Si aspettava molto da quel 1992, che era appena iniziato, anche perché aveva già cominciato a prepararsi per il concorso a cattedre: non doveva, non poteva fallire; superare quella prova voleva dire per lei iniziare una nuova vita, conquistare la tanto sospirata indipendenza.

Quando iniziò ad essere chiamata per qualche supplenza ed entrò per la prima volta in un’aula per andare a sedersi dall’altra parte della cattedra, si stupì al pensiero dell’effetto che avrebbe fatto agli allievi che le stavano di fronte. Ricordava ancora troppo bene come, a lei adolescente, sembravano vecchie quelle insegnanti che pure avevano la sua età attuale.

Troppo vivi e freschi erano nella sua memoria episodi di vita scolastica per non essere in grado di capire certi atteggiamenti dei ragazzi. Non le fu dunque difficile entrare in confidenza con loro e ciò, a volte, andò a scapito della disciplina che le costava un po’ fatica tenere.

Inaspettatamente, invece, trovò maggiori problemi nel relazionarsi con quelli che ora erano colleghi che, essendo più anziani e di ruolo, la snobbavano e, spesso, non la salutavano neppure.

«Alla faccia dell’educazione!» pensava. «E questi dovrebbero essere gli educatori, quelli che formano le menti, le personalità di domani?!»

In casa cominciava a preparare il terreno per il giorno in cui si sarebbe trasferita, ancora non sapeva dove.

Giuliano e Marilena seguivano i suoi passi, tenendosi costantemente in contatto con lei e questo, a volte, le procurava un rigurgito di nostalgico rimpianto, di malinconia, ma si accorgeva anche che, poco alla volta, le loro telefonate, le visite reciproche cominciavano ad acquistare valore per se stesse e non più perché supportate dal ricordo di Lorenzo.

Finalmente, con fatica, ma anche con enorme soddisfazione, si trovò al di là dell’ostacolo: ora era a tutti gli effetti una professoressa di lettere alla scuola media.

Mentre faceva tirocinio in una classe, conobbe una ragazza, anche lei fresca vincitrice di concorso di una cattedra di matematica.

«Ciao. Io sono Patrizia Feletti, matematica» si era presentata, molto alla spiccia, completando l’autopresentazione con una sapida osservazione dialettale: «Con st’il zzuc, an s’fa gnanc di caplazz!»

Simpatizzarono subito: spesso si trovavano in sala insegnanti per un caffè e Olimpia non finiva di stupirsi della spontaneità di quella ragazza acqua e sapone. Acqua e sapone in tutti i sensi: sia per la genuina naturalezza del modo di fare, sia per l’assoluta assenza di ogni civetteria o cosmesi. Del resto, il profilo dalla dantesca rassomiglianza avrebbe certo stonato con i colori di qualsivoglia maquillage.

Anche se finirono per essere collocate in paesi piuttosto lontani, restarono in contatto e spesso si trovavano per un cinema, una pizza, un teatro, finché una sera Patrizia la sorprese con una rivelazione bomba.

Era l’inverno del 1994 e mancava ormai poco alle vacanze di Natale, perciò la telefonata dell’amica non la sorprese più di tanto.

«Ciao!» squillò la voce al telefono «ti va di uscire stasera?» le chiese a bruciapelo.

«Volentieri!» accettò Olimpia. «Che si fa?»

«Passo a prenderti verso le otto e poi andiamo a farci una pizza in un posto tranquillo.» le comunicò, dando già per scontato che il programma le andasse bene.

«D’accordo. A più tardi, allora!», concluse riattaccando.

Quando si trovarono sedute davanti ad un boccale di bionda e amara birra tedesca, Patrizia esplose: «Ho deciso di chiedere il trasferimento a Milano» e si attaccò al bicchiere, mentre Olimpia elaborava velocemente la notizia.

«Per chi?» le venne spontaneo chiedere.

«Come, per chi? Non perché?»

«Senti,» tagliò corto, deglutendo una fresca sorsata «se hai preso una decisione del genere, ci deve essere sotto un uomo».

«Vacca, se sei astuta!» la complimentò con il suo solito colorito vocabolario. «È vero. Mi sposo ad aprile e…»

«Ma che ti venga un colero!» le fece eco Olimpia. «Così, tutto in una volta! Non mi hai mai parlato di nessuno e ora salta fuori che ti sposi. Ma sei sicura?»

«Certissima, tranquilla!»

«Vuoi darmi qualche altra informazione o sono cose coperte dal segreto istruttorio?» incalzò, riprendendosi dalla sorpresa.

E Patrizia le raccontò che, durante l’estate, aveva conosciuto al mare un tipo stratosferico: fisico da modello, cervello da premio Nobel, simpatia da vendere. Era un promotore finanziario e di soldi gliene dovevano girare parecchi, perché si trattava alla grande: macchina, vestiti, accessori, regali…tutto al meglio.

«Beh! Allora, quando sarai la moglie di Hans Bruckner, non troverai neppure il tempo di insegnare, visto che dovrai impegnarti a fondo per spendere tutti i soldi che guadagna!» la canzonò Olimpia, solo un po’ dispiaciuta al pensiero di perdere un’amica. «Che culo che hai! Ha anche un nome esotico, questo miracolo!» concluse, linguazzandosi le labbra dalla schiuma biancastra.

Quello pareva proprio il suo anno fortunato, perché a Patrizia non poteva andare meglio di così: il matrimonio fu, nonostante tutto, sobrio anche se raffinatissimo, la crociera del viaggio di nozze sembrava una puntata di una soap opera americana e a giugno ebbe il trasferimento.

Non fu avara nel raccontare tutto ad Olimpia, subito dopo il suo ritorno e lei ascoltandola si rallegrava per la felicità dell’amica.

Per i primi mesi, dopo il trasferimento, si sentirono spesso e la neo signora Bruckner l’invitò a Milano in occasione delle prossime vacanze di Pasqua.

«Allora ci sentiamo la prossima settimana, così fissiamo gli orari.» le promise Patrizia, una sera nel salutarla al telefono.

Anche Olimpia non vedeva l’ora di incontrarla, perché aveva anche lei qualcosa di nuovo: aveva finalmente trovato una casa e, finito l’anno scolastico, ci si sarebbe insediata.

Certo, chiamarla casa era un po’ esagerato, ma per lei era perfetta. Era una vecchia mansarda, con un bel terrazzo e lei pensava già di appenderci un cartiglio con il motto ariostesco «Parva sed apta mihi».

Visto che da Milano non aveva ancora avuto conferma per la visita fissata, Olimpia pensò di prevenire l’amica con una telefonata, un paio di giorni prima della data di cui avevano parlato. Non si sorprese troppo nel non trovare nessuno in casa e decise che avrebbe riprovato all’ora di cena. Ma anche quel secondo tentativo fallì, come pure quelli fatti il giorno successivo.

Olimpia non sapeva cosa pensare: è vero che Patrizia era un po’ imprevedibile nelle sue decisioni, ma riteneva che, se avesse deciso di partire per qualche vacanza estemporanea, l’avrebbe comunque avvisata. Poiché telefonicamente non riusciva a raggiungere l’amica, neppure sul cellulare, provò con un telegramma, cui però non fece seguito alcuna risposta. Pur preoccupata per quell’inspiegabile silenzio, non sapendo come contattarla, cercò di mettersi il cuore in pace. In questo fu anche aiutata dagli impegni per il suo trasloco. Anche i colleghi le avevano dato una mano per i lavori necessari, così, quando a settembre si dichiarò soddisfatta del risultato, ricambiò tutti con una cena inaugurale e benaugurante.

Il posto era un po’ angusto, ma le otto persone invitate riuscirono a passare una allegra, piacevole serata. Ovviamente, aveva invitato anche Laura, con la quale si era sempre tenuta in contatto e che aveva seguito, sulla carta o per telefono, nelle sue numerose peregrinazioni. Delle sue amiche era stata l’unica a laurearsi a Cà Foscari, anche perché di atenei in cui si imparasse il giapponese non ce n’erano molti altri. Lo spirito indipendente di Laura, logicamente, non aveva resistito a lungo al legame monogamico con David che, in tutti quegli anni, aveva avuto diversi successori. Tra i suoi volumi Olimpia aveva numerosi segnalibri che erano le cartoline esotiche inviatele dall’amica. Purtroppo, la sera dell’inaugurazione della casa, Laura era impegnata come interprete ad un convegno che si teneva ad Osaka.

«Ti prometto, però, che non appena avrò qualche giorno libero, verrò a trovarti, così mi dovrai ospitare nel tuo regno!», le assicurò quando Olimpia l’aveva chiamata.

«Immagino che quando avrai tempo tu, io sarò già in pensione!» la canzonò bonariamente, riconoscendo che aveva davvero voglia di rivedere l’amica.

Nonostante tutto non aveva neppure rinunciato a cercare Patrizia, ma, purtroppo, ogni tentativo era rimasto infruttuoso.

La sua nuova situazione logistica si rivelò per Olimpia quanto mai soddisfacente: era orgogliosa di quel luogo suo, pieno di lei, dei suoi pensieri, delle sue cose, dei suoi ricordi, della sua libertà. Libertà di andare, venire, uscire, ma anche di starsene tranquilla tra i libri, la musica e la TV.

Chissà come, ma si era ritrovata, a volte, qualche domenica pomeriggio a seguire con crescente passione, le gare di Formula 1. Il mondo dei motori, la velocità, i pericoli affrontati con decisione dai piloti migliori, pennellando le curve dei vari circuiti, esercitavano su di lei un fascino indiscutibile.

A volte, la sera, soprattutto in inverno, mentre correggeva dei compiti o sfogliava qualche testo per la lezione del giorno dopo, teneva accesa, in sottofondo, la televisione, cui, di tanto in tanto, rivolgeva un minuto di attenzione.

Quella sera era particolarmente inquieta: la giornata era stata pesante, con le cinque ore di lezione e le tre dei consigli di classe, pertanto non aveva proprio voglia di impegnarsi in alcun modo. Girellando tra i vari canali televisivi, capitò su una trasmissione che stava iniziando proprio allora: “La cintura di Orione” era il titolo che stava sfumando, subito seguito dai nomi dei due conduttori, Fabio Valeri e Giulio Claudio Erneti. Quel nome le illuminò i ricordi: poteva essere proprio quell’Erneti veneziano che con Lorenzo era andata a sentire un pomeriggio in libreria? Quando apparve sul teleschermo l’immagine di Istambul, vista dal Corno d’Oro, la telecamera zumò su un’imbarcazione per dare un primo piano di… Era proprio lui, Olimpia lo riconobbe, soprattutto dalla voce, perché, effettivamente, l’aspetto dello scrittore era molto cambiato. Il viso, ora, era ornato da un giro di barba e baffi bianchissimi, come pure candido era il caschetto di capelli che il vento scompigliava. Il viso virile, dalla carnagione abbronzata, forse dalle lunghe giornate di scavo, pensò affascinata, con le labbra così marcate, le ricordava quello dei bronzi di Riace. Olimpia non sapeva se l’attenzione che le si era accesa fosse motivata dal luogo esotico o dalla presenza di un personaggio che per lei, era comunque legato al ricordo di Lorenzo. Fosse come fosse, d’improvviso la stanchezza e l’opacità della mente furono cancellate e si trovò a seguire quelle immagini con una partecipazione e un interesse incalzanti.

D’altro canto, l’argomento non poteva non coinvolgerla, visto che trattava della conquista di Gerusalemme da parte dei Crociati il 15 luglio 1099. Curiosa era, poi, quell’analisi del cielo, quella visione della volta celeste sulla città santa, in quella data, come se, dopo aver assistito alla violenza, agli scontri sulla terra, l’obiettivo della memoria storica si librasse nelle sfere celesti, alla ricerca di ordine, equilibrio e armonia. Da allora cercò di non mancare mai all’appuntamento settimanale con “La cintura di Orione”, tanto che si fece regalare un videoregistratore dai suoi, in occasione del successivo compleanno.

Spesso, per dovere o per piacere, bazzicava gli scaffali di librerie e biblioteche, così le venne la curiosità di andare alla ricerca delle pubblicazioni di Giulio Claudio Erneti. Scoprì, così, che, oltre a “Voci antiche” e a quelle che conosceva già, erano anche stati pubblicati “Il ragazzo della Chimera”, “Le armi dell’oplita” e ”Nella terra degli Dei: viaggio nella Grecia di ieri e di oggi”. Logicamente uscì con quell’ultimo libro, che la convinse ancora di più di come il desiderio di conoscere quel paese le stesse crescendo dentro. D’altronde, per chi, come lei, doveva insegnare anche la storia classica e l’epos omerico, era indispensabile una spedizione sul campo. Ma il libro le rivelò anche la personalità, la fisicità dello scrittore che le piaceva seguire in televisione nei suoi viaggi insieme al tempo e alle stelle.

Fu così che, pagina dopo pagina, trasmissione dopo trasmissione, scoprì di nutrire per quel personaggio, a lei ormai così familiare, un’ammirazione, una simpatia assolutamente speciali: fascino e carisma personali in lui si sommavano a quelli delle materie di cui era esperto conoscitore e divulgatore.

Quando quel pomeriggio, ormai alla fine dell’anno scolastico, sbiciclettando per via Garibaldi, l’occhio le cadde su una locandina appesa nella vetrina di una libreria, per poco non ruzzolò dalla sella, per una frenata bruciante: la settimana seguente, nelle sale del Museo Archeologico, lo scrittore e archeologo Giulio Claudio Erneti avrebbe presenziato all’inaugurazione di una mostra di reperti etruschi, recentemente recuperati.

Il resto si sbiadì ai suoi occhi, ma quello che aveva letto le bastava. Che occasione poter incontrare il suo mito letterario (solo letterario?)! Diligentemente si annotò giorno e ora: per quella data non poteva prendere impegni.

Già, lei sicuramente si sarebbe tenuta libera, ma il lavoro glielo avrebbe concesso?

Tre giorni dopo ci sarebbe stata la riunione preliminare per l’inizio degli esami di licenza e lì avrebbe conosciuto il calendario dei suoi impegni.

Il presidente, in apertura di seduta, disse subito che i giorni degli orali li avrebbe decisi durante le prove scritte, così Olimpia visse quelle giornate come sui carboni ardenti, finché non saltò fuori, naturalmente, che il pomeriggio archeologico lei lo avrebbe passato a scuola.

«Ma porca vacca, boia miseria!» scancherava mentalmente «Ma ti pareva che non andasse a finire così! Ma possibile che con tanti giorni …no, proprio quello lì dovevo beccare! No, no, bisogna che senta se riusciamo a fare un cambio di sezioni.»

Andò a chieder ad ogni collega del corso parallelo se avrebbe avuto qualche problema ad invertire una delle sedute degli orali e nessuno le fece difficoltà, ma il destino… Il collega di educazione fisica, scusandosi molto, le comunicò che non era possibile a causa di altri impegni in altre scuole e quindi…

«Ma quando mi capiterà più un’occasione così?» si tormentava Olimpia, mentre riguardava l’appunto con la data, come se, a forza di guardarlo, questa potesse mutare.

«Chissà se almeno ci spicciassimo e potessi arrivare per la conclusione!», si augurava, pur con poca convinzione, rileggendo «ore 17».

Alle tre di quel fatidico 20 giugno, Olimpia iniziò la sua sessione di esami. Per fortuna, gli alunni da interrogare erano quasi tutti i migliori, per cui, si riprometteva di essere rapida. Purtroppo non aveva tenuto conto delle solite pittime, che non stanno bene se non scandagliano anche i dettagli più minuscoli di ogni argomento.

«Bravissimo, come sempre, Curti!» esclamò gongolando la Raffoni di matematica.

«E, senti un po’,» continuò gonfiandosi di orgoglio, «prova a spiegare, come sai fare tu, a questi signori» e indicava con la mano i colleghi, come se volesse scusarsi di fronte all’alunno per la loro ignoranza «la teoria della selezione della specie, secondo le varie ipotesi succedutesi nel tempo.»

Il povero Curti, sudando, cominciò la sua dotta esposizione, con linguaggio appropriato e un piglio sicuro, anche se il sudore che gli colava dalla fronte, indicava chiaramente che avrebbe preferito salutare tutti e andarsene a rinfrescarsi con un gelato.

Olimpia cercò di supportarlo: «Benissimo, Curti. Sei sempre stato attento e impegnato. Io credo che forse…» stava per aggiungere un «possa bastare», quando la Raffoni, come espulsa da una molla, scattò in piedi e l’investì: «Ma come ti permetti di interrompere un mio alunno, mentre sta rispondendo alla mia domanda?»

Olimpia, che non poteva certo prevedere una reazione del genere, rimase senza parole, in piedi, alle spalle del candidato, dove le piaceva, ogni tanto, andare a posizionarsi, per diluire la tensione da plotone di esecuzione che, in certi momenti, si veniva a creare.

Fu la collega di inglese che intervenne al suo posto: «Veramente, se permetti, Curti è alunno di tutti noi e non tua esclusiva proprietà. E poi, proprio perché lo conosciamo bene, non mi sembra il caso ci sia bisogno di torchiarlo a lungo.»

A quel punto, Olimpia, ripresasi dallo stupore, si ricordò di essere la coordinatrice del consiglio di classe e, così, ritornata al suo posto, propose: «Se nessuno dei colleghi ha altro da aggiungere, credo che potremmo congedare il povero Curti». Si guardò attorno e notò con piacere che, Raffoni a parte, gli altri docenti annuivano e sorridevano sollevati.

Ma la tempesta non era finita lì, perché la mano dell’alunno era ancora sulla maniglia della porta, che una nuova bordata di urla si scatenò.

«Non mi era mai capitato in tanti anni di insegnamento di essere sbeffeggiata in questo modo! Ma chi ti credi di essere, ragazzina?!»

Evidentemente, l’età già pensionabile stava procurando alla Raffoni incontenibili attacchi di schizofrenica ira, che la facevano avvampare in viso, come una caldaia troppo sotto pressione.

Olimpia, che a sentirsi dare della ragazzina, si sarebbe messa a ridere, con un autocontrollo molto britannico, cercò di placarla: «Ti ringrazio per la ragazzina, ma io non avevo nessuna intenzione di sbeffeggiarti né di mancarti di rispetto. Solo, mi pareva che non avessimo bisogno di altre conferme per dare a Curti un “Ottimo”».

I colleghi intervennero per confermare e, conoscendo da anni il soggetto, per assicurare alla anziana docente la loro stima incondizionata.

La collega di educazione artistica aveva approfittato di quella pausa per eclissarsi ma, dopo pochi minuti, era rientrata con una serie di coppe e coppette gelato.

«Adesso, dai, pausa per tutti e rinfreschiamoci la bocca!» invitò con un entusiasmo forse un po’ sopra le righe.

Così, un po’ di fredda dolcezza aiutò a riportare il clima entro i limiti della sobrietà.

Olimpia, tuttavia, era quanto mai contrariata da quell’happening che le aveva sottratto altro tempo prezioso.

Tra un candidato e l’altro teneva d’occhio l’orologio e lo vedeva procedere inesorabile.

Quando, finalmente, ebbero stilato anche l’ultimo giudizio, erano passate le sette.

«Tardi, troppo tardi!» si diceva, mentre pedalava come una furia verso il Museo.

Con i capelli scarmigliati, il viso sudato(e non solo quello), arrivò proprio in tempo per vedere chiudere il cancello.

Anche se se lo aspettava, fu un brutto colpo. Sconsolata, se ne tornò a casa, cercando conforto nel pensiero che, anche per quell’anno, la scuola era ormai finita e per due mesi niente e nessuno avrebbe interferito con i suoi progetti. Avrebbe, comunque, continuato a seguire l’attività dello scrittore veneziano alla televisione e dalle pagine dei suoi libri.

In diverse occasioni, a scuola, aveva utilizzato le registrazioni di alcune puntate de “La cintura di Orione”: per approfondire e vivacizzare qualche lezione aveva fatto visionare ai ragazzi le cassette che aveva, via via, accumulato sugli scaffali della libreria. Quando le stoppava, in certi punti, per rispondere a qualche domanda o per esplicitare qualche concetto che nel filmato era sottinteso, si sentiva lievitare, immaginandosi al fianco dei conduttori che, comunque, riuscivano a far presa anche su un pubblico così giovane e scarsamente motivato.

Tutto sommato, raggiunti i trent’anni, Olimpia non era malcontenta di sé: il lavoro, anche se spesso faticoso psicologicamente, le piaceva; i rapporti con i colleghi erano aperti e con qualcuno anche molto cordiali.

A dire il vero, nell’ambiente della scuola, il personale era quasi prevalentemente femminile e ciò, a volte, creava delle situazioni e un’atmosfera un po’ particolari, da harem, pensava tra sé.

Talvolta si soffermava a considerare le persone conosciute in quegli ultimi anni e doveva ammettere che, anche se avesse avuto voglia di trovare un partner, non c’era nessuno che le sarebbe piaciuto, nessun maschio, in quegli ultimi anni era stato capace di riaccendere in lei il desiderio di amare e sentirsi amata. Le pareva che nessuno tra i suoi conoscenti avesse tutte quelle qualità intellettuali e fisiche che lei cercava.

D’altronde, qual era il problema? Aveva alcune amiche che condividevano con lei cinema, teatro, palestra e qualche serata di baldoria casalinga, quando la coglieva un raptus cucinandi e si ritrovavano a ridere come sceme davanti a una bottiglia di vino ormai vuota.

Anche quell’anno scolastico era ormai in dirittura d’arrivo e bisognava cominciare a festeggiare.

«Rispondi tu, per favore?» urlò dai fornelli a Claudia, l’amica e collega con cui quella sera divideva la sua voglia di allegria.

«Sì, pronto?» la sentì rispondere. «Un momento, te la passo subito. È per te, si chiama Patrizia!» le bisbigliò nel passarle il cordless.

«Ciao, Olimpia. Spero mi ricordi ancora, vero?» chiese una voce squillante e decisa.

«Patrizia? Ma… non dirmi… Ma come… cosa» era tanta la sorpresa che non riusciva a formulare nessuna domanda. Per fortuna Patrizia, con la sua solita maniera spiccia, le raccontò in breve la sua storia più recente, da quando non si erano più sentite, alla vigilia di quella mancata visita a Milano.

Il punto centrale della cronaca era che il matrimonio di Patrizia era durato praticamente un anno, fintanto che…

«Avremo modo di parlarne a voce», le rispose alla sua richiesta di maggiori dettagli.

«Ma dai!» si entusiasmò Olimpia «Non mi dire che vieni a Ferrara!»

«Certo e non solo per una vacanza» le confermò l’amica. «Ho chiesto il ri-trasferimento e, anche se un po’ in culo al mondo, anzi, alla provincia, torno casa.»

«Dove ti hanno messo?»

«A Mesola. Un altro po’ e andavo a scuola col passaporto!» scherzò Patrizia.

«Però! Non è il massimo della comodità, ma intanto…» cercò di minimizzare.

«Ma sì, che mi frega! Mi alzerò col buio in inverno, ma non ho mica dei ciroli da allattare!» le confermò l’amica con decisione.

Così, non appena terminarono gli impegni scolastici, Patrizia si trasferì nella sua città d’origine e una delle prime amiche che cercò fu Olimpia.

«Sei sempre uguale!» le disse, dopo un caloroso abbraccio.

«Anche tu non scherzi» la ricambiò. «D’altra parte è presto ancora per cominciare a invecchiare, non trovi?» chiese, mentre si accomodavano in poltrona.

«E allora, dimmi,» volle sapere Olimpia «Com’è andata?»

«La mia storia?» prese tempo «Oh! Ti assicuro che se me lo avessero detto, non ci avrei creduto. Beviamo qualcosa, ti dispiace?»

«Scusa, ma se non hai voglia di parlarne, lascia perdere. Passiamo alla domanda di riserva!» la tranquillizzò, mentre dal frigo prendeva le bottiglie di succo di frutta e di te’.

«Figurati!» la smentì con fermezza Patrizia. «No, no. Ti assicuro che ho voglia di parlarne con un’amica comprensiva come te!»

«Dev’essere stato un fulmine a ciel sereno, visto che, quando ci siamo sentite l’ultima volta, mi è parso tutto tranquillo. O sbaglio?» la sollecitò.

«Infatti!» confermò Patrizia, mentre posava il bicchiere quasi vuoto sul tavolino.

«Avevamo programmato, per dopo la tua visita, una breve fuga “romantica”» Patrizia aveva l’abilità, nel parlare, di far sentire anche le virgolette e le parentesi.

«Stavo finendo gli ultimi acquisti in centro prima di passare dal parrucchiere, quando questo mi ha telefonato per spostare l’appuntamento. Così sono tornata a casa con più di un’ora di anticipo».

«Basta, non dirmi altro. L’hai trovato a letto con la tua migliore amica. È un classico!» la interruppe Olimpia per risparmiarle l’imbarazzata confidenza.

«No, magari» la sorprese Patrizia, versandosi un secondo bicchiere di bibita. «L’ho sorpreso col suo miglior amico!»

«Coosa?» tossì Olimpia che non riuscì a finire il suo succo di frutta.

«Già! Ti assicuro che anch’io sono rimasta… non so mica come. Subito non sono riuscita a realizzare quello che vedevo. Dopo qualche eternità di un gelo immobile, Hans mi ha pregata di uscire dalla camera: si vestiva e poi avremmo parlato. Io l’ho preso in parola, ma sono uscita di casa addirittura. Non so cosa ho fatto: credo di aver girato per qualche ora, mentre sentivo come un’ebete, il cellulare che continuava a suonare.

«So che era già buio quando sono rientrata. La camera era in perfetto ordine e Hans mi aspettava seduto in salotto. Ovviamente, l’amico era sparito.»

«Dio, che storia!» non poté trattenersi Olimpia.

«Già, ma il peggio sai qual è? Che ha parlato per un’ora cercando di convincermi che lui mi amava, come sempre, come prima, ma sentiva anche un bisogno incontenibile di un rapporto diverso, omo... ma questo non condizionava minimamente il nostro legame».

«No, aspetta;» la fermò Olimpia «vuoi dire che a lui andava bene scopare con te, fare il marito e poi avere anche…»

«Certo, un bel culo virile, come optional. Non sapevo se ridere o piangere, te lo giuro. Mi pareva una cosa così enorme che non sapevo cosa dire. Qualche termine abbastanza intonato alla situazione l’ho trovato, comunque. Gli ho dato del pervertito, del busone travestito, dello schifoso paraculo e non so cos’altro. E sai cos’ha avuto il coraggio di rispondermi? Che io ero una povera provinciale se non capivo che in certi ambienti queste cose erano normali, che la “diversità”, quella, cioè stare da una parte e dall’altra, è indice di maggior apertura mentale, di modernità, di mancanza di pregiudizi, di disinvoltura intellettuale. Io gli ho ribattuto che preferivo essere una povera provinciale che dividere il mio letto con qualche terzo incomodo, uomo o donna che fosse.

«Lui ha cercato ancora di convincermi, di ammansirmi, ma io ero così disgustata che, il giorno dopo, ho fatto le valigie e me ne sono andata. Il seguito, penso, te lo immagini: cercare un posto dove andare, continuare a lavorare e questo non è stato solo un peso, mi ha anche aiutato ad avere qualche altro pensiero che non fosse quella fastidiosa immagine fissa che continuava a tormentarmi giorno e notte.»

«Ma perché non mi hai chiamato, perché non ti sei fatta sentire prima?» la rimproverò Olimpia.

«Ti giuro che non avevo proprio voglia di vedere o parlare con nessuno. Era come se avessi il vuoto assoluto attorno.»

«Posso capirti. Quando ti senti cadere il mondo addosso, sei convinta che nessuno possa fare niente per te. Deve passare del tempo, perché tu possa di nuovo considerare il mondo che ti circonda» dovette ammettere.

«Così, ora, eccomi qua, pronta a ripartire dal via!» scherzò Patrizia.

«Ti dirò» le confessò Olimpia «mai avrei voluto che ti succedesse questo cataclisma, ma sono almeno contenta che, comunque, adesso ci si possa vedere più spesso. Almeno lo spero!»

«Perché, tu hai qualche legame che ti limita?» le chiese preoccupata.

«Io?» sussultò «ma neanche… ma niente al mondo, figurati!» la tranquillizzò.

«E allora, vedrai che ce la spasseremo, eccome!»

Pochi giorni dopo, un’altra sorpresa: Laura si trovava a Fano, dopo ferragosto, per una breve rimpatriata e l’avrebbe rivista volentieri.

«Quando vieni?» le chiese con decisione.

«È un invito o un ordine di servizio?» le rimandò scherzando.

«Dai, abbiamo un sacco di cose da raccontarci. Ti aspetto al più presto.» le rispose con tono più conciliante.

Così, dopo diversi anni, Olimpia tornò dove aveva vissuto una vacanza felice con Lorenzo.

Laura la accolse con calore e lei si rese conto che rivedere quelle stanze non la faceva tremare di angoscia, ma, stranamente, anzi, il riaffiorare di quei momenti felici la faceva sentire ricca per qualcosa che aveva avuto, che era stato solo suo, anche se, purtroppo, ora si chiamava ricordo.

Quando quel pomeriggio suonò il campanello, Laura le annunciò: «Questo è Michele. Quando ha saputo che venivi è stato felicissimo e mi ha detto che ti avrebbe salutato con piacere.»

«Oh! Michele!» lo accolse Olimpia con entusiasmo, andandogli incontro.

«Lasciati guardare: caspita! Sei cambiato parecchio in questi anni. Metti quasi soggezione con questa barba» scherzò accarezzandogliela. «L’hai fatta crescere per compensare il taglio dei capelli?» chiese osservando che le morbide onde di un tempo erano cadute sotto le forbici di un barbiere.

«Olimpia! Che voglia di vederti avevo! Anche tu stai bene, mi pare!» la ricambiò prendendole le mani e tenendola davanti a sé.

«Questo potrai dirlo tu, dottore!» intervenne Laura.

«Dottore?» gli chiese stupita Olimpia.

«Di fresca laurea.» confermò.

«Complimenti, Michele. E con la musica, come va? Suoni ancora?»

«Certo! È la mia seconda passione. E ogni volta che mi siedo al pianoforte non posso non ricordare…»

«Già.» Lo interruppe prontamente Olimpia «Sono stati giorni felici».

«Te ne auguro tanti ancora!» le sorrise Michele.

Nei giorni che rimase a Fano, Laura non smise di proporle nuotate, sole, gite culturali e gastronomiche nell’entroterra.

Durante quegli spostamenti in macchina, Olimpia scoprì che Michele, loro assiduo accompagnatore, era diventato molto meno timido e, anzi, sicuro di sé, le faceva divertire con battute fulminee, per le quali ridevano come matte.

Una sera lui le invitò nel piccolo appartamento nel quale si era trasferito, portandosi dietro il pianoforte che occupava, praticamente, tutto lo spazio del soggiorno.

Le stupì con una cena fredda e golosa e, mentre stavano per gustare un sorbetto al limone, il cellulare di Laura li interruppe.

«Scusate» fece lei, alzandosi e appartandosi un momento.

Quando tornò, poco dopo, era visibilmente contrariata.

«Brutte notizie?» si preoccupò Olimpia.

«Oh! No. Però, accidenti!» brontolò Laura prima di chiederle: «Sei proprio decisa a partire domani?»

«Sì, ho già il treno prenotato e…»

«Perché mi hanno chiesto se sono disponibile a far da interprete. Mi è difficile rifiutare, perché è un amico dei miei. È titolare di un calzaturificio, è sempre stato molto gentile con la mia famiglia e adesso ha un problema. Il suo interprete si è ammalato all’ultimo momento e domani gli arriva un importante cliente da Tokyo».

«Ma certo, capisco. Non ti preoccupare» la tranquillizzò Olimpia,

«Ma mi secca che proprio l’ultimo giorno…»

«Vorrà dire che domattina ci salutiamo presto e…speriamo non passino ancora altri anni prima di rivederci!»

«Che ne dici» intervenne Michele «se sostituisco io Laura e ti accompagno io al treno?»

«Ti ringrazio, ma non dovete sentirvi obbligati a scortarmi!»

«Ma quale obbligo!?» la smentì lui.

Il mattino dopo, stava per chiudere la valigia, dopo aver abbracciato Laura che se ne era andata con un biscotto ancora tra le labbra, quando sentì il campanello: era Michele.

«Ciao! Sei pronta?» le chiese.

«Quasi. È ancora presto, non ti aspettavo».

«Ho pensato che prima di partire poteva farti piacere fare un ultimo giro o…» Non finì la frase, perché, parlando, le si era avvicinato e ora la stava baciando con una foga che lasciò Olimpia stupefatta e travolta.

Quando riuscì a liberarsi dal suo abbraccio non poté trovare le parole: non sapeva se era più arrabbiata o più sorpresa.

Michele continuava ad abbracciarla, stringerla, a cercare la sua bocca.

Olimpia opponeva una sempre più debole resistenza, perché di colpo si era resa conto che la cosa le dava un piacere fisico intenso, profondo.

«No, Michele. Cosa fai? Cosa ti salta in mente. Lasciami.» si sentiva dire, ma le sue mani intanto gli cingevano il collo.

«Da quanto tempo desideravo farlo!» le confessò lui mentre cominciava a spogliarla. «Da quando ti ho conosciuta, ti ho desiderata. Mi piaci da impazzire» le confessò, mentre il respiro si faceva sempre più corto e affannoso.

Olimpia, perso ogni controllo, ora faceva a gara con lui per liberarlo di ogni indumento e, quando sentì sul suo corpo la prepotente virilità di lui, lo guidò impaziente.

«Dio! Che meraviglia» le sussurrava all’orecchio, mentre si muoveva sempre più freneticamente. Olimpia non ricordava più da quanto tempo non si era sentita così innalzata e in una dimensione al di fuori dello spazio e del tempo. La danza dei loro corpi fu lunga ed estenuante, finché, fradici di sudore e ansanti, si trovarono a guardarsi negli occhi.

Dopo qualche momento di straniamento, rinsavita, Olimpia si rese conto di quanto era accaduto.

«Ma cosa abbiamo fatto, Michele!?»

«Qualcosa di sublime, visto il risultato», fu la sua risposta entusiastica.

«Ma ti rendi conto che..»

«Che cosa? Che ho qualche anno meno di te, che stai per partire e non sappiamo se vorremo o potremo rivederci?» le enunciò.

«Beh! Più o meno proprio questo. Che senso ha? Perché?»

«Ma quante domande!» si sbrigò lui. «Perché tutti questi interrogativi? Ti è piaciuto? Direi di sì, da come reagivi. E allora va bene così» commentò maliziosamente.

«Ad essere sincera, sì, mi è piaciuto, ma non mi era mai capitato, che così,all’improvviso…»

«E allora, vieni, forse anche questo non ti è mai capitato». Con decisione la travolse e cominciò a sollecitarla con maestria per portarla all’acme del desiderio che in lui si era già riacceso.

Quando un’ondata di un piacere quasi feroce la sconvolse, Olimpia ebbe voglia di urlare, di liberare tutta quell’energia che per tanto tempo le era rimasta dentro, costretta e dimenticata.

«Che pazzi siamo!» commentò mentre si sedeva sul letto e scuoteva la testa per dare una rapida e sommaria sistemata ai capelli.

«E non è meraviglioso impazzire, ogni tanto?» le chiese Michele, baciandole l’incavo dell’inguine.

«Credo che ora dovrei andare. Che ore sono?», gli chiese all’improvviso.

«Quasi mezzogiorno.» Rispose Michele, dopo una rapida occhiata allo Swatch al polso.

«Coosa? Non è possibile! Ho perso il treno, aiuto!» urlò Olimpia.

«Beh! Calma. Chi se ne frega, non è mica l’ultimo, no?»

«No, ma avevo prenotato il posto e ora…»

«Senti, mi va di fare un viaggetto: che ne dici se ti porto io a Ferrara?» le chiese col sorriso più radioso.

«Ma tu non hai niente da fare?»

«Per ora ancora no. E tu?»

«Io sì, purtroppo. Domani alle 9 ho un collegio docenti» ricordò.

«Ragione di più per essere a casa alla svelta, no?»

Il viaggio in macchina fu piacevolissimo: Michele guidava sicuro e veloce e, ogni tanto, le accarezzava le gambe, facendola rabbrividire di piacere.

Arrivati a casa, Olimpia ebbe un attimo di imbarazzo: non aveva mai ospitato un amico, tanto meno un amante.

Michele, invece, pareva perfettamente a suo agio.

«Così è qui che abiti!» osservò, guardandosi intorno. «C’è molto ordine, si vede che ci vivi da sola. Ti occorre qualcuno che movimenti un po’ le tue giornate e, soprattutto, le tue nottate!» insinuò lui, togliendosi la camicia e prendendole le mani.

«Già.» Confermò Olimpia «Mi fa uno strano effetto vedere un maschio qua dentro.»

«Sono il primo, quindi?» la interrogò, già prevedendo la risposta.

«Di questo tipo, sì» confermò Olimpia, accennando alla loro ormai svelata nudità.

«Molto eccitante!» fu il suo commento, prima di annullare ogni pensiero di lei con la forza orgogliosa del suo sesso.

Quando, il mattino dopo, Olimpia ritrovò a scuola i colleghi, le parve di essere tornata in una vita, in un mondo precedenti e che ora non le appartenevano più.

Non le fu facile dimenticare le emozioni provate fino a poche ore prima con Michele che, da amante instancabile, le aveva fatto recuperare in un giorno tutte le mancate esperienze erotiche di parecchi anni.

A volte, mentre il preside o una collega si perdevano in discorsi teorici, vuoti e banali, lei si rifugiava nella memoria recente e ripercorreva la cronaca del suo rapporto con quel ragazzo che aveva saputo toglierla da un lungo sopore.

«Se immaginassero cosa penso in questo momento!» si scopriva a riflettere, sorridendo nel guardarsi attorno.

Senza aver capito molto di quanto era stato deciso in quella riunione, volò a casa, non sapendo se vi avrebbe trovato ancora il suo “ospite”.

Aperta la porta, in soggiorno trovò un quadro desolante: Michele aveva fatto colazione, una colazione completa, a giudicare dalle stoviglie usate, e aveva lasciato tutto sul tavolo e nel lavello.

«Ah!» commentò alquanto contrariata e, proprio mentre stava per cominciare a riordinare, suonò il campanello.

«Sono io. Non ho le chiavi, naturalmente. Vuoi aprirmi, per favore?» le chiese Michele al citofono.

«Credevi che me ne fossi andato così, senza salutare?» le chiese abbracciandola, appena entrato.

«Temevo proprio di sì, lasciandomi questo come ricordo.» Lo redarguì, accennando al disordine.

«Certo, non sono un perfettino, ma non mi sognerei mai di lasciare un biglietto da visita così poco allettante», le rispose cominciando lui pure a riordinare.

Ma quanto era cambiato quel ragazzo, nel giro di quegli anni, non poteva fare a meno di riflettere, ricordando quando lo aveva conosciuto, timido e ammirato di fronte a Lorenzo.

Quando, un paio di giorni dopo, lui tornò a Fano, Olimpia non sapeva se e quando si sarebbero rivisti. Non avevano assolutamente parlato di futuro, di progetti, di impegni reciproci e per lei questo, tutto sommato era un bene, perché le lasciava il tempo per metabolizzare l’accaduto, per sentirsi libera di assolversi da un colpo di testa che l’aveva inebriata e le aveva restituito la sua giovinezza.

«Ricordati che, quando vorrai fare qualche altra pazzia, io sono sempre pronto!» le aveva quasi urlato, mentre già scendeva le scale, dopo averla salutata.

Stranamente Olimpia si era scoperta per nulla immalinconita da quella separazione, forse da quell’addio.

Com’erano diversi i distacchi da Lorenzo che, ogni volta, le lasciavano un grosso magone che impiegava alcuni giorni a sciogliersi.

Ora, invece, proprio mentre si scioglieva dal suo ultimo abbraccio, aveva addirittura pensato a chiedergli di salutare Laura per lei.

In quell’inverno, comunque, fece qualche scappata a Fano, per ricambiare le diverse visite di Michele e avevano anche cominciato a fare qualche accenno alla prossima estate, ma Olimpia non si sentiva friggere di impazienza, all’idea di una vacanza a due.

Infatti, preferì andarsene a zonzo per l’Italia e dintorni, a caccia di siti archeologici, musei e concerti. Spesso, i suoi erano veri e propri raid solitari, che le permettevano di gustare a pieno l’atmosfera evocata da un rudere, da un reperto o da un dipinto carico di suggestioni simboliche, che amava cercare di decifrare.

Potendo, cercava, comunque di essere a casa nei pomeriggi dei Gran Premi di Formula 1, sport al quale si era andata sempre più appassionando in quegli ultimi tempi, diventando una fervente tifosa delle rosse di Maranello.

Quando provava ad osservarsi dall’esterno, le veniva spontaneo paragonarsi ad un’anziana britannica ancora legata all’idea del classico gran tour ottocentesco. Le scappava da ridere a quell’idea, ma, in effetti, doveva riconoscere che l’immagine era azzeccata.

«Beh! Quest’anno mi va così» si diceva, accorgendosi che, solo qualche volta, sentiva un certo richiamo che le faceva desiderare la presenza di Michele.

Come arrivavano in fretta anche le lunghe serate invernali e come altrettanto in fretta era subito giorno, un nuovo giorno con i suoi impegni, le sue incazzature a scuola, le sue risate con amici e colleghe.

Patrizia era una delle sue assidue frequentazioni e, spesso, si facevano compagnia, organizzando insieme qualche vacanza. Patrizia era una patita del nuoto e non perdeva occasione per frequentare piscine e zone balneari. Olimpia cercava, dal canto suo, di contagiarla, invece, con la visitazione di luoghi d’arte o incontri culturali, ma scarsi e scoraggianti erano i risultati.

Per questo, doveva ammetterlo, sentiva un po’ la mancanza di Laura, che se ne andava in giro per il mondo, anche se per lavoro, ma che, lo sapeva, riusciva sempre a dedicare qualche ora a concerti, mostre e altri eventi culturali.

La lettura dell’ultimo libro di Erneti, “Io, figlio di Filippo”, le riaccese la fiamma dell’amore per l’Ellade.

Quando, durante le vacanze di Natale 2003, ospitò Laura, aveva ancora sul tavolino il romanzo dello scrittore veneziano.

«Interessante» commentò l’amica, sfogliandolo. «Ma poteva più semplicemente intitolarlo “Alessandro” o qualcosa del genere».

«No!» rispose pronta Olimpia, che aveva compreso e condiviso il punto di vista dell’autore. «È una visione molto particolare del grande Macedone. Vuole soprattutto focalizzare l’attenzione sul rapporto tra Filippo e il figlio, ancora troppo bambino, ma già consapevole, in un certo senso, di essere destinato a qualcosa di epico, anche se non sa ancora cosa; di fronte alle imprese paterne si esalta, ma si preoccupa anche perché capisce che, per superarlo, dovrà diventare un dio.»

«L’ombra di un padre ingombrante, quindi?!» chiese Laura, posando il libro.

«Sì, certo».

Laura, intanto, stava leggendo alcune note nel risguardo di copertina, quando, ad un tratto, ricordò: «Ah! Ecco da dove viene Kosta!»

«Costa?» la interrogò Olimpia, che non aveva, ovviamente, potuto sentire la diversa forza dell’iniziale del nome.

«Sì, un amico greco che ho conosciuto a Venezia.»

«Dai, hai un amico greco e non mi dici niente?»

«Perché tutta questa meraviglia? Ho detto greco, mica marziano!» si stupì l’amica.

«Perché per me la Grecia è un’utopia, un sogno. Adoro quel paese, anche se non ci sono mai stata, ma farei di tutto per visitarla. E i greci credo siano degli esseri fortunati, sia per tutto quello che hanno fatto in passato, sia per la meraviglia del paese che abitano. E tu ne conosci uno, quindi?»

«Sì, ma è un amico, davvero, anche se un grande amico» e le raccontò di come lo aveva conosciuto durante gli anni dell’università. Era diventato pediatra, laureandosi a Padova. I genitori,erano proprio originari di Vergina, ma avevano sempre trascorso le vacanze estive in una piccolissima isola, vicina a Idros, paese natale dei bisnonni, di cui avevano mantenuto la casa e che lui ricordava ancora come il luogo felice della sua infanzia.

«Pensa,» continuò Laura «che mi diceva che ancora ha la casa su quest’isoletta e mi aveva pure invitata ad andarci in vacanza, visto che lui non può mai farlo. Di soldi ne deve fare a palate, perché, solo per motivi affettivi, ha fatto ristrutturare la vecchia casa di famiglia che deve essere diventata un vero gioiello».

«E tu non hai accettato un invito così?» la travolse Olimpia con il suo stupore.

«Ma a fare cosa, in un luogo che, credo, non sia neanche segnato sulle carte geografiche? Dai, dai, finisci di pulire le tue verdure che tra poco arriva Patrizia!»

Quella sera avevano programmato una cenetta a tre.

Anche mentre la serata si accendeva fra il vino, il chinotto e le risate, Olimpia continuava a pensare alla casa sull’isola greca. Quando proprio non poté più trattenersi, chiese: «Senti un po’, Laura. Credi che il tuo amico greco ti affitterebbe la casa per portarci in vacanza qualcuno?»

Patrizia, stupita da quella richiesta, per lei incomprensibile, volle saperne di più e Laura la mise al corrente dell’antefatto.

«Allora mi associo alla richiesta di Olimpia, se permettete!» fu la sua pronta conclusione.

«Sapete che mi avete contagiata con la vostra eccitazione?! Appena torno a casa, chiamo Kosta e sento cosa ne dice, poi vi faccio sapere.»

«Sì, ti prego. Ci conto davvero»

«Dai, mi raccomando, non dimenticarlo», risposero quasi all’unisono, prima di un ultimo brindisi.

Laura fu di parola, perché prima della fine del mese, comunicò ad Olimpia che l’amico era stato felicissimo della sua richiesta e che non vedeva l’ora che qualcuno andasse ad aprirgli un po’ la casa della sua infanzia.

«Quando gli ho detto che volevamo sapere quanto chiedeva per l’affitto, per poco non mi sbatte il telefono in faccia. Mi ha chiesto se volevo offenderlo o se era uno scherzo!», le telefonò una sera.

«Ma dai, non possiamo fare le mantenute. Io e Patrizia neanche lo conosciamo!» cercò di insistere Olimpia.

«Senti, io gliel’ho chiesto e richiesto, ma non c’è stato niente da fare. Mi ha detto che il favore glielo facciamo noi. L’unica cosa che mi ha chiesto in cambio, è una cortesia: portare per lui un fiore sulla tomba dei genitori, che hanno voluto essere sepolti nel piccolo cimitero del paese. E poi, lo sai come sono fatti i greci…»

La cosa più difficile di quella vacanza fu trovare un periodo che andasse bene per tutte. Bisognava anche tener conto che ad agosto ci sarebbero state le olimpiadi ad Atene, quindi era senz’altro preferibile andare in luglio.

«Perfetto!» fu il commento di Olimpia, una volta decisa la data della partenza

«Pensa che nuotate nel mare greco!» pregustava Patrizia.

«Visto che è così vicina ad Atene, riusciremo, vero? A farci una scappata. Guarda che l’isola è proprio ad un tiro di sasso dalla costa, ci faremo una gita, ovviamente, no?» si entusiasmò Olimpia.

E così il luglio 2004 fu la prima volta in Grecia di Olimpia.