non darmi della ficcanaso o dell’indiscreta, ma ogni volta che ci siamo visti mi hai stupita per la naturalezza con cui ti muovi e usi oggetti così raffinati. Sei giovane, come fai…»

E mentre stava cercando le parole più adatte per una richiesta così delicata, lui la prevenne: «Come faccio ad avere una casa così e tante cose belle e preziose?»

Olimpia arrossì di fronte alla formulazione così spiccia di quanto effettivamente avrebbe voluto sapere, ma lui la mise subito a suo agio.

«No, non devi vergognarti: Hai perfettamente ragione a porti una simile domanda. D’altro canto, la risposta è molto semplice: è solo questione di fortuna. Non ho nessun merito se sono nato in una famiglia ricca, che ha saputo educarmi anche esteticamente. Ancora più fortunato mi ritengo, però, per aver potuto dedicarmi così liberamente a seguire la mia vocazione musicale, senza dovermi preoccupare di come mantenermi.

Come vedi, sono un artista un po’ anomalo: niente a che fare con i bohemiens e con i grandi geni che hanno stentato tutta la vita e che hanno finito per arricchire poi solo i posteri. Ma noi sappiamo chi sono stati loro i veri grandi, gli immortali. Io, forse, resterò solo un dignitoso esecutore…»

«Cosa fai, vai a pesca di complimenti?» lo interruppe.

«No, te l’assicuro, ma se gratifichi il mio ego con qualche frase piacevole, ti garantisco che non mi dispiace», ammise con sincerità.

Il momento del distacco fu imbarazzante e malinconico per entrambi.

«Ti accompagno alla stazione, domattina?» le chiese.

«No, grazie; gli addii, anche se sono solo un arrivederci, mi lasciano sempre un sapore così amaro in bocca…» gli confidò.

E così si salutarono davanti all’albergo, al quale l’aveva accompagnata.

Quella volta, il ritorno a casa per Olimpia fu particolarmente penoso. Ormai si rendeva conto che le riusciva sempre più difficile fingere una normalità sentimentale, una calma piatta su tutti i fronti (erotico compreso) e così, o si rifugiava nello studio, con grande soddisfazione dei genitori, o usciva con le amiche, alle quali, però, aveva deciso di tener nascosto, per scaramanzia, gli sviluppi della sua storia con Lorenzo.

Per sua fortuna, le frequenti telefonate di lui riuscì a mimetizzarle e farle passare per quelle delle amiche, Laura in testa.

Quando, durante il pranzo pasquale, aprì l’uovo che Lorenzo le aveva regalato prima della partenza, stupì se stessa e la famiglia: la sorpresa era un pendente in argento, un violino completo di corde, ricciolo e ponticello, appeso ad una catenina pure in argento.

«Ma che bello! Che sorpresa particolare!» furono i vari commenti. «Non può essere una delle solite sciocchezze, questa è stata messa apposta da qualcuno», insinuò la madre.

«Già, per forza: Laura, sapendo che amo la musica, ha cercato qualcosa di adatto» mentì spudoratamente, ma in modo convincente.

E così, alla fine, anche le vacanze vennero archiviate e Olimpia poté tornare a Venezia.

Rivedere Lorenzo le comunicò la stessa felice esaltazione di quando si erano lasciati.

«Che meraviglia riabbracciarti!» la accolse, quando scese dal treno.

«Non hai sentito in questi giorni che ero sempre con te?», gli chiese mentre appoggiava a terra la valigia, prima di baciarlo, indifferente al via vai di passeggeri.

Si avviarono verso l’albergo per depositare il bagaglio e Lorenzo si informò: «Che programmi hai?».

«Adesso voglio solo stare con te»

«Vorrei ben vedere che tu avessi altri desideri!» esclamò lui, stringendola con una forte tenerezza.

Quando furono a casa Olimpia non si meravigliò della naturalezza con cui assecondava i movimenti di Lorenzo, che cercava di realizzare il suo desiderio di unione totale con lei. Questa volta l’amore per loro fu ancora più consapevole, forte nella ricerca di un piacere già sperimentato ma da conquistare di nuovo. E fu davvero come una nuova conquista quella cui arrivarono insieme.

Quando ritrovarono l’equilibrio per rivestirsi, mentre stavano uscendo. Lorenzo la fermò sulla porta e le diede una notizia che da tempo tratteneva.

«Hai impegni per giovedì sera?» chiese prendendola alla larga.

«Se me lo chiedi, vuol dire che hai da propormi qualcosa e quindi, anche ammesso che avessi qualche programma, sarei pronta ad annullarlo».

«Ho proprio un invito per te …e Laura, se vuole» le propose, mostrandole un cartoncino.

Si trattava del primo di una serie di concerti che il suo gruppo avrebbe tenuto: un trio di due violini e un violoncello.

«Come puoi aver realizzato tutto questo in una decina di giorni?» non si capacitava Olimpia.

«Infatti, hai ragione» le spiegò «non sarebbe certo possibile. In realtà, da diversi mesi c’era questo progetto e, per fortuna, si è concretizzato. Quando sei partita, prima delle vacanze, sapevo già tutto, ma, cosa vuoi, sono abbastanza scaramantico per decidere di parlare di una cosa solo quando è definitivamente certa. Non pensare che non abbia voluto metterti al corrente per altri motivi: a dir la verità, sono stato tentato più volte di dirtelo, ma poi, chiamala debolezza, superstizione, insomma ho preferito farti una sorpresa.» Concluse.

«Tutto sommato hai fatto bene. Forse sarei stata in ansia o in preda all’impazienza» lo rassicurò.

«E in quale chiesa sarà?» si informò., tenendo tra le mani senza leggerlo il dépliant che le avrebbe dato tutte le informazioni.

«Qui vicino, nella chiesa di Santo Stefano.» E continuò: «Sai, conosco bene il parroco, fin da quando ero bambino, chierichetto. Ha seguito tutto il mio percorso di studio, dalla laurea al diploma del conservatorio».

«Laurea?» lo interrogò, stupita.

«Già, anche se l’ho messa in un cassetto, ho una laurea in economia e commercio» confessò, quasi con vergogna.

«Ma sei una sorpresa continua!» esclamò Olimpia, veramente stupita.

«Cosa vuoi, l’ho fatto più per accontentare i miei che per me stesso. Loro sono sempre stati dell’opinione che un solido titolo di studio può sempre servire nella vita e così, visto che il commercio era l’attività che ci aveva sempre permesso, e ci permette tuttora, di vivere alla grande, ho finito quasi col convincermi anch’io che quella laurea non m i avrebbe fatto poi troppo male. Anche se, per la verità, ho sempre privilegiato gli studi musicali. Ecco, ora sai anche questo di me», concluse Lorenzo.

Uscendo, continuarono a parlare e Olimpia si accorse che, mentre lui le raccontava episodi della sua adolescenza, nei quali la figura di don Giovanni emergeva come amico, consigliere, musicologo e tanto altro ancora, gli occhi gli brillavano di gioia.

«Lo conoscerai, gli ho accennato che ho conosciuto una ragazza speciale e anche lui desidera incontrarti. Vedrai, è un uomo eccezionale.»

«Sai, Lorenzo, io non ho mai incontrato un prete così e, a dire il vero, mi riesce difficile pensare che, sotto l’abito talare, in borghese o clergyman che sia, c’è un uomo per tanti aspetti come gli altri», gli confidò.

Era la prima volta che si trovavano ad affrontare un discorso così delicato e Olimpia era felice di poter conoscere il modo di vedere le cose di Lorenzo, anche in materia di religione.

«Vedi» riprese lui «sono vissuto in una famiglia in cui la religiosità, dico la religiosità e non la religione, capisci? È sempre stata una regola di vita e questa regola coincideva con la morale cristiana. Spesso a casa nostra venivano sacerdoti, gesuiti, monaci e ti assicuro che erano le persone più brillanti, intelligenti e simpatiche che ho conosciuto».

«Beato te!» si felicitò Olimpia, che invece aveva avuto ben altre esperienze.

La sua famiglia, ora che ci rifletteva, aveva della religione (e non della religiosità) un’idea quanto mai stereotipata, bigotta e ristretta.

Certamente, in materia religiosa, pesava enormemente il fatto che la famiglia paterna fosse ebrea, anche se non integralista. Quella della madre, invece, si cullava in un cattolicesimo semplice, elementare, senza punti interrogativi, attenta soprattutto alla esteriorità del culto.

In sostanza, il tutto si riduceva alla messa festiva e all’imposizione, nei suoi confronti,di frequentare la parrocchia. A lei finora questo non era troppo pesato e l’aveva accettato, anche perché non aveva mai assunto una posizione critica, non si era mai interrogata su cosa credesse veramente e perché.

Indubbiamente, comunque, conservava un ricordo ancora intatto dei pomeriggi trascorsi in sinagoga con il nonno, mentre un rabbino rivestito di imponenti paramenti salmodiava preghiere in una lingua a lei sconosciuta.

Ora, invece, trovare in Lorenzo una fede così sicura, fresca e limpida, da un lato la disorientava, dall’altro la attirava.

Stava per chiedergli se anche i suoi genitori avrebbero assistito al concerto, quando si ricordò che, in uno dei primi incontri, lui l’aveva informata che da alcuni anni si erano trasferiti in America, dove avevano impiantato un’attività commerciale che andava a gonfie vele, grazie all’importazione di un made in Italy di qualità, assai richiesto dal mercato americano.

«Mi dispiace solo che nei prossimi giorni avrò ben poco tempo libero», si rammaricò.

«Lo immagino, ma non temere, avremo tempo per rifarci», rispose per tranquillizzarlo.

Effettivamente, nei due giorni che seguirono si ritrovarono solo a cena. Forse il desiderio di vedersi, trattenuto durante tutta la giornata, mentre ognuno seguiva le proprie attività, era ciò che rendeva ancor più magico il loro incontro.

La sera del concerto, Olimpia era sicura di essere più emozionata dei concertisti stessi. Era passata da Lorenzo per augurargli «in bocca al lupo», mentre questi si preparava.

Per la prima volta lo vide indossare un impeccabile, elegantissimo abito scuro che, quando Laura lo vide, le fece esclamare: «Caspita! Sembra un principe!».

Le due amiche sedettero in una delle prime file, in modo che, anche a luci spente, Lorenzo potesse percepire la presenza di Olimpia. Purtroppo neppure il fratello e la cognata erano presenti, in quanto, per motivi di lavoro, si trovavano in Germania e non sarebbero tornati che la settimana successiva.

Il programma del concerto prevedeva sonate di Corelli e la sonata in sol maggiore di Legrenzi, la Raspona.

Proprio in questo brano, il costante dialogare dei due violini, il loro rispondersi, imitarsi sopra il ritmico pulsare del basso continuo (realizzato da un prezioso, splendido cembalo del 700), coinvolse la sua mente e la rese quasi trasognata interlocutrice degli strumenti stessi.

Con un piacere orgoglioso sentiva, tra gli applausi che sottolineavano la fine di ogni esecuzione, i commenti di alcuni vicini che complimentavano il virtuosismo, la tecnica perfetta ma tutt’altro che meccanica o fredda del violino.

Quando il concerto terminò, dopo un richiestissimo bis, Lorenzo le fece cenno di avvicinarsi.

«Vai, vai, non ti preoccupare» la incitò Laura. «Si merita un dopo concerto da favola. Solo, non esagerare a chiedergli troppi bis», insinuò sorridendo.

Olimpia era frastornata dalla valanga di emozioni che le era precipitata addosso e dovette attendere che Lorenzo la accompagnasse nella riservatezza della sacrestia, per sciogliersi un po’ e complimentarlo con un seppur rapido bacio.

«Aspetta, un attimo» lo pregò «saluto Laura e torno.»

«Aspetta tu» la bloccò «siccome ora andiamo a cena, perché non le chiedi se vuol essere dei nostri? Anche ai miei colleghi penso farebbe piacere»

«Perfetta conclusione di una splendida serata. Vado e torno» si entusiasmò Olimpia.

Ritrovare Laura non fu facile, perché il pubblico non aveva ancora vuotato completamente la navata e, anzi, si erano formati alcuni gruppi che continuavano a scambiarsi impressioni e pettegolezzi.

La proposta di Lorenzo fu subito accettata e, quando le amiche tornarono in sacrestia, lo videro che si stava intrattenendo con una persona che, anche se in borghese, Olimpia riconobbe essere don Giovanni. E infatti, non si sbagliava, perché, non appena Lorenzo la vide, le tese la mano e, dopo aver salutato Laura, la presentò al vecchio amico.

«E bravo Lorenzo!» esclamò questi allegramente, battendogli una mano sulla spalla «così ti sei fatto accalappiare anche tu!»

«Oh! Non so chi sia l’accalappiato e chi l’accalappiatore», intervenne Olimpia, stringendo la mano al don.

«Da quando Lorenzo mi ha parlato di te, ho cercato di immaginarti e ti assicuro che non sono andato troppo lontano dalla realtà.» le confidò con aria sorniona.

Olimpia lo osservava e si accorse di provare una istintiva simpatia per quel personaggio così disinvolto.

«Allora, si va a cena?» li interruppe avvicinandosi l’altro violino, seguito a breve distanza dal violoncello e dalla cembalista, che si era esibita anche all’organo.

Le rispettive presentazioni non richiesero molto tempo, ma risultarono informali ed efficaci.

«Don Giovanni vieni con noi, ovviamente?!» sentenziò Lorenzo.

«Anche se non me lo chiedevi, non vi avrei certo lasciati andare soli!» rispose prontamente, prendendoli sottobraccio, uno per parte.

L’allegra comitiva si avviò verso il ristorante “Rosa rossa” e anche in quel breve tratto di strada, molte furono le risate, gli scherzi cui tutti partecipavano felici.

La cena fu un ulteriore elemento di socializzazione. Quando Olimpia, senza farsi notare, osservava Laura, la vedeva intenta a parlare fitto fitto col secondo violino e ne era contenta per lei.

Quando, piuttosto tardi, si salutarono, a piccoli gruppi presero strade diverse: la cembalista, il secondo violino, Laura e il violoncello partirono per primi davanti a tutti.

Confermando ancora una volta la sua grande sensibilità e discrezione, don Giovanni si accomiatò da Lorenzo con un: «Omne trinum est perfectum, ma nel vostro caso direi proprio che sarei solo un perfetto terzo incomodo. Buonanotte, ragazzi, la vostra compagnia vi basta». Una stretta di mano a Lorenzo, un abbraccio ad Olimpia e lo videro svoltare per una piccola calle laterale.

Erano entrambi troppo eccitati, troppo felici e carichi di energia per pensare di rientrare. Così decisero di perdersi tra campielli, porteghi e calli, lasciandosi guidare solo dalla notte a da quel sole che, dentro di loro, illuminava quei momenti magici.

Ad un tratto si fermarono e, seduti sui gradini di una chiesa, assistettero allo spettacolo della notte che si mutava in un accenno di alba, con un caleidoscopio di sfumature.

«Forse sarebbe il caso di tornare» si riscosse Lorenzo.

«Già», confermò lei, con poca convinzione, ma alzandosi lentamente in piedi.

La riaccompagnò verso l’albergo che già i primi bar e panifici aprivano le serrande.

«Che ne dici di un croissant e un cappuccino?» le chiese.

«Che sarebbe perfetto per salutarci» rispose Olimpia, rendendosi improvvisamente conto che cominciava ad aver fame.

Con una sferzata di dolci calorie, si ripresero entrambi e si diedero appuntamento per la sera.

Ritornata in camera, Olimpia, pur cercando di essere il più silenziosa possibile, non poté non svegliare Laura.

«Scusami», le disse «ma ho cercato di fare più piano che ho potuto», cercò di giustificarsi.

«Oh! Non ti preoccupare» si stiracchiò l’amica, ancora un po’ assonnata. «Ho fatto tardi anch’io, ieri sera, ma poi mi sono addormentata come un ciocco».

«Un piacevole dopo concerto?» tentò di sondare Olimpia.

«Ho scoperto che il violino è una fonte di meravigliose sensazioni» rispose Laura illuminandosi tutta.

«Ah! Ah!» esclamò «Mi fa piacere. E ci sarà un seguito?»

«Può darsi» fece con aria misteriosa.

«Per il momento devo andare a lezione».

«Ci pensi, Laura» continuò Olimpia, che aveva voglia di parlare, «come sarebbe bello se potessimo formare un bel quartetto?!»

«Chissà…forse. Ma io non credo proprio di essere così cotta, innamorata persa come te. Non mi dispiace stare con David, ma da qui a fare dei progetti a lungo termine, ce ne corre!» concluse mentre si chiudeva nel bagno.

Anche Olimpia, di lì a poco, si preparò e andò a lezione. Nonostante meccanicamente riuscisse a seguire la traduzione e il commento dei Catulli carmina, prendendo appunti sintetici e veloci, non poteva fare a meno di uscire, ogni tanto con la mente, dall’aula Besta, per ripercorrere l’itinerario notturno appena concluso. Quando alla mensa ritrovò le amiche di Ferrara, queste la apostrofarono con un: «Non credevamo di vederti, dopo una serata come quella di ieri!»

«Perché?» chiese incuriosita.

«Non mi dirai che non sei stata al concerto di Lorenzo?», ironizzò Paola.

«E voi come lo avete saputo?», si meravigliò Olimpia.

«Ce l’ha detto un passerotto!» fece l’amica.

«Ma dai» intervenne un’altra «abbiamo incontrato Lorenzo e l’abbiamo visto un po’ trasognato con un accenno di occhiaie del colore dei suoi capelli. Così ci ha raccontato dei successi musicali e non solo…» lasciò in sospeso.

«Beh! Allora sapete già tutto» concluse Olimpia, che avrebbe preferito tenere per sé ancora per un po’ la sua magnifica storia.

«Cosa c’è? Forse abbiamo scoperto qualcosa che non volevi rivelare?», proseguì Paola col suo tono inquisitorio.

«Assolutamente no. Solo avrei preferito parlarvene io con più calma e magari più in là.» volle chiarire.

«Certo che hai fatto Bingo!» la complimentò una delle amiche. «Un ragazzo così non si trova negli ovetti Kinder!»

«Non è che possiamo andare al caffè concerto anche oggi?» tentò Paola, alludendo al loro primo incontro col violinista.

«Mi dispiace, ma Lorenzo è impegnato fino a sera» comunicò Olimpia, non poi troppo dispiaciuta, se questo voleva dire evitare che Paola ci riprovasse con i suoi sguardi sexy.

Le settimane seguenti furono abbastanza frenetiche, in quanto Lorenzo era impegnato ogni giorno con le prove per il concerto successivo e Olimpia aveva deciso che, forse, sarebbe stato meglio cominciare ad aprire i libri degli esami che voleva dare in primo appello.

Visto che anche Lorenzo doveva lavorare, tanto valeva impiegare quelle ore vuote in modo proficuo.

Ovviamente anche il secondo concerto fu un successo e questo fece salire le quotazioni del trio Musica Viva.

Ciò che fu importante di quel secondo appuntamento musicale e lo rese solenne per Olimpia fu la conoscenza di Giuliano e Marilena, fratello e cognata di Lorenzo.

Al termine del concerto, dopo aver ricevuto complimenti a destra e sinistra, Lorenzo si liberò prima che poté dalle tante persone del pubblico che desideravano da lui un autografo o una stretta di mano e, trovata Olimpia che chiacchierava allegramente con Laura e don Giovanni, la guidò verso il fondo della sacrestia dove Giuliano e Marilena attendevano con curiosità di conoscerla.

Lorenzo aveva calcolato tutto: aveva voluto che quell’incontro avvenisse in quell’occasione particolare, ma tenendosi un po’ in disparte da un pubblico di estranei o quasi.

«Ecco, Olimpia, questi sono mio fratello Giuliano e sua moglie Marilena» disse semplicemente.

Una stretta di mano forte e cordiale le comunicò la decisa personalità di quello che sembrava il positivo di una foto, di cui Lorenzo era il negativo. Infatti, Giuliano era sì, alto anche lui, ma più robusto e con una composta chioma bionda dal taglio accurato. Gli occhi avevano uno sguardo aperto, franco e accattivante. Infatti, le prime parole che le rivolse furono di una familiarità totale.

«È un enorme piacere conoscerti finalmente! Non puoi immaginare quanto ci ha riempito la testa questo geniaccio con i suoi “Olimpia fa, Olimpia dice, vado con Olimpia”. Ora che ti conosco, ho un’ulteriore conferma del gusto raffinato di mio fratello. Bravo Lorenzo!» esclamò poi, prendendolo sottobraccio «non fartela scappare!»

Marilena le apparve subito di una dolcezza contagiosa. Era una quarantenne la cui età era naturalmente scontata dalla statura non troppo elevata e dalla corporatura minuta. I capelli rosso Tiziano, perfettamente intonati alle deliziose efelidi, davano al suo viso dalla carnagione chiara, un’aria di innocenza infantile.

Con la più assoluta spontaneità Marilena la abbracciò e le posò due baci sulle guance.

«Anch’io, sai, avevo tanta voglia di conoscerti», le comunicò.

Olimpia non sapeva come contenere la gioia di quell’incontro, ma la naturalezza di Marilena le fu di grande aiuto, perché le cominciò a chiedere notizie della sua città, Ferrara, che disse di conoscere abbastanza bene e di apprezzare per la sapiente distribuzione di tanti tesori architettonici pur in un contesto urbano di così breve respiro.

«Sai, ricordo» continuò «come sono rimasta sorpresa una volta che ebbi la fortuna di sorvolare a bassa quota la città. Quante piante, quanti giardini, quante isole di verde sono nascoste da austere facciate di antichi palazzi».

«Già» confermò Olimpia, ora molto più sollevata e a suo agio «sembra che questa struttura urbanistica corrisponda al carattere dei ferraresi: non passiamo per gente molto estroversa, ci teniamo dentro le cose, ma, se si riesce a trovare la chiave giusta per entrare in sintonia, credo che non manchino le sorprese, piacevoli sorprese. Proprio come quando apri il portone di un palazzo e ti affacci sul verde di un parco o di un giardino, insospettabili dalla strada.»

La chiesa dove si era tenuto il concerto era in una zona di Venezia che Olimpia praticamente non conosceva, ma, quando approdarono tutti al “Fogher”, il ristorante prenotato per la cena, si sentì stranamente come a casa propria.

Laura alternava le sue confidenze a qualche battuta ora con David ora con Giacomo, il violoncellista.

Quando alla fine della serata si salutarono tutti, Giuliano e Marilena la invitarono a cena da loro la sera dopo, per avere il piacere della sua compagnia.

«Il piacere sarà quantomeno reciproco» si accomiatò Olimpia.

Mentre Lorenzo la accompagnava nel salire la scala che portava all’appartamento del fratello, le rivelò che l’incontro della sera precedente aveva lasciato un segno indelebile sia in lui che nella moglie.

«Cosa vuoi, è così facile, al giorno d’oggi, trovare delle belle ragazze, tanto belle, quanto poco adatte a chi, come me, si ritiene un giovane anomalo, per questo tipo di società».

Salivano adagio i gradini per terminare quelle confidenze e Lorenzo proseguì: «Forse Giuliano e Marilena non sanno che io mi sono accorto da tempo di come mi spiassero con ansia, come cercassero tra le mie numerose amicizie quella che avrebbe potuto diventare qualcosa di più.

Giuro che avrebbero scommesso che mi sarei innamorato di una compagna del conservatorio e invece…»

«E invece» lo interruppe Olimpia «anche se fu galeotta la musica, non potevi trovare una più lontana di me dalle note».

«Ma come» le chiese, fermandosi a metà dell’ultima rampa di scale «se hai una così squisita sensibilità musicale?»

«Oh! Questo può anche essere,. Grazie» confermò «ma sono solo una fruitrice della musica. Pensa che sono talmente stonata che, se canto, riesco a beccare le note comprese tra i tasti bianchi e quelli neri del pianoforte!»

Lorenzo proruppe in una risata così spontanea e sonora che provocò l’apertura della porta e la comparsa di Giuliano, che esibiva un’aria stupita e interrogativa.

Quando Lorenzo gli rivelò il motivo della sua ilarità, anche il fratello ne fu contagiato. Così quella, che fu la prima delle tante cene che seguirono, si aprì nel segno della più spensierata allegria.

I mesi estivi furono occupati da alcuni esami, che ebbero esito più che soddisfacente, da alcune fughe a Venezia, dalle quali tornava sempre più innamorata e felice. La sua gioia si specchiava in quella di Lorenzo, che non finiva mai di stupirla con le sue attenzioni, le sue gentilezze che ne facevano un esemplare unico. Quando si confrontava con le amiche o sentiva quello che dicevano dei rapporti tra i giovani i giornali o i vari format televisivi a sfondo più o meno sociologico virato al gossip, Olimpia si riteneva davvero baciata dalla fortuna: era certamente impensabile, ad esempio, che Lorenzo potesse prendersi qualche “vacanza” puramente sessuale.
I valori e i sentimenti che improntavano la sua vita erano solidi come il Ponte di Rialto. In lui non c’era traccia di quelle insicurezze, ambiguità, indifferenza che parevano invece diffondersi sempre più tra i loro coetanei.

Ad agosto ricevette una telefonata da Laura che la invitava al mare da lei insieme a Lorenzo. Per fortuna, verso la prima metà del mese, gli impegni musicali gli lasciarono una settimana libera e così accettarono l’invito.

Nonostante la vacanza, però, Lorenzo non poteva certo lasciare a riposo il suo strumento, così, la mattina era quasi totalmente dedicata allo studio.

Un mattino, mentre dopo una serie di esercizi, Lorenzo si dilettava nell’eseguire qualche pagina d’autore, sentirono suonare il campanello.

Aperta la porta, Laura si trovò di fronte ad un giovane vicino di casa, un ragazzo quasi diciottenne, che sapeva dedicarsi anche lui alla musica.

«Ciao, Laura» esordì.

«Ciao, Michele» lo salutò con sorpresa.

«Ho sentito un violino o sbaglio?» chiese.

«Sì, vieni avanti», lo invitò Laura.

«È un mio amico di Venezia che sta tenendosi in esercizio, prima di un concerto.» e, facendogli strada, lo introdusse in salotto.

«Lorenzo, ti presento un mio vicino musicista» disse Laura presentando i due giovani.

«Ciao» esordì Lorenzo stringendo la mano che Michele gli porgeva. «Cosa suoni?» gli chiese con familiarità.

«Dire che suono è forse un po’ azzardato, comunque studio pianoforte» rispose con una punta di timidezza.

«Bene! Che ne diresti di fare qualcosa insieme?» propose subito Lorenzo.

«Grazie della proposta, ma non mi sento proprio all’altezza, rischierei di ferire il tuo senso musicale» si schermì Michele, scuotendo con decisione la testa e facendo ondeggiare le bionde ciocche di capelli, che portava alquanto lunghi.

«Ma dai!» intervenne Laura, sarebbe bellissimo sentirvi insieme!»

«Magari!» ribadì Olimpia, che osservava con interesse quelle schermaglie in punta di spartito.

«Beh! Se proprio volete mettermi alla gogna» si decise «dobbiamo trasferirci da me».

«Con vero piacere!» accettò Lorenzo, mentre raccoglieva violino e spartiti.

Michele abitava nella casa di fronte e, appena entrata, la piccola compagnia notò subito il pianoforte che troneggiava vicino alla finestra, dispiegando una elegante coda.

«Ma è uno strumento meraviglioso!» esclamò Lorenzo avvicinandosi e liberandosi le mani. «È un bellissimo esemplare dell’800» si esaltò, aprendo la tastiera e sedendo sullo sgabello.

«Grazie,» rispose Michele «sì, ha un suono molto caldo e avvolgente»

Lorenzo posò le mani sui tasti e accennò a qualche passaggio, a qualche accordo che amplificò con il pedale.

«Ah! Ecco, per forza è così seducente: è un Anelli. Era una fabbrica prestigiosa di Ancona, logico quindi trovarlo qui:»

Poi si sciolse in lontani ricordi e si impegnò in un Chiaro di luna che lo stesso Beethoven avrebbe apprezzato.

«Non mi dirai che suoni anche il piano?» si stupì Laura.

«Per forza, per diplomarmi in violino ho dovuto studiarlo ben cinque anni. In realtà, per me sono stati anche qualcuno in più. Anzi, sai che all’inizio del mio percorso di studi musicali avevo proprio avvicinato prima il pianoforte? Il violino è venuto dopo, ma poi è stato un amore fedele» concluse con un sorriso, mentre si ravviava le ciocche più indisciplinate dalla fronte e si alzava per lasciare il posto a Michele.

«Ma chi ha più il coraggio di strimpellare adesso di fronte a te?» fece il ragazzo con aria sconsolata.

«Ma guarda che tu tra qualche anno saprai suonare anche molto meglio di così» lo incoraggiò Lorenzo. «Dai, facci sentire qualcosa per scaldarti le mani», lo invitò

Michele, dopo un momento di raccoglimento, chiuse gli occhi ed eseguì alcune pagine delle Sonate di Clementi, un valzer di Chopin e una breve sonata di Scarlatti.

«Ma complimenti!» esclamò Lorenzo, balzando dalla poltrona e battendogli qualche affettuosa pacca sulle spalle. «Hai proprio del talento. Per essere così giovane, hai saputo interpretare al meglio la musica che hai suonato, sia come tecnica che come resa emotiva!»

Poi, mentre Michele rassicurato da tali elogi, si rimetteva alla tastiera, Lorenzo lo seguì col violino, improvvisando accompagnamenti virtuosistici su pagine di Bach.

Quell’estemporaneo concerto mise tutti di buon umore e decisero di festeggiare con un’altra improvvisazione, questa volta di tipo gastronomico.

«Niente di meglio che un bel piatto di spaghetti all’amatriciana!» propose Laura entusiasticamente.

La proposta fu accettata all’unanimità, soprattutto quando rivelò che l’autrice del sugo era stata la mamma che, preoccupata che soffrisse la fame, prima di andare in vacanza, le aveva riempito il frigo da farlo scoppiare.

Lorenzo era felicissimo di aver conosciuto un ragazzo che, pur così giovane, non inseguiva le rock star e non si rimbambiva ai ritmi ossessivi delle discoteche, ma “sentiva” veramente la musica e la eseguiva non solo con le mani, ma soprattutto col cuore.

Così. Ogni giorno, dopo essere stati alla spiaggia, la Sassonia, come la chiamavano i locali, e aver nuotato almeno per una buona mezz’ora, tutti rientravano: Michele e Lorenzo si perdevano tra le note e Laura e Olimpia, spesso, si divertivano in cucina o se ne andavano a spasso, tra vetrine e bancarelle.

Furono dieci giorni di gioia solare e piena. Cosa poteva desiderare di più, visto che era in vacanza al mare con l’amica carissima e colui che ormai le era entrato prepotentemente nel respiro e in ogni cellula?

Ma poiché ogni cosa mortale ha una fine, arrivò anche il giorno del rientro. Le due amiche si sarebbero ritrovate a novembre.

Lorenzo riprese le prove per i concerti che lo attendevano e lei si rimise a sudare sui libri per gli esami di ottobre.

Spesso si ritrovava con le amiche che stavano preparando gli stessi esami e, nelle pause caffè, il discorso non poteva non cadere su Lorenzo. Questi flash avevano il potere di produrre in Olimpia un effetto presenza quanto mai tonificante.

Quando a novembre iniziò il secondo anno accademico, facendo un bilancio consuntivo si sentì pienamente soddisfatta: considerati i due esami che avrebbe sostenuto a febbraio, era alla pari col piano di studio presentato; sul fronte affettivo, la situazione non poteva essere più promettente; i rapporti familiari erano tranquilli e, nonostante in casa si vociferasse di una simpatia veneziana, le indagini materne non erano troppo ossessionanti.

Quando Lorenzo era a casa, Olimpia divideva il suo tempo tra lui e le lezioni.

Quell’anno novembre era particolarmente opprimente: brevi giornate grigie si alternavano a lunghe notti bagnate da nebbie sempre più fitte.

Lorenzo era spesso impegnato nel suo giro di concerti che lo portavano in diverse città d’Italia, dal nord al sud.

Durante un intervallo di una settimana, nella quale fecero tesoro di ogni minuto per stare insieme, un mercoledì a pranzo, le propose un pomeriggio letterario.

«Sai, oggi pomeriggio, c’è la presentazione dell’ultimo libro di un autore nostrano. Non so se lo conosci, Giulio Claudio Erneti.»

«No» rispose incuriosita «non ho mai letto niente di suo. Cosa scrive?»

«Beh! Non è solo un narratore, anzi. Veramente lui è un archeologo, un profondo conoscitore del mondo antico e quando ne scrive si sente la partecipazione con cui vive le vicende che inventa. Ovviamente la cornice storica entro cui le colloca è quasi un libro di testo, tanto è documentata e attendibile».

«Caspita!» esclamò Olimpia «mi hai davvero incuriosita. Andiamoci, allora!»

«Se vuoi farti un’idea del genere letterario di Erneti, guarda» continuò Lorenzo, alzandosi dal tavolo di cucina e andando a togliere dalla libreria della sala uno dei libri «questo è il suo precedente romanzo “Le armi dell’oplita”, concluse, porgendole il volume sulla cui copertina campeggiava uno splendido corredo di armi sullo sfondo di un tempio dorico.

Olimpia lo prese e cominciò a sfogliarlo lentamente. «Quanto tempo mi dai per leggerlo?» gli chiese ironica.

«A me sono bastati cinque giorni» rispose, cominciando a sparecchiare.

«Allora vedrò di battere il tuo record, tanto più che sarò proprio sola i prossimi giorni»

Con affetto e tenerezza Lorenzo la abbracciò e: «Ti lascio in buona compagnia, ti assicuro» le sussurrò, accennando al romanzo.

Quando arrivarono alla libreria, c’era già parecchio pubblico che aveva preso posto nelle prime file. Per fortuna, trovarono due sedie libere dietro alcune signore non troppo alte di statura.

Un individuo dall’aspetto severo presentò l’autore all’uditorio e, fortunatamente, non si dilungò troppo nel recitare come una litania il curriculum letterario e culturale di Erneti. Anche lo scrittore fu assai sintetico nell’esporre il quadro storico alla base della storia.

«Mi scusi per la curiosità» intervenne poi una giovane signora del pubblico «ma potrebbe spiegarci qual è stata la scintilla che le ha ispirato questo nuovo lavoro?»

«Certo. Durante una campagna di scavi alla quale sto lavorando in Tunisia, quindi, come vede, lontano dai luoghi del romanzo, sono emerse delle lapidi con alcune iscrizioni. Non tutte erano integre e leggibili, ma due di queste riportavano i nomi di due personaggi che mi hanno subito preso ed è stato facile per me immaginarli vivi, in carne ed ossa anche se in altre zone del Mediterraneo. Gli intrighi, i tradimenti, la lealtà che caratterizzano i tanti personaggi secondari li ho potuti trovare anche ai nostri giorni e così è nato il libro.» Concluse con naturalezza.

Un’altra mano alzata segnalò una nuova domanda in arrivo.

«Prego» diede la parola il presentatore.

«Dottor Erneti, quando scrive un romanzo o un racconto, cosa le dà più piacere: creare un personaggio che, le assicuro, per il lettore, almeno per me, diventa reale e coinvolgente, oppure il ricostruire un momento storico, con tutto ciò che comporta? Voglio dire, non si tratta solo della Storia con la S maiuscola, ma di quella fatta di una piccola quotidianità. Grazie!» concluse un anziano, distinto signore.

«Le dirò» cominciò a rispondere, dopo una breve esitazione «non riesco a separare i due campi, perché i personaggi cui do vita (la ringrazio per il complimento), non sarebbero quello che sono, avulsi dal loro contesto storico, pertanto la creazione psicologica e l’ambientazione storica procedono di pari passo. È ben vero che un Pelagio, una Aglaia, un Vel Aules sono proprio figli miei, mentre per le vicende politiche, le situazioni sociali devo solo documentarmi e cercare di essere obiettivo e verosimile. Ma, in sostanza, diciamo che costituiscono per me un tutt’uno».

Terminato l’incontro, Lorenzo e Olimpia si avviarono verso l’uscita, non senza aver prima acquistato una copia di “Passaggi”.

«Chi lo legge per primo?» le chiese appena usciti.

«Tu, visto che io sono alle prese con “Le armi dell’oplita”» rispose mentre si avviavano verso casa.

Qualche sera dopo li attendeva un importante evento musicale: un concerto di Salvatore Accardo alla Fenice. Fu una vera festa, condivisa con Laura e gli altri musicisti del gruppo.

Era la prima volta che tornavano nel luogo in cui si erano conosciuti solo pochi mesi prima. Ovviamente per i musicisti quella fu una serata storica, che si concluse con l’incontro con il maestro per complimentarlo e avere con lui uno scambio di opinioni tecniche.

Alternando studio e lettura, in poco più di dieci giorni Olimpia terminò il libro di Erneti e, quando quella sera andò a cena da Lorenzo, glielo riconsegnò.

«Allora, che ne pensi?» le chiese mentre le riempiva il bicchiere di vino novello.

«Mi ha conquistato» fu la lapidaria risposta. Ma poi proseguì con entusiasmo: «Ha un modo di scrivere di una immediatezza unica: sa essere semplice ma non banale e inaspettatamente ti sorprende con immagini di una poeticità emozionante. Senza contare che rende moderni e universali i personaggi che crea. Quando descrive il mercato al quale si reca il protagonista, sembra di leggere un libro di storia, tanta è la precisione delle descrizioni. Riesci a vederti davanti agli occhi gli oggetti che Vel Aules tocca: pare di trovarsi in un documentario della BBC».

«Basta, basta, ho capito che ti piace questo genere di narrativa!» la fermò Lorenzo, sopraffatto da tanto entusiasmo.

«Spero che finirai in fretta “Passaggi”, perché sono ansiosa di proseguire la conoscenza di questo autore» lo invitò.

«Tranquilla: tra qualche giorno te lo passo. Vedrai che…»

«Non dirmi niente» lo bloccò «voglio scoprirlo da sola».

E prima delle vacanze di Natale lo scoprì: si accorse che il mondo greco, che tra l’altro stava studiando per l’esame di storia antica, non era fatto solo di guerre, di duelli, ma anche di uomini dotati di sentimenti universali e di un solido, istintivo amore per il bello, l’ordine, l’equilibrio.

«Più conosco la civiltà greca;» confidò a Lorenzo, rendendogli il volume, dopo l’avvincente lettura «più mi sento orgogliosa di appartenere anch’io in fondo a quella patria lontana. Le nostre radici sono là, anche se più o meno mutuate dalla romanità»

«Certo» confermò lui «sono stati proprio i greci che hanno considerato l’uomo misura di tutte le cose. Qualsiasi disciplina, qualsiasi cosa tu pensi, sono stati loro a inventarla o studiarla a fondo».

«È per questo che mi affascinano i libri di Erneti, perché ci sento lo stesso amore che provo io per quel popolo» concluse Olimpia.

Spesso Laura riceveva telefonate da Michele, che la pregava di salutare i suoi amici nella speranza di rivederli presto.

A febbraio, una sera, il ragazzo le comunicò che la settimana dopo sarebbe arrivato a Venezia in gita scolastica e sarebbe stato felice di incontrarli tutti. Quando Lorenzo lo seppe, fu entusiasta e fece in modo di tenersi la giornata libera.

«Michele!» gridò Laura, quando lo vide scendere dal treno, circondato da una masnada di coetanei, tutti rigorosamente zainati Invicta.

«Laura! Olimpia! Lorenzo! Che piacere rivedervi» esultò abbracciandoli con lo sguardo.

«Che programma avete?» si informò Laura, scendendo i gradini della stazione.

«Oh!» Non so cosa faranno loro «rispose noncurante Michele indicando il gruppo che lo precedeva «io preferisco la vostra compagnia, se volete sopportarmi. Comunque dobbiamo prendere il treno delle 19».

«Ma non puoi allontanarti così…» lo ammonì Lorenzo.

«Veramente sono appena diventato maggiorenne, quindi…» si vantò Michele.

«Aspetta, aspetta un momento: quella là davanti non è la Cadorini?» chiese Laura indicando una delle accompagnatrici. «La conosco bene, l’ho avuta anch’io come prof di lettere! Andiamo a salutarla!» invitò tutti.

Grazie ai buoni rapporti che Laura ricordava di aver sempre avuto con l’ex insegnante, riuscirono a strapparle il permesso di accompagnare Michele in giro per Venezia, promettendo solennemente di riportarlo all’ora della partenza.

Lorenzo fu impeccabile nel suo ruolo di cicerone, anche perché arricchiva e vivacizzava le notizie puramente culturali e artistiche con episodi di vita quotidiana curiosi e insoliti.

Quando la sera si salutarono, Olimpia sentì nell’abbraccio di Michele una commozione intensa che attribuì alla sensibilità tipica di un musicista, quale lui era senza dubbio.

Con la primavera, il sole invitava ad uscire e confondersi con i turisti che calavano nella città in gruppi sempre più numerosi.

Un pomeriggio in cui il cielo sereno combatteva contro scuri e minacciosi cumuli, che a tratti oscuravano il sole, scesero dal Ponte delle Guglie in una zona segnalata dai gialli cartelli turistici come Ghetto.

Lorenzo si accorse dell’interesse con cui Olimpia guardava quei cartelli scritti, oltre che in italiano, anche con lettere ebraiche, così le chiese: «Hai mai visitato una sinagoga?»

Olimpia lo guardò con attenzione, mentre finiva di dare ascolto ai ricordi d’infanzia che all’improvviso si erano affollati nella sua mente.

«Questa, no» rispose «ma sono stata tante volte da bambina in quella di Ferrara. Mio padre e mio nonno erano, sono ebrei e a settembre andavo ad assistere alle cerimonie di Rosch HaShana e di Yom Kippur. Mi affascinava ascoltare il rabbino e vederlo ondeggiare mentre recitava i brani della Torah previsti dal culto.»

Le piaceva raccontare queste cose del suo passato a Lorenzo, era come rivelarsi a lui sotto un aspetto nuovo.

La cosa, infatti, lo stupì e Olimpia ebbe un sussulto: «Ti ho sorpreso? Forse la tua fede così sicura ti fa preoccupare di esserti innamorato di una mezza giudia?»

«Ma non dire fesserie!» la bloccò subito «Ho la più grande ammirazione e un enorme rispetto per l’ebraismo, anche perché è da lì che deriviamo noi cristiani. Anch’io, nonostante tutto, sono sempre stato interessato alla conoscenza di questo antico monoteismo. E per fortuna, anche i vari sacerdoti che ho frequentato non erano certo eredi di quelli che un tempo chiamavano gli ebrei “perfidi giudei”. E così, io che credevo di poterti insegnare qualcosa, imparo invece da te che hai visto dal vivo certe cerimonie. E poi, raccontami ancora!» la invitò.

«Cosa vuoi che ti dica? Mi ricordo che a Kippur mia nonna preparava un tavolino dove, su una candida tovaglia, disponeva una melagrana, una mela cotogna, una pera e un bicchier d’acqua, coperto da un altrettanto candido tovagliolo. Su tutto questo, poi, spargeva una manciata di chicchi di grano.
I simboli rappresentati da quei frutti allora non li conoscevo, ma ricordo che aspettavo con ansia che lo Shoffar suonasse la fine del digiuno per appropriarmi della melagrana che spilluzzicavo con gusto».

Quanto tempo era che non lasciava parlare questi ricordi, che non risentiva il gusto dolce e aspro dei chicchi di rubino di quel frutto autunnale!

Così si ritrovarono all’interno della sinagoga con qualche altro turista.

Com’era diversa questa da quella di Ferrara! Nei suoi ricordi, quella di casa risplendeva del bianco delle pareti assolutamente spoglie, se non per alcuni stucchi monocromi, mentre questa, caso quanto mai strano, era invece decorata con stucchi dai diversi colori.

Con l’inizio della primavera Lorenzo fu sempre più impegnato non solo per concerti, ma anche per registrare alcuni dischi, cosa che lo portava per diversi giorni a Milano insieme ai suoi colleghi.

Olimpia aveva già imparato ad utilizzare queste giornate vuote, per mettersi avanti con la preparazione di alcuni esami, ma ciò non le impediva di andare anche un po’ a zonzo con Laura che, come lei, a volte, si sentiva un po’ sola.

Già cominciavano a pensare alle prossime vacanze.

«Hai già fatto qualche progetto con Lorenzo?» le chiese un giorno l’amica.

«Veramente no. Anche perché non sappiamo ancora quali impegni avrà. «Rispose.» E tu? «chiese a sua volta.» Starai un po’ con David?»

«Può darsi che qualche giorno insieme lo passeremo»

«Ti andrebbe di fare una vacanza a quattro?» la apostrofò Olimpia «O preferite fare i piccioncini?»

«In gruppo non mi dispiacerebbe» rispose con convinzione.

La scelta della meta richiese parecchio: ognuno proponeva qualche località, lei aveva buttato lì timidamente una Grecia, ma poi emergevano remore, difficoltà o altri impedimenti. Alla fine qualcuno suggerì: «E se andassimo a Roma?»

Certo non ci sarebbe stato da annoiarsi, ma, al contrario, non sarebbe stato un po’ troppo stressante il traffico della capitale per chi era ormai abituato al liquido scorrere del tempo sulla laguna?

«Sai, che a dire la verità» cominciò David «io a Roma non sono mai stato? È il colmo: ho viaggiato per tutta l’Europa, ormai, e ancora non conosco casa mia!»

Lorenzo lo appoggiò, aggiungendo: «Io ci sono stato varie volte,invece, ma ti assicuro che è sempre una nuova emozione tornarci».

Laura, forse contagiata da quelle parole affermò: «Allora, visto che siete già in due ad essere d’accordo, mi ci metto anch’io, così Olimpia non potrà farci cambiare idea.

Io sono stata a Roma solo tanti anni fa, praticamente da bambina e l’unica cosa che ricordo bene è la voglia di tornare che mi prese al momento della partenza».

«Bene, e Roma sia» suggellò Lorenzo, alzando il bicchiere per un brindisi.

La sola cosa che restava da decidere era la durata della vacanza, cosa che dipendeva, non solo dagli impegni di lavoro dei musicisti, ma anche dal budget, in particolare delle due amiche.

Quando all’avvicinarsi dell’estate si fissarono le date dei concerti, risultò che una settimana alla fine di luglio sarebbe saltata fuori.

Fatti un po’ di conti, realizzarono di che cifra avrebbero avuto bisogno e ci fu un gran daffare per riuscire a racimolare qualche foglio di filigrana per non dover dipendere totalmente da elargizioni familiari.

Laura, che era un tipo quanto mai estroverso e fantasioso, riuscì a trovare qualche negozietto che cercava commesse per il periodo pasquale e primaverile.

Anche Olimpia scovò qualche attività remunerativa: lezioni private, servizio di dog sitter.

Così, terminati gli esami, preparati rubando anche tempo al sonno e alle uscite con i compagni, ebbero a disposizione una piccola somma che permise loro di presentare a casa la richiesta di un “contributo vacanze” con la coscienza a posto.

Mentre per Laura non c’erano problemi, in quanto la famiglia le lasciava la più ampia libertà, Olimpia dovette rendere conto di dove andava, con chi, perché, per quanto tempo.

Prevedendo l’inevitabile terzo grado, già subito dopo aver deciso la vacanza, si sentiva inquieta e infastidita. Lorenzo aveva colto, dal suo comportamento, che c’era qualcosa che la impensieriva e così la invitò esplicitamente a parlarne insieme.

«Perché non mi dici cosa ti preoccupa? Non pensi che dovremmo condividere anche le cose meno piacevoli? O non ritieni che sia in grado di aiutarti in qualche modo?»

«Oh! No» lo rassicurò Olimpia «tu sei fantastico, sempre, ma mi rompe doverti raccontare che palle mi fanno venire i miei in certe occasioni» finì con lo sfogarsi.

«A proposito di che?» volle sapere.

«Ma della prossima vacanza estiva!» sbottò «Ma tu pensa se ormai ad uno sputo dal 2000, una maggiorenne e vaccinata deve ancora essere sottoposta ad un interrogatorio per sapere cosa farà, dove andrà, perché…»

«Capisco che la cosa ti innervosisca» la interruppe Lorenzo col suo tono calmo e rassicurante «ma, in fin dei conti, vogliono solo saperti sempre al sicuro».

«Dai, Lorenzo, mi sembri proprio i miei che, quando capiscono di essere andati un po’ troppo oltre, si giustificano dicendo che loro lo fanno per il mio bene, perché non vogliono che mi capiti nulla di male «lo bloccò lei, imitando la voce e le movenze dei familiari.

«Considera, poi,» continuò Lorenzo «che non conoscono né Laura né David e nemmeno il sottoscritto, quindi per loro potremmo essere anche un’accolita di tossici ribelli».

Al sentire paragonare i suoi amici ad una compagnia di disadattati asociali, Olimpia scoppiò a ridere, contagiando anche lui che, ridiventato serio, proseguì: «Sai cosa si potrebbe fare? Potremmo invitarli qui a Venezia per un giorno e andare a pranzo insieme. Cosa ne dici?»

«Vedi?» rispose «Tu sai sempre trovare la soluzione migliore» fu la sua risposta.

«In questo caso non è stato poi così difficile» si schermì Lorenzo,» anche perché era già da tempo che pensavo di chiederti di conoscere i tuoi. In fin dei conti, tu i miei li hai già conosciuti, almeno una parte. I miei genitori ti salutano sempre, quando ci sentiamo e penso che, al ritorno dalla vacanza, verranno in Italia per un po’, così ti potranno incontrare. Volevo farti una sorpresa, ma, come vedi, mi è scappato detto «terminò abbracciandola.

Olimpia era rimasta esterrefatta dalla notizia e non seppe far altro che rispondere di slancio all’abbraccio di lui.

Così, un sabato di aprile, tutto il quartetto si presentò alla stazione a ricevere i suoi genitori.

Fin dalle presentazioni, Olimpia capì che, soprattutto David e Lorenzo, cercavano in mille modi di offrire di sé un’immagine quanto mai positiva e tranquillizzante.

E ci riuscirono in pieno.

Contrariamente alle aspettative, anche lei finì col divertirsi, senza sentirsi costantemente sotto inchiesta.

Tra la cordialità signorile di Lorenzo, la spontaneità contenuta di David, l’estrosità di Laura non disturbava più di tanto, anzi…

Dopo un pranzo semplice ma gustoso alla “Rosa Rossa”, Lorenzo propose un caffè a casa sua, ben sapendo che l’ambiente raffinato avrebbe fatto una gran buona impressione sui “senior”.

Quando nel pomeriggio riaccompagnarono i coniugi Alessandri al treno, l’atmosfera che si era creata nel gruppo era certo molto più distesa e amichevole.

«Allora, ragazzi, buona vacanza. Divertitevi e non scolatevi troppo Frascati! «si congedò il padre, mentre stava già salendo sul treno.

«Beh! Abbiamo rotto il ghiaccio e non è stato poi così drammatico, no?» chiese Lorenzo per sondare l’opinione degli altri, uscendo dalla stazione.

Olimpia tirò un sospiro di sollievo: «Fhui! Anche questa è andata e meno peggio di quanto temessi!» dovette riconoscere.

A mano a mano che si avvicinava il giorno della partenza, gli amici cercavano di buttar giù un programma per riuscire a visitare e veder il massimo possibile.

«Non ci muoveremo mai da Roma o faremo qualche puntata nei dintorni?» si informarono Laura e David.

«Voi cosa preferite?» rimandò Lorenzo.

«Forse uscire un po’ dal caos della capitale ci aiuterebbe a rilassarci un po’, non trovate?» chiese David, guardandosi intorno per osservare l’espressione degli altri.

«Ma certo. Tanto più che vicino a Roma ci sono Ostia, Tivoli, Cerveteri…» cominciò ad elencare Olimpia.

«Frena, frena» la invitò Lorenzo «non abbiamo un mese a disposizione!»

«Hai ragione, ma cosa vuoi? Vorrei vedere tutto, immergermi in quel mondo che vorrei tanto aver conosciuto quando era vivo e sonoro!» dovette riconoscere con rammarico.

Ovviamente, prima di partire, tornò a casa per preparare la valigia. Nel cercare un paio di comodi sandali nel ripostiglio, si ritrovò a rovistare tra le tante scatole e scatoloni dove, da anni, venivano riposte le cose che si volevano conservare ma non erano di uso comune e frequente.

Tra queste, l’apertura di una vecchia cassetta di legno le provocò uno sfasamento da vertigine: c’erano in bella vista vecchie foto di famiglia, dei bisnonni e nonni paterni, Con un’emozione che da tempo non provava, si portò in camera quel tesoro riscoperto e, seduta a gambe incrociate sul letto, cominciò a vuotare lo scrigno.

I bisnonni non li aveva conosciuti, se non nelle fotografie che i nonni tenevano sulla loro credenza. C’erano alcuni biglietti di condoglianze, qualche vecchissimo telegramma, ma tutto passò in secondo piano, quando si accorse che, sotto tutto quel materiale cartaceo, c’erano qualche oggetto e qualche piccola scatolina.

Da un sacchetto di carta estrasse una kipà nera, che le ricordò le funzioni in sinagoga, quando il nonno la indossava. Dentro una scatolina da gioielliere trovò uno shaddai in argento e in un’altra un magen David. Quello lo ricordava bene: lo aveva visto tante volte al collo del papà, quando, da bambina, lui la faceva volare, prendendola in braccio.

Fu proprio quel reperto a farla riflettere: ma da quando il papà non frequentava più la “scola”, come la chiamava il nonno? Perché l’aveva tolta? Di questo non avevano mai paratalo, né lei mai, prima di allora, se ne era chiesto il motivo.

Sempre assai superficiali e quasi obbligati dalla mamma erano stati i suoi rapporti con la religione cattolica, per cui non si era preoccupata affatto di sapere come la pensasse il padre.

Stava per riporre il tutto, quando, d’improvviso, come ubbidendo ad un richiamo istintivo, tolse dal suo contenitore la bella stella di David e le venne voglia di indossarla, insieme al violino di Lorenzo. Quello che comunque non dimenticò mai di fare fu di nasconderla sotto le magliette, per non innescare in casa una sequela di domande da Sant’Uffizio.

Grazie ad alcune conoscenze, Lorenzo riuscì a trovare due camere in una piccola pensione dietro S. Pietro.

«Ottima posizione» fu il commento del gruppo «Perfetto per andare a Castel Sant’Angelo, ai Vaticani…» pensò subito Olimpia, studiando la mappa della capitale.

E quando finalmente arrivò il giorno della partenza, tutti erano elettrizzati: i due musicisti avevano già inaugurato con strepitosi successi la stagione concertistica estiva; le due amiche si erano liberate degli esami programmati, anche se non tutti con il massimo dei voti.

«Ma che mi frega!» pensava Olimpia al proposito «L’importante è eliminare il maggior numero di materie nel minor tempo possibile».

Non vedeva l’ora di finire l’università, perché già si immaginava, libera dallo studio, felice di pensare solo a Lorenzo, di sposarlo e condividere la sua brillante carriera.

Laura, negli ultimi tempi, prima della partenza, quando le sentiva fare questi discorsi, non sapeva che pensare: come poteva una ragazza così intelligente, vivace, sentirsi pienamente felice alla sola idea di vivere a fianco di un uomo, augurandosi che fosse per tutto il resto della vita?

Lei, invece, attraversava un momento piacevole, sereno: il suo rapporto con David non creava problemi a nessuno dei due. Spesso si vedevano e stavano insieme, era esaltante far l’amore con lui, ma se si chiedeva se avrebbe voluto che durasse per sempre, si sentiva prendere dall’angoscia, da uno strano senso di soffocamento. Forse anche perché sapeva che la sua laurea l’avrebbe portata spesso all’estero e molto lontano, faceva di tutto per non sentirsi avvinghiata da un sentimento esclusivo. Tutto sommato le piaceva poter sempre contare su dei momenti della giornata e su degli spazi solo suoi.

La sua indipendenza, aveva sempre pensato, non era in vendita e non l’avrebbe mai scambiata con un sentimento monopolizzante. Solo quando aveva capito che anche David era un po’ come lei, era riuscita ad accettare di condividere con lui il letto e parte del suo tempo.

La calda estate romana li accolse come peggio non avrebbe potuto: un temporale da storia li bloccò sul grande raccordo anulare. Dovettero attraversare anche alcune zone semi allagate, mentre nel cielo fulmini, sempre più frequenti, scoppiavano in veri e propri boati.

Trovato uno spiazzo libero da alberi e tralicci, che le folate di un vento rabbioso avrebbero potuto trasformare in proiettili, si fermarono ad attendere.

«Beh! Come inizio di vacanza non c’è male!» ironizzò Lorenzo.

«Pensa che peggio di così non potrebbe essere, per cui ora può solo migliorare» lo rincuorò David.

E in effetti, con la stessa velocità del lampo, il burrascoso evento meteorologico cessò. In un batter d’occhio, il sole trionfò e rese sfolgoranti edifici, statue, fontane. A tutti sembrò che la città avesse voluto, anche se un pochino in ritardo e con troppa forza, darsi una bella ripulita per festeggiare il loro arrivo.

Depositati i bagagli, passati sotto una tonificante doccia, uscirono alla conquista della città.

Prima di partire avevano stilato un minuzioso programma per ottimizzare il tempo e poter vedere tutto il possibile. Nel far questo avevano anche cercato di conciliare i vari momenti della giornata con i luoghi più adatti: il tramonto fu senza dubbio esaltante dal Pincio; una mattinata fu piacevole perdendosi tra i viali di Villa Borghese, dove poi rimasero tutto il giorno per una full immersion di arte e archeologia alla Galleria omonima e a Villa Giulia.

I primi giorni trascorsero febbrili ed avvincenti, soprattutto per Olimpia che avrebbe voluto avere i cento occhi di Argo per poter ammirare, contemplare contemporaneamente tutto quel patrimonio.

Pur se così occupata a saziare la sua voglia di conoscere, non poteva, a volte, non notare come Laura rispondesse quasi a monosillabi a David e come spesso lui cercasse di rimanere un po’ arretrato rispetto al resto del gruppo.

Le dispiaceva che gli amici non condividessero a pieno la gioia della vacanza e delle continue scoperte artistiche che tanto la riempivano di traboccante contentezza.

Una sera capitarono a cena in un piccolo locale a via de’Coronari: l’atmosfera era intima, sia per la sola presenza, oltre a loro, di una coppia di tedeschi, sia per una sapiente illuminazione fatta di candele e torce profumate. In un angolo, in fondo alla lunga sala, c’era un pianoforte e Lorenzo, di ritorno da una sosta in bagno, non poté far a meno di metter mano alla tastiera.

Il suono era morbido, suadente e, sotto il tocco delicato dell’improvvisato pianista, le note vagavano nell’aria, come iridescenti bolle di sapone. Catturato dalla magia del suono, Lorenzo si lasciò andare all’inseguimento di accordi e di melodie che gli nascevano spontanee. Pur con qualche incertezza, cercò di ricordare qualche brano di Schumann, mentre il proprietario, il personale e i due tedeschi gli si avvicinavano in silenzio.

Lasciate spegnere le ultime note, il pubblico applaudì con calore e non lesinò complimenti al concertista.

«Ammazzalo, quanto sei forte!» lo apostrofò il cuoco.

«Grazie. Ho solo voluto provare a me stesso se ancora mi ricordavo qualcosa» rispose con modestia Lorenzo, mentre si alzava.

«Come? Non è un musicista di professione?» gli chiese il proprietario.

«Musicista sì» confessò «ma il mio strumento è il violino».

«Veramente? Ma che bella coincidenza!» proseguì «Anche mio figlio studia violino. Fa solo il terzo anno, ma mi dicono che prometta bene».

Olimpia, Laura e David si erano avvicinati anche loro, felici del successo di quell’estemporanea esibizione.

«Scusate» fece Lorenzo, avvicinandosi agli amici «ma ora vorrei finire la cena, per la quale devo ora farle io i complimenti».

«Immagino che sarà qui in vacanza?!» lo seguì il proprietario.

«Già e i miei amici ormai avranno bevuto anche il caffè» cercò di disimpegnarsi.

«Ma se volesse venire a suonare qualcosa nelle prossime sere, ne sarei felicissimo»

«Grazie della proposta, ma vede…» stava per continuare, quando David gli si affiancò «Averlo saputo, potevamo portare gli strumenti!»

«Come? Anche lei musicista?» si inserì Ettore Giovannini, come si presentò il ristoratore.

«Sì, anch’io violinista.» rispose accennando un elegante inchino.

«Ma questo è troppo bello. Se permette, vado a cercare lo strumento di mio figlio, così potrà deliziarci anche lei.» Si entusiasmò il padrone di casa.

E infatti, di lì a poco, tornò con un astuccio dal quale estrasse un violino che, immediatamente, i due musicisti riconobbero come un normale prodotto di fabbrica, lontano dalla qualità dei loro strumenti.

Iniziò così un avvincente happening, in cui i due amici si scambiavano i ruoli: prima esecutore e poi ascoltatore, finché Lorenzo ritornò al piano e accompagnò David in alcune pagine di un repertorio romantico che, anche se non era proprio il loro preferito, riuscì tuttavia ad esaltare la ristretta platea.

Rinunciando a seguire con attenzione lo spettacolo, Olimpia preferì restarsene in disparte con Laura per cercare di farla parlare e sapere cosa la infastidiva.

«Dai, Laura, dimmi cosa c’è che non va. Cosa è successo tra te e David?» la spronò.

«È così evidente?» le rispose con la domanda.

«Assolutamente» sentenziò «e non vorrei che per qualche motivo c’entrassimo Lorenzo e io.»

«Ma cosa dici?» si stupì Laura «Ma niente affatto. È che, evidentemente, la continua e costante presenza reciproca ci sta asfissiando. Sono convinta che se avessimo fatto vacanze separate, saremmo i più felici innamorati del mondo».

«Mi dispiace» la confortò Olimpia, posandole una mano sul braccio «Vuol dire che, quando torniamo, ve ne starete per un po’ lontani»

«Già, ma, cosa vuoi?» proseguì Laura «credo di averlo temuto già prima di partire, che avremmo corso questo rischio, anche se non è mica la fine del mondo. Effettivamente, David è un’ottima compagnia, ma le nostre autonomie si scontrano anziché integrarsi, come è per te e Lorenzo. E ora, dai!» la invitò Laura, cambiando completamente tono «Godiamoci questo momento di indiretta celebrità»

Così tra un accordo, una melodia, un trillo, si fece tanto tardi che il titolare, accortosi del movimento del personale verso le cucine, capì che era ora di chiudere.

«Mi dispiace enormemente, ragazzi, ma purtroppo devo chiudere, se voglio evitare una multa salata. Comunque, è stata una serata meravigliosa. Non so come ringraziarvi, siete stati una compagnia fantastica. Quando potrò avere la gioia di riascoltarvi?»

Lorenzo rispose per tutti: «Credo che dovrà aspettare qualche occasione ufficiale. Alla fine dell’estate abbiamo un paio di concerti, a Tivoli e a Fiuggi. Sarà un piacere anche per noi incontrarla di nuovo.»

«Mi raccomando» volle assicurarsi Giovannini «non dimenticate di avvisarmi, quando sarete in zona!» e per essere certo che non lo scordassero, diede ad ognuno un bigliettino del locale.

Ogni giorno musei, palazzi, chiese svelavano agli occhi di Olimpia un patrimonio artistico sempre vario e ricchissimo. Si sentiva come un bambino nel paese dei balocchi.

La cosa che più la lasciò senza fiato fu la vastità inaspettata di Villa Adriana.

«Ma io non credevo che fosse grande come una città!» si sorprese, cercando di immaginare il Canopo circondato da porticati, statue e illuminato a festa nelle sere di ricevimenti.

Tornata dalla vacanza, si sentì arricchita sia da tutto quanto aveva ammirato, sia dalla consapevolezza che il suo rapporto con Lorenzo si faceva sempre più totale, coinvolgente.

Sapeva bene, comunque, che l’autunno avrebbe significato nuovi periodi di lontananza, ma la certezza del sentimento che li univa rendeva, in un certo senso, dolce anche la malinconia.

Il calendario, settimana dopo settimana, si assottigliava e, tra una lezione, un esame, una pausa di riposo, arrivò anche una nuova estate. Avevano appena cominciato a fare qualche progetto di vacanza, quando una sera Lorenzo le annunciò: «Temo che non avremo molto tempo quest’anno per andare insieme da qualche parte. Le date dei concerti sono piuttosto ravvicinate e a luglio mi hanno chiamato a Boston per una serie di lezioni in un college. All’inizio non volevo andare, ma poi ho visto questo» e le mostrò un articolo tratto da una rivista musicale. Anche se non troppo abile nel tradurre dall’inglese, Olimpia riuscì a capire che si trattava di una specie di master, di corso di specializzazione di tipo didattico.

«Vedi» le spiegò Lorenzo, posando le pagine su un tavolino «sembra quasi fatto apposta per me: come vedi, è sempre a Boston e le date si conciliano benissimo. Mi dispiace molto, credimi,» le confidò, serrandola tra le braccia «ma sono quelle occasioni che non capitano sempre».

«Non ti preoccupare» cercò di tranquillizzarlo «non credo che ci ameremo di meno per questo. No?» gli chiese respingendo con uno sforzo durissimo le lacrime che sentiva affiorare.

«Ma come puoi dubitarne» fu la decisa risposta di Lorenzo, prima di baciarla con tutta la dolcezza di cui era capace.

Il contributo che Olimpia e Lorenzo diedero ai bilanci delle poste e della Sip fu davvero notevole: lettere e telefonate erano frequentissime e varie. A volte, prevaleva una nota di intensa nostalgia, a volte le notizie di cronaca personale li rallegravano. Di cose da comunicare ne avevano un sacco e, così, per fortuna, c’era sempre qualcosa che polarizzava la loro attenzione, in modo che pensavano un po’ meno al tempo che ancora li avrebbe tenuti lontani.

Quando si ritrovarono, non riuscirono a capacitarsi di come avessero potuto sopportare quella separazione, visto che ora non potevano fare a meno di stringersi, guardarsi, parlare sempre fitto fitto tra loro in ogni momento.

Lui le parlò dei tanti ragazzi che aveva conosciuto e con alcuni dei quali si era subito sentito in sintonia.

«E …le ragazze? Com’erano?» lo interruppe Olimpia.

«Ragazze? Quali ragazze?» chiese stupito Lorenzo.

«Beh! Non sei mica stato in seminario!» cercò di scherzare «Ci saranno state anche delle musiciste» chiarì, calcando la voce sulle desinenze femminili.

«Ma sì» riconobbe lui «Certo che c’erano anche delle ragazze, è ovvio. Ma a me credi importasse?» le chiese guardandola fisso e dritto negli occhi.

Una sera di fine settembre, proprio mentre stavano cenando, il telefono di Lorenzo suonò e, dopo un «Pronto» lui cominciò a dialogare in un fluente tedesco. Olimpia riuscì a capire il proprio nome tra una serie di suoni che per lei erano privi di significato e aspettò, curiosa, che posasse il telefono.

«Che sorpresa! Era uno dei ragazzi che ho conosciuto a Boston. Si chiama Andreas Wegener. Sta vicino a Berlino ovest e suona anche lui in un piccolo complesso, un quartetto, mi pare. Forse ci vedremo, perché verrà per un giro di concerti in Italia.» Le raccontò Lorenzo, tutto entusiasta.

«Sbaglio o ho sentito il mio nome?» gli chiese Olimpia.

«Sì, naturale, gli ho parlato di te. Sa che sono legatissimo, per mia fortuna. Pensa che avrebbe voluto farmi conoscere sua sorella Greta, che farebbe carte false per sposare un italiano!»

Olimpia si lasciò sfuggire un «Ah!» deciso e molto sonoro.

Quando, qualche tempo dopo, ebbe l’occasione di conoscere Andreas, dovette convincersi che pareva fatto apposta per andar d’accordo con Lorenzo. Il quartetto Orpheus, di cui faceva parte, tenne un concerto a Cà Giustinian e, ovviamente, non se lo lasciarono scappare.

Non capendo il tedesco, Olimpia cercava di scambiare qualche frase con i ragazzi tedeschi in un inglese un po’ scolastico ma efficace.

Fu proprio durante la permanenza a Venezia dei musicisti germanici che una sera la televisione trasmise un fatto epocale: l’abbattimento del muro di Berlino.

Com’era logico, questo divenne con il gruppo dei nuovi amici l’argomento del giorno.

Mentre Olimpia credeva che questo avvenimento avrebbe entusiasmato senza riserve lo spirito teutonico degli ospiti, quando restarono soli, dopo una cena italo- tedesca, Lorenzo le spiegò che Andreas gli aveva espresso anche alcune riserve.

«Ma allora» gli chiese, «Andreas non è contento della riunificazione del suo paese? Cos’è, un filocomunista?»

«Macché!» la smentì deciso «Figurati che, anzi, ha degli amici che abitano nella DDR, per cui sa bene come hanno vissuto finora di là dalla cortina di ferro. Praticamente, è come se fossero sempre stati dei bambini: lo Stato era come un padre che mantiene i propri figli, impedendogli di avere preoccupazioni, pensieri, ma anche privandoli della libertà di desiderare, annullando ogni aspirazione. Più o meno gli dicevano: “Voi non dovete pensare a niente, c’è lo Stato che pensa per voi e vi assicura lavoro, cibo e vi organizza anche il tempo libero”. Non a caso, se ci pensi, lo sport nei paesi dell’est, e in particolare in DDR, ha sempre avuto molto seguito ed è stato praticato da un sacco di giovani».

«E allora, come mai, se tutto era così perfettamente pianificato, ora si è arrivati a questo… questa …rivoluzione?» chiese Olimpia, vivamente interessata.

«Perché non puoi spegnere l’anima dell’uomo. L’uomo è un animale politico, ma la politica non è solo fatta di piani quinquennali, di economia, di classi operaie. L’uomo è anche individuo, spirito, pensiero e queste cose non puoi circoscriverle con un muro. Senza contare l’elemento etnico: come puoi pensare di tener separato un popolo che, per tanti secoli della sua storia, non ha fatto altro che aspirare ad una unità culturale e politica, a volte, purtroppo, anche con conseguenze disastrose. Il pangermanesimo, la Gross Deutschland, sotto sotto, anche al di là della cortina di ferro, ha continuato a esistere, a condizionare gli animi più sensibili».

«Beh! Allora non dovrebbero essere tutti felici per questo evento? Anche i tedeschi hanno avuto il loro Risorgimento, come l’Italia dell’Ottocento!» commentò Olimpia.

«Non è così semplice!» la fece riflettere Lorenzo. «Prova ad immaginare come potranno sentirsi i cittadini dell’est messi a confronto con i fratelli occidentali. Saranno loro, senza dubbio, a sopportare un grosso, enorme sacrificio. Dovranno cercare di compiere, nel minor tempo possibile, tutto quel cammino, quel progresso che l’occidente ha compiuto in circa mezzo secolo. Ma ti immagini cosa sarà, per gente abituata a lavorare come dipendente dello stato garantista, ritrovarsi a mettersi in discussione, in concorrenza costante con i vicini, con i colleghi, cercare di diventare imprenditori, commercianti, gente che lavora e che rischia, anche, in proprio? E il problema della moneta? Il marco è forte, solido anche per noi italiani, ma per chi era abituato a dei soldi che non poteva spender altro che a casa sua, è un cambio da fantascienza. È logico e giustificabile l’entusiasmo dato dal veder cadere una barriera che ha contraddistinto un’epoca, ma adesso cominceranno i veri problemi e soprattutto per chi non è più un ragazzo. Vedrai se non ci sarà chi dirà che stava meglio quando stava peggio!»

Dopo quei giorni trascorsi tra un concerto e una disamina della nuova situazione tedesca, Lorenzo, Andreas e gli altri compagni rimasero in stretto contatto, tanto che cominciarono a programmare, per l’estate successiva, un giro per Berlino e dintorni. Laura, per parte sua, aveva già deciso che sarebbe partita per il Giappone, dove aveva intenzione di fermarsi anche un paio di mesi. Avrebbe cercato un lavoro come ragazza alla pari o qualsiasi altra cosa che le permettesse anche di frequentare un corso di giapponese.

Mano a mano che si avvicinava il giorno della partenza era sempre più elettrizzata; in lei, come al solito, si mescolavano i sentimenti più contrastanti: una lieve nota malinconica per allontanarsi da David era, però, allietata dalla attesa di nuove esperienze e conoscenze.

«Era il maggio odoroso e tu solevi così menare il giorno», rileggeva Olimpia, mentre cercava di sviscerare le sfumature più recondite dei Canti leopardiani, corso monografico dell’esame di italiano.

Stiracchiandosi dopo due ore di studio, le venne spontaneo pensare ad alta voce, mentre spingeva lo sguardo fuori dalla finestra socchiusa, dalla quale le arrivavano voci gioiose di giovani allegri.

«È il maggio odoroso e io meno il giorno su queste sudate carte» sospirò alzandosi per prendere dal frigo un bicchiere di tè freddo. «Ci sarebbero altri modi ben più piacevoli, però, di impiegare le giornate».

Infatti Lorenzo era partito perché gli amici tedeschi volevano organizzare qualcosa per festeggiare a novembre il primo anniversario della caduta del muro. Volevano anche fargli fare un giro e tastare un po’ il terreno anche in alcune città dell’ex DDR.

Quando, alla sera, Lorenzo la chiamava, avevano preso l’abitudine di scherzare sul fatto che lui le avesse affidato la casa, chiedendole, non solo di dare acqua e luce alle piante, ma soprattutto, di riempirla con il suo profumo, la sua voce, perché gli piaceva immaginarla lì, quando si sentivano.

«Si’, sono la domestica del Maestro Vianello» gli rispondeva a volte, ridendo.

«Il maestro Vianello non è in casa. Lasciate un messaggio…» inventò, con voce seria e impersonale da segreteria telefonica, quando quel pomeriggio andò a rispondere, ma si stupì e si riscosse subito, quando, anziché Lorenzo, sentì, inaspettatamente, un don Giovanni dal tono grave e asciutto.

«Ciao Olimpia».

«Oh! Scusi,don, credevo…»

«Sì, sì, immagino» la interruppe

«Vorrei parlarti, Olimpia. Posso passare?»

«Certamente; lo sa bene che lei è di casa qui»

«Bene. A tra poco, allora.»

Dall’appartamento di Giuliano le pareva di udire un certo tramestio: il telefono suonava e si susseguivano brevi, inudibili conversazioni. Sentì aprirsi la porta del piano di sopra, proprio mentre stava per andare ad accogliere il prete.

Nell’ingresso si incontrarono tutti: Giuliano aveva gli occhi rossi, Marilena aveva il naso nascosto in un fazzoletto che sembrava ormai fradicio e don Giovanni, ancora sulla porta, aprì le braccia in un gesto insieme di sconforto e di offerta di rifugio.

«Ma cosa c’è? Che succede? Mi volete spiegare?» chiese Olimpia con ansia crescente, guardando ora l’uno ora gli altri.

Toccò a Marilena, più per caso che per calcolo, rivelarle l’accaduto. Ma prima di parlare, la serrò in un abbraccio da togliere il respiro.

«Lorenzo» cominciò con voce rotta e titubante «ha avuto un incidente con la macchina. C’è stato uno scontro, vicino a Lipsia.» Non poté proseguire subito, perché Olimpia si divincolava e cercava di guardarla in viso, ma lei sapeva che, se l’avesse avuta di fronte, non avrebbe trovato la forza di dirle che Lorenzo era morto. Non poteva sopportare di spararle quel proiettile negli occhi, prima che nel cuore.

«Dov’è? Come sta??» chiedeva cercando di sciogliersi dal suo abbraccio.

«Sii forte!» intervenne don Giovanni, mentre cercava di inghiottire dolore e lacrime.

A quelle parole, Olimpia si riscosse e, smessa la sua lotta tra le braccia di Marilena, tese una mano verso il prete. Allentatasi la stretta, si liberò per rivolgersi a lui, che la ricevette, mentre lei, come in trance, chiedeva: «Allora… è …morto?»

Nessuno poté risponderle, d’altronde non serviva: ormai nessuna parola avrebbe più avuto senso.

Rientrarono tutti nel salotto, dove c’erano ancora i suoi libri aperti sul tavolo.

Giuliano le prese le mani e la guardò a lungo, quasi volesse cercare in lei una risposta, temendo uno scoppio di pianto, uno svenimento.

Con una calma assurda e innaturale, Olimpia, gli occhi asciutti, come se avessero esaurito già tutte le lacrime, proclamò: «No, no, non è vero. Voi volete mettermi alla prova, vedere come reagisco… Non è così?» chiese, guardandoli come se li vedesse per la prima volta.

«Olimpia, senti…» cercò di parlarle il don.

«Andate via, per favore», chiese con tono supplice.
«Vi prego, andate via. Lasciatemi» ripeté ancora flebilmente, mentre si allontanava lei verso la porta d’ingresso.

«Andate via!» urlò con quanto fiato aveva e tanto improvvisamente che tutti sussultarono. E continuò a ripetere quell’ordine, quell’invito, con una varietà di toni sempre più sfumati: «Andate via, andate via…»

Giuliano andò in cucina e tornò con un bicchiere d’acqua che le porse, ma Olimpia spiazzò tutti dirigendosi decisa verso la camera da letto, richiudendo con forza la porta con la chiave.

Marilena si riscosse e cercò di prendere in mano la situazione: «Non possiamo lasciarla così. Ci vorrebbe un medico, qualche sedativo…»

«Già, forse avremmo dovuto pensarci prima, ma come si può avere la freddezza, la lucidità in momenti come questi.» rifletté Giuliano, lasciandosi sedere pesantemente in poltrona.

«Quando arriveranno i tuoi?» chiese poi al marito. «Dovremmo pensare noi ad organizzare tutto. Vai, Giuliano, vai tu con don Giovanni, se può accompagnarti. Io resto qui e cercherò di convincerla ad uscire, di parlarle.»

Dalla camera da letto non giungeva un lamento e Marilena, preoccupata, si avvicinò.

«Olimpia, per favore, ti prego, apri. Lascia che almeno piangiamo insieme!» Ma Olimpia era insensibile a tutto: si sentiva come una pietra gettata in fondo a un baratro.

Si era andata a rannicchiare in un angolo, per terra, tra il muro e il comodino, dalla parte di Lorenzo. Un fachiro non avrebbe potuto tenere più a lungo la totale immobilità.

La stanza si riempì, a poco a poco, di ombre, che, poi, divennero un unico buio che la avvolse. Fu il telefono che la fece sobbalzare all’improvviso, prima che Marilena rispondesse. Ormai la notizia doveva essere circolata tra gli amici, i colleghi del conservatorio e chissà quanti avrebbero cercato di sapere…

«Olimpia?! Ho preparato qualcosa da mangiare, vieni», la invitò, anche se con poca speranza di essere ascoltata. E invece, la porta si aprì e Olimpia, come un’apparizione, emerse dal buio, accecata dalle luci accese. Purtroppo, certe necessità fisiche reclamavano di essere soddisfatte e il bagno, di cui aveva urgente bisogno, l’aveva costretta ad uscire. Marilena ne approfittò per cercare di avvicinarla, ma riuscì solo a parlarle attraverso la porta chiusa.

«Olimpia, è vero, quello che è successo è una tragedia, un dramma impensabile e insopportabile. Posso immaginare cosa provi, come ti senti ora, ma credi che anche per Giuliano e per me sia facile questo momento? Lorenzo era suo fratello e hai visto anche tu quanto forte fosse il loro legame. Dobbiamo cercare di essere uniti e farci forza a vicenda. La perdita che abbiamo subito è enorme, ora ci sembra di avere un buco vuoto al posto del cuore, ma dobbiamo prepararci intanto per salutare degnamente Lorenzo e poi sarà il tempo del rimpianto e del ricordo», concluse singhiozzando.

Quando finalmente Olimpia uscì e se la trovò di fronte, muta e senza forze, non poté fare altro che abbracciarla.

Non avrebbe mai pensato che un dolore così tremendo potesse avere un effetto anestetizzante: era vuota, priva di ogni sensazione, di ogni desiderio. «Forse la morte è questa» pensò ad un certo punto.

«Chissà se è difficile morire» chiese ad alta voce, mentre Marilena l’aveva convinta e costretta a bere almeno qualcosa.

«Mio Dio!» si spaventò, «Ma cosa stai pensando? Per favore, Olimpia, ritorna in te!»

Nei giorni che seguirono, senza quasi che lei se ne accorgesse, non rimase mai sola: Giuliano, anche se molto indaffarato per le incombenze della grave circostanza, aveva cercato di creare una specie di turni di guardia.

Laura rimase a lungo ogni giorno con lei, ma Olimpia non parlava, non permetteva a nessuno di scalfire la solitudine da cui si sentiva avvinghiata.

L’incontro con i genitori di Lorenzo, che tante volte aveva immaginato, avvenne in una sera di temporale, di quelli che la primavera, a volte, come una donna bella e capricciosa, scatena quasi a voler sorprendere tutti con la propria forza.

Loro, che l’avevano vista solo nelle numerose foto che il figlio aveva spedito in America, stentarono a riconoscere in quei buchi infossati, quegli occhi così grandi e ridenti.

Anche loro, d’altronde, erano totalmente trasformati, azzerati da quella rapina.

Giuliano non ebbe bisogno di presentarli, comunque, tanto che la madre, non appena se la trovò di fronte, con la voce rotta e ridotta ad un sussurro, dichiarò: «No, non così, non dovevamo incontrarci in questo modo, per questo atroce dolore! Anche tu gli volevi bene e avrei tanto voluto averti come una nuova figlia. Che destino!»

Olimpia guardava quei due distinti coniugi, che tante volte aveva immaginato: il padre era, apparentemente, il più forte, chiuso in un dolore asciutto, quasi altero; la sua statura gli permetteva di tenere abbracciata con grande naturalezza la moglie, che gli arrivava alle spalle e che, spesso, durante il servizio funebre, nascondeva il viso contro il suo petto.

Amici musicisti e colleghi del conservatorio avevano voluto rendere omaggio a Lorenzo suonando il Requiem di Mozart.

Quelle note parevano scritte apposta per esasperare l’asprezza del dolore di Olimpia: non c’era consolazione in quella musica, non la speranza di una pace eterna nella quale tutti ritrovarsi, ma un senso di vertigine da cui piombare in un abisso.

Era la prima volta che assisteva ad un funerale a Venezia: quello scivolare sull’acqua delle gondole nere era la metafora stessa della vita e della morte.

I genitori di Olimpia avevano detto e fatto di tutto per convincerla a lasciare Venezia e tornare a casa, a riprendere i contatti con le amiche di un tempo, ma lei era stata irremovibile: voleva e doveva restare lì, continuare ancora a cercare e respirare l’eco del profumo di Lorenzo sul suo cuscino, nei suoi vestiti, ad accarezzare quegli spartiti, fitti di segni a matita, frutto delle sue lunghe prove.

David, dopo aver trascorso qualche giorno in preda ai forti vapori dell’alcol cui si era abbondantemente dedicato, non faceva che ripetere a tutti: «Non avrebbe dovuto lasciare il gruppo per andare a fare il solista nell’alto dei cieli».

Anche Giacomo era annichilito: gli pareva che il suo violoncello non cantasse più, non avesse più voce, ora che non poteva più sostenere con le sue note il canto del violino di Lorenzo.

Se una grande confidenza e facilità di dialogo con i genitori non l’aveva mai avuta, ora più che mai Olimpia si sentiva sola, non potendo confidare né all’uno né all’altro, quanto le mancasse Lorenzo, anche fisicamente.

Le amiche di Ferrara, a turno, cercavano di trascinarla fuori di casa, di stimolarla a riprendere in mano i libri.

«Dai, Olimpia, lo sai che il lavoro e lo studio sono spesso una buona terapia antidolore!»

Ma queste erano tutte parole che, a volte, quasi la infastidivano.

Ma, nonostante tutto, il tempo passava e la forza dell’istinto di sopravvivenza della specie umana ebbe ragione anche della voglia di morire che, ogni tanto, la allettava.

Così, alla fine, con una passività che non si era mai riconosciuta, aveva accettato l’idea di cambiare totalmente vita, trasferendosi anche con l’università.

Fu una decisione maturata lentamente, perché le pareva che sarebbe stato un nuovo addio a Lorenzo, dal quale ancora non si sentiva separata, ma, comunque, ad un tratto si accorse che non aveva più voglia di lottare con chi la invitava a tornare a Ferrara, genitori o amiche che fossero.

A lungo e più volte ne parlò a Giuliano e Marilena, che vedeva molto preoccupati per lei, per la sua salute, per i suoi studi. Anche per loro Olimpia era un ricordo vivente di Lorenzo e le erano legatissimi, ma si rendevano conto che non poteva restare legata ad un passato sul quale era calato tragicamente un sipario definitivo.

Del resto anche diverse compagne si erano trasferite nell’ateneo cittadino e le offrivano con piacere di aiutarla ad inserirvisi.

Certo, quello che le costò più fatica, non fu tanto l’adattarsi ad un diverso ambiente di studi, quanto piuttosto dover tornare a vivere in famiglia, a dover render conto delle uscite, delle compagnie frequentate, a dover condividere per forza, almeno una parte (senza dubbio quella più superficiale) dei propri pensieri.

Fu questo malessere che le diede la spinta per cercare di rendersi autonoma il prima possibile.

Così macinò libri su libri, facendo la spola tra la facoltà, la biblioteca e la sua camera, dove restava per ore, quasi sempre dopo cena, a studiare e preparare un esame dietro l’altro.

I genitori, che la vedevano così motivata allo studio, si congratulavano con lei, non potendo immaginare che per Olimpia il tutto era finalizzato alla ricerca di un lavoro e all’uscita di casa.

Quando dovette decidere la tesi, non ebbe dubbi: storia della musica, il cui esame le aveva fruttato un trenta e una grande soddisfazione personale per come era stato condotto con il docente. Le era sembrato di conversare con un coetaneo, più che sostenere un esame.

Le era parso di sentire attorno a lei una presenza amica, un conforto; per lei, che credeva nella sopravvivenza dello spirito, non c’erano dubbi: Lorenzo era accanto a lei.

La scelta dell’argomento fu un po’ più ardua, perché lei, in fin dei conti, non era musicista e doveva quindi cercare qualcosa che le permettesse di coniugare la musica con qualche altro ambito artistico o storico sul quale si sentisse più ferrata.

Grazie anche all’aiuto del docente, che aveva apprezzato le sue considerazioni sui Brandeburghesi di Bach e che la indirizzò verso qualcosa di locale, del periodo d’oro della storia estense, trovò un quasi sconosciuto musicologo e teorico del ‘500, che inserì in un discorso più ampiamente culturale.

La preparazione della tesi la occupò per diversi mesi, ma le diede anche la sensazione di stare facendo finalmente qualcosa di personale, che la gratificava.

Ogni tanto, specie i primi tempi dopo il suo rientro a Ferrara, quando un sapore agrodolce di rimpianto riaffiorava, faceva una scappata a Venezia, a trovare Giuliano e Marilena. Non trovava, però, mai il coraggio di entrare nell’appartamento del piano terra che era rimasto sempre vuoto.

«Non ce la sentiamo di toccare nulla, di togliere neppure il nome sul campanello», le confidò una volta Marilena.

«Ogni tanto vado a dare aria alle stanze, a ripulire dalla polvere, ma preferisco lasciare tutto così, come se Lorenzo dovesse tornare all’improvviso.» Confermò Giuliano. «Sarò un idiota, ma è più forte di me!»

«No, hai ragione. Ti capisco benissimo» Convenne anche Olimpia. «Sarebbe quasi blasfemo sapere che dentro ci vive qualche estraneo»

Quando seppero che si sarebbe laureata, non vollero mancare, quando discusse la tesi e si unirono a genitori e amici per festeggiarla.

Tutto sommato, per Olimpia quello fu un giorno speciale, una data da evidenziare sul calendario. Sarebbe stato difficile dimenticarla, anche perché i genitori, per rendere ancor più solenne l’evento, le fecero trovare, come regalo di laurea, le chiavi di una macchina. Ovviamente questo le fece un enorme piacere, perché le sarebbe stata utile in caso avesse dovuto raggiungere scuole fuori città. Tuttavia, se le avessero chiesto cosa desiderava, forse, gli avrebbe fatto spendere meno, chiedendo i soldi per un viaggio, quel viaggio in Grecia che era stato solo un fugace pensiero poco prima che Lorenzo se ne andasse.