Jacopo le precedette e, arrivati sul sito, fece le presentazioni. Olimpia era rimasta per ultima, anche perché, ad essere sincera, le gambe le tremavano per l’emozione.

«E questa è Olimpia Alessandri, di Ferrara.» Concluse Jacopo mentre Giulio C. le tendeva la mano.

«Dire che sono senza parole, non è abbastanza, visto che da anni aspettavo il piacere di incontrarla.» Riuscì a dire tutto d’un fiato.

«Addirittura?» chiese lo scrittore sorridendo.

«Già, da quando non riuscii a venire alla presentazione della mostra sui piatti da pesce al museo archeologico. Purtroppo ero impegnata con la scuola…» cercò di spiegare.

«Forse i suoi insegnanti avrebbero potuto giustificare la sua assenza, se dovuta a motivi culturali, no?» suggerì con aria un po’ maliziosa.

«Veramente io ero una degli insegnanti e stavamo facendo gli esami di licenza media…» chiarì Olimpia.

«La credevo ancora dall’altra parte della cattedra, davvero!»

Per fortuna di Olimpia, la pelle, fortemente tostata dal sole, non lasciò trasparire la sua emozione.

«Così, siamo quasi colleghi o, meglio, lo siamo stati, visto che, tanti anni fa, ormai, anch’io ho insegnato. Senza dimenticare che lo faccio tutt’ora, anche se all’università».

«Classificarmi collega…mi fa troppo onore, la ringrazio.» Rispose Olimpia, sempre più sorpresa dalla facilità con cui riusciva a dialogare con quello che, fino a poco prima, era stato per lei solo un mito astratto e irraggiungibile.

Mentre parlavano, Jacopo si era avvicinato e lei si accorse che aveva in mano il suo volume de “Nella terra degli Dei”.

«Guardi, prof» disse, tendendo il libro a Giulio C. «Se le dice che è una sua lettrice assidua, le può credere, perché adesso sta leggendo questo!»

«Jacopo! Il mio libro! Come hai fatto a… Non ti avevo autorizzato …» Olimpia era al colmo dell’imbarazzo, perché aveva riempito le pagine bianche del libro di note, riflessioni, commenti molto personali e ora temeva fortemente che finissero sotto gli occhi dell’autore.

«Scusa! Pensavo che ti facesse piacere fartelo autografare. Un’occasione così non capita sempre, o sbaglio?» cercò di scusarsi Jacopo.

«Questo è certo, ma non vorrei esibire le mie sciocchezze.» Si giustificò lei, mentre già Giulio C. sfogliava il testo.

«Perché ti vergogni? Quello che hai scritto sarà senza dubbio frutto di impressioni, opinioni sincere e, quindi, molto interessanti per l’autore, ti assicuro.» La tranquillizzò, passando al tu con una naturalezza che la colpì.

Patrizia si avvicinò e porse a tutti un bicchiere di retsina, cosa che servì a sciogliere la tensione di Olimpia. Dimenticato il libro, tutti si dedicarono a far sì che il vino non avesse il tempo di scaldarsi. Laura, incredibile a dirsi, non si era lasciata minimamente contagiare dal profumo resinoso e continuava imperterrita a professare la sua intolleranza all’alcool.

«Grazie, ragazzi.» disse Giulio C. a voce alta, alzandosi in piedi e mostrando il bicchiere alla compagnia. «Mi fa sentire bene la vostra calorosa accoglienza e un grazie anche a chi ci ha permesso di gustare questo vino alla giusta temperatura!» finì, rivolgendosi alle tre ragazze.

Per Olimpia quella serata fu un miracolo che si esaudiva: troppe volte aveva immaginato di trovarsi a tu per tu con quel personaggio di cui ammirava praticamente tutto, ma anche nelle sue più rosee aspettative, l’incontro poteva avvenire ad una conferenza, in una libreria, comunque in luogo pubblico e gremito di lettori, storici, critici, gente, cioè, in grado di farla sentire inadeguata nella sua ignoranza della lingua e della letteratura greca. Invece, vai a scoprire com’è imprevedibile la vita! Ecco che, mentre è in vacanza ti ritrova di fronte a sé l’autore che le aveva saputo accendere la fantasia, la voglia di conoscere, l’amore per i classici.

Stava riflettendo sull’unicità di quanto le era accaduto, persa nei suoi pensieri, considerando che per quell’incontro non vi poteva essere cornice più idonea del luogo dove si trovavano, mentre si alzava per andare a riempirsi di nuovo il bicchiere, quando, alle sue spalle, sentì la voce di Giulio C.: «Anche a te piace questo vino così particolare?!»

Voltatasi con un sussulto, lo ringraziò con un sorriso, mentre lui le versava il retsina ancora bello fresco e: «Direi che di greco mi piace tutto! Le confesso, però, che purtroppo, non ho fatto il classico e, mai come da quando ho letto i suoi libri, sento la mancanza della conoscenza diretta della lingua e della cultura antica di questa terra.» Disse, mettendo a nudo i suoi più riposti rimpianti e convinzioni.

«A questo si può sempre porre rimedio, volendo! Inoltre penso che, se si ama totalmente qualcosa, ci si può sentire in sintonia e coglierne tanti aspetti attraverso delle intuizioni, più efficaci della conoscenza pedante e libresca.»

«Grazie, mi incoraggia e mi conforta molto. E pensare che è proprio colpa mia se non sono diventata, a suo tempo, una liceale!» gli confidò, raccontandogli il suo trascorso di studentessa e il suo rifiuto delle proposte materne.

Quando avvertirono i primi brividi portati da un rinforzare della brezza notturna, cominciarono a salutarsi e le amiche tornarono un po’ troppo allegre verso casa.

Laura e Patrizia, vista la luce che illuminava lo sguardo di Olimpia, la sfotterono bonariamente, ma a lei non poteva importare di meno: dopo l’incontro di quella sera, avrebbe sopportato anche un collegio docenti non stop di otto ore.

Si sentiva talmente euforica che non poteva certo mettersi a dormire: l’unica cosa che poteva aiutarla a rilassarsi era la lettura, ma il libro più adatto era rimasto… Dove? Si chiese Olimpia, balzando a sedere sul letto. «Dio, fa che non vada perso!» si augurò, pensandolo nelle mani di Jacopo.

Anche se, alla fine, riuscì a dormire solo qualche ora, quando si svegliò al mattino, come al solito abbastanza presto, si sentiva ancora carica di energia e felicità.

Uscì a godersi il fresco portato da quelle prime ore del giorno. Si assicurò l’auricolare del suo MP3 e si sdraiò, cullata dalle note delle Gymnopèdies di Satie.

Niente avrebbe potuto offuscare quel momento di perfetta sintonia tra il suo umore e la tranquillità dell’ora mattutina, si compiaceva tra sé. E invece, all’improvviso, un’ombra le passò davanti agli occhi, che, anche se chiusi, la percepirono spaventandola.

Balzata a sedere e sbarrati gli occhi, per poco non si scontrò con Giulio C. che, silenziosamente, le stava posando il suo libro sul tavolino accanto.

«Chiedo scusa» si premurò di dirle, appena la vide così sorpresa «Non volevo spaventarti, ero passato solo per lasciarti il tuo libro e ringraziarti. Visto che non potevi certo immaginare che le avrei lette, le parole di elogio che mi hai riservato mi hanno riempito di orgoglio.»

«Temevo che sarebbe andata a finire così! Giuro che a Jacopo la faccio pagare. Mi sento come se qualcuno mi avesse sorpresa a rubare!»

«Mi pare tu abbia ben poca autostima. Perché tanta paura del giudizio altrui?»

«Direi che non ho alcun motivo per ergermi a critica letteraria. Inoltre ho forse sconfinato in considerazioni sul suo privato, che avrei potuto tenere per me, nella mia mente.» Tentò di giustificarsi.

«Non hai nessuna colpa al riguardo, visto che lo stesso autore si è lasciato andare a confessioni personali e quindi passibili di commenti da parte dei lettori.» La rassicurò.

Olimpia si era alzata e si era liberata dell’auricolare. Lo stava posando sul tavolino, quando lo scrittore le chiese: «Cosa ascoltavi, prima che ti venissi a interrompere?»

«Satie, le Gymnopèdies. Adoro questo genere di musica.»

«Anch’io adoro la musica. Soprattutto quando scrivo, mi piace spararmi a palla nelle orecchie i ritmi più adatti al genere e al momento. Per fortuna posso contare su qualche collaboratore che mi prepara sempre nuove compilation ad hoc.» Le confidò.

«Non è che avrebbe tempo per un caffè?» azzardò Olimpia.

«Grazie, molto volentieri, specie se quello locale» rispose, togliendosi i forti occhiali scuri e rivolgendole un sorriso aperto e solare. Ad Olimpia, comunque, non sfuggì l’occhiata di lui al magen David che le oscillava al collo.

«Anche a me piace molto. È così morbido e tipico di un popolo che non fa niente in fretta, che appezza e gusta anche i piccoli piaceri quotidiani!» concordò lei, felice di condividere quella preferenza con lo scrittore.

Mentre rientrava in cucina, gli chiese. «Amaro? Dolce?»

«Amaro, grazie»

«Benissimo, così li preparo insieme, visto che anch’io lo bevo sketos

«Brava, risposta da manuale del turista! Si comincia dalle cose di tutti i giorni e poi si allarga la propria conoscenza della lingua alle cose astratte, ai concetti.»

Mentre Olimpia in cucina poneva sul fuoco il bricco con l’acqua, si augurava che le sue amiche avessero ancora una buona riserva di sonno, per permetterle di restare ancora un po’ a parlare a tu per tu con quel fantastico personaggio.

Mentre sorseggiava il caffè, Olimpia prese il libro e, alla prima pagina interna, lesse tre righe dedicatele dall’autore: «La favola dimostra che torniamo sempre a quelle cose per le quali abbiamo un interesse. Esopo». Al di sopra di quelle ce n’erano altre, in caratteri greci, che erano, evidentemente, l’originale e di cui lei riuscì a riconoscere solo diversi pi greco, alfa e poco altro.

«È un invito allo studio di questa lingua?», chiese sorridendo, indicando la pagina aperta.

«Anche, certo.» Confermò Giulio C.

Olimpia non perdeva occasione per memorizzare ogni minima espressione di quel volto che, pur segnato da qualche ruga, aveva una vivacità e un magnetismo che la adescavano visceralmente. E quando, a volte, si accorgeva che,nonostante l’apparente indifferenza, lui pareva attratto dal suo ciondolo ebraico, si sentiva come studiata e non riusciva a comprendere il significato dell’interesse di lui.

Proprio mentre stavano posando le tazzine, apparvero Laura e Patrizia, che, sorprese, salutarono con entusiasmo.

«Bene!» concluse Giulio C., alzandosi. «È ora di iniziare a lavorare. Buona giornata a chi invece può spassarsela!» augurò andandosene.

La giornata, specie per Olimpia, non poteva certamente iniziare meglio. Per tutto il giorno cercò di mantenere in bocca il sapore di quel caffè speciale e nel ricordo le parole scambiate con Giulio C.

«Che cretina!» si diceva, quando si sorprendeva a rinfrescare nella memoria e nell’emozione la sorpresa provata nel trovarsi di fronte quei capelli candidi, scompigliati appena dalla discreta brezza mattutina. «Forse pensi di essere ancora una adolescente alle prese con un invincibile complesso edipico! Faresti bene a svegliarti e darti una guardata allo specchio per renderti conto che gli anni sono passati e che un incontro casuale, anche se con un mito, non vuol dire niente.»

«Ma chi se ne frega!» si rispondeva, arrabbiata con la sua parte razionale che la voleva tenere legata a terra, mentre lei voleva volare. «Pensa a quando da settembre ritornerò a combattere tra i banchi e rivedrò e accarezzerò tutti i miei ricordi di questa vacanza! Ma che forza mi darà ripensare a questi giorni e con quanta foga cercherò di convincere i miei mostrini che disseppellire il passato può essere di un fascino indescrivibile!».

Quella mattina, non sapeva perché, ma Giulio C. si sentiva più elettrizzato del solito: dopo il caffè si era dedicato con particolare carica anche ai lavori più di routine e, stranamente, a tratti risentiva nelle orecchie le note cullanti di Satie.

Nei giorni seguenti, quasi senza accorgersene, prima di iniziare l’attività allo scavo, cercava la figura longilinea e bionda di Olimpia: se la scorgeva sola, deviava dal suo tragitto abituale e andava a scambiare qualche piacevolezza con lei, che si sentiva miracolata dalla presenza dello scrittore.

Una sera Olimpia e le amiche decisero di andare a cena in paese, in una trattoria tanto tipica quanto unica: non ve n’erano altre.

Sedute ad uno dei tavoli che, coperti da un rustico porticato, offrivano una vista da incanto del mare che spegneva i suoi colori all’arrivo della sera, chiesero, per cominciare, un giro di ouzo e una enorme bottiglia d’acqua. Mentre aspettavano l’aperitivo, arrivarono alcuni dei ragazzi dello scavo, con in testa al gruppo Jacopo e Giulio C.

«Salve!» salutarono con entusiasmo i nuovi arrivati.

«Avete già cenato?» chiese Jacopo.

«Veramente, siamo appena arrivate.» Rispose subito Laura.

«Allora possiamo farvi compagnia e cenare insieme?» chiese Giulio C. avvicinandosi.

Demetrios, con grande naturalezza, si diede da fare per aiutare il proprietario ad allungare il loro tavolo e disporre attorno le sedie occorrenti.

Naturalmente, il cibo, anche se saporito e fragrante di aromi ellenici, non fu il centro dell’attenzione di nessuno: tutti gustavano ogni boccone, ma i sensi erano stimolati e soddisfatti soprattutto dalla reciproca compagnia.

Erano talmente intenti a parlare e, spesso, a ridere, che nessuno fece caso al tipo strampalato che passò, d’un tratto, proprio alle loro spalle. Solo quando questi fu dietro ad Olimpia, il suo gesto e l’immediata reazione di lei gelarono l’allegria generale. Né lei, né le amiche capivano cosa diceva quello che sembrava un ubriaco e che, mentre urlava, con un gesto fulmineo, strappò dal collo di Olimpia la catenina.

Istintivamente,lei si portò le mani al collo, più per cercare, inutilmente, di trattenere i due ciondoli, che per sentire quel sottile filo di sangue, che lo strappo violento aveva causato.

Fu un putiferio immediato: Giulio C. e i ragazzi greci si buttarono addosso all’aggressore e lo immobilizzarono, mentre il proprietario accorreva, non solo per dar manforte, ma soprattutto per investire di calci e improperi quello che aveva interrotto una serata tanto piacevole.

Se non fossero intervenute le amiche di Olimpia e le giovani archeologhe, forse, per l’energumeno si sarebbe messa molto male.

Laura, intanto, mantenendosi calma, aveva cercato subito di portare aiuto ad Olimpia, cercando e trovando cotone e alcol per disinfettare l’abrasione provocata dallo strappo.

Tra un calcio e uno sputo l’autore della violenza fu allontanato e inseguito per un po’ dai giovani della compagnia.

Il proprietario, intanto, avvicinatosi ad Olimpia, cercava di spiegarle che era mortificato per quanto era successo e le chiedeva di perdonarlo.

«Ma lei non ne ha nessuna colpa!» cercava di tranquillizzarlo lei, assistita da Melina che faceva da interprete e mentre si tamponava il collo, sudando per il bruciore del disinfettante.

Quando, dopo un po’, si ristabilì un clima più disteso, fu la stessa Melina che le spiegò l’accaduto.

«Quello è un balordo, uno spostato, che abita dall’altra parte dell’isola. È un violento e non ha mai fatto mistero delle sue simpatie filonaziste. Quando ha visto il tuo scudo di David, non gli è parso vero di potersi sfogare su una di quelli che, secondo lui, sono i nemici da combattere.» Le raccontò la ragazza con un tono di voce da cui trasparivano il rancore e l’incomprensione per tanta stupidità e violenza.

«Veramente, io non sono proprio ebrea» si sentì di dover chiarire Olimpia. «Mio padre e la sua famiglia lo sono, ma io potrei essere, tutt’al più, un’ebrea ad honorem o una simpatizzante» finì, sorridendo, mentre anche Giulio C. le si avvicinava, con in mano un bicchiere di vino.

«Ho recuperato questo, ma non credo sia tutto…» le disse, tendendole anche l’altra mano, nel cui palmo le apparve la stella a sei punte.

«Oh! Grazie!» lo gratificò col suo miglior sorriso. «Infatti, c’era qualcos’altro, qualcosa di speciale…che non potrò più riavere.» Finì, quasi con un sospiro.

«Mi dispiace enormemente. Posso fare qualcosa?» tentò.

«A meno che lei non abbia qualche potere capace di vincere la Nera Signora, temo proprio di no».rispose un po’ sibillina.

«Se potessi tanto, vi avrei già fatto ricorso anche per me stesso.» Le confidò.

Olimpia avrebbe volentieri continuato e approfondito l’argomento, per conoscere quali dolori lo avevano segnato, ma le amiche, ancora un po’ in ansia per lei, vennero a interrompere quel magico momento di intimità che si era appena creato.

«Tutto a posto?» si interessò Patrizia, circondandole le spalle con le braccia.

«Ma sì, grazie!» rispose, con un leggero accento di disappunto, che, fortunatamente, l’amica non percepì.

Tutti si diedero un gran daffare per ricreare l’atmosfera di allegria, tanto bruscamente interrotta e, in linea di massima, i tentativi ebbero qualche effetto.

Nicos, il proprietario, accese a tutto volume uno stereo, che diffuse le note avvolgenti di un sirtaki. I giovani greci, dispostisi in cerchio, le braccia aperte, posate sulle spalle dei compagni ai loro fianchi, presero a danzare con eleganza.

Olimpia era sempre stata affascinata da quel modo di ballare, che, secondo lei, era quanto di più virile si potesse immaginare nel ballo. Quel circolo di giovani in movimento le ricordava certi cortei e scene dipinte su antichi crateri e la teneva avvinta ad osservare, con gli occhi che le brillavano per l’emozione.

A Giulio C. non era sfuggita la sua partecipazione alla scena e, con un gesto improvviso, la prese per mano e la trascinò fino al fianco dei ballerini, che si aprirono per accoglierli.

Sentire il forte braccio di lui premere sulle sue spalle le diede un brivido e si volse a guardarlo, quasi trasognata.

Anche Giulio C. non era rimasto indifferente al calore del braccio di lei che, anche se più lieve, gli trasmetteva in tutto il corpo un formicolio ipnotizzante.

Il ritmo crescente e incalzante della danza la ubriacò e, quando la musica cessò, faticò alquanto a rendersi conto di dove si trovava e con chi era.

Quando si salutarono, venne spontaneo a tutti abbracciarsi con calore.

Tornando verso casa, le tre amiche erano talmente cariche di sensazioni, anche contrastanti, che non riuscivano a smettere di raccontarsele e confidarsi reciprocamente.

Riuscire ad abbandonarsi al sonno fu impresa titanica per Olimpia, che restò ore a girarsi nel letto facendo scorrere, come una pellicola, le scene più emozionanti di quella serata.

Quando la luce rosata dell’aurora filtrò dalla finestra della sua stanza, decise che era inutile restare ancora: aveva bisogno di uscire, di correre, di nuotare.

Non aveva mai pensato di fare un bagno in quelle ore ancora così fresche, ma questa era la mattina giusta per provare.

Con un pizzico di timore, avanzò lentamente nell’acqua turchese e, con un grido liberatorio, si abbandonò al liquido abbraccio. Nuotò a lungo, finché non avvertì un urgente desiderio di calorie: si accorse di avere una fame da fachiro e si avvicinò alla riva.

Giunta nella sua postazione preferita, dove aveva lasciato il telo di spugna, sul quale Kalos si era prontamente acciambellato, si diede a frizionarsi con vigore i capelli, tenendo la testa rovesciata e gli occhi chiusi.

Quando li riaprì, si accorse della presenza di Giulio C., che la stava osservando, forse già da un po’, anche se da una certa distanza. Quando vide la sua mano agitarsi in un saluto, lo ricambiò, accennando ad un invito a raggiungerla.

«Buongiorno! Dormito bene?» le chiese.

«Forse sì, ma non molto, comunque. Credo di non essermi mai alzata così presto in vita mia!»

«Com’è il mare a quest’ora?» le domandò.

«Una sferzata di energia e direi il massimo per iniziare una giornata» dichiarò, continuando a massaggiarsi i capelli.

«Anch’io non ho dormito molto: mi succede, come a tutti, credo, quando sono troppo carico di sensazioni speciali e di curiosità insoddisfatte.»

«Curiosità… sul lavoro?» indagò Olimpia con circospezione.

«No, no» smentì lui, prontamente. «Per tutto quello che è successo ieri sera.»

«Vorrebbe saperne di più sul tizio dell’irruzione?», gli chiese, gli occhi negli occhi.

«Veramente, mi piacerebbe sapere qualcosa di più su di te.» Rispose, sostenendo il suo sguardo.

«Oh! Ma di me non c’è poi molto da sapere. Non ho niente di speciale, mi creda!»

«Ti va di parlare di quello che hai perso e che, da quanto hai lasciato intendere, doveva essere unico?» le chiese con un tono fatto di gentile preghiera.

Mentre si sedevano, in quell’angolo del cortile appena sfiorato da un sole ancora tiepido, Olimpia si trovò a raccontare, forse per la prima volta, la sua vicenda. E Lorenzo rivisse nel ricordo, nel racconto di quella favola tragica che era stata il loro incontro, la loro storia, la cui memoria da tempo si era assestata in lei con una tenerezza appagante. Anche il rimpianto, ormai, aveva trasmigrato in un rassegnato tepore, che ovattava ogni emozione, ogni sentimento appartenenti a quegli anni.

Mentre lei raccontava, Giulio C. non smetteva di osservarla e i suoi occhi, morbidi e dolci nella loro vivacità, seguivano i vari momenti con crescente simpatia e partecipazione.

«Sono eventi che fanno crescere in fretta e costruiscono un carattere forte, senza dubbio. È un prezzo alto da pagare per aver goduto dell’incontro con qualcuno di speciale.» La confortò.

Olimpia, dopo il lungo racconto, si sentiva come svuotata e nel contempo serena, libera, come una nave che ha tolto gli ormeggi dal porto.

Per questo lo apostrofò d’un tratto: «Cosa ne direbbe se ora le offrissi una colazione tonificante? Io mi sento svenire dalla fame!» gli confidò, mentre si alzava e si dirigeva verso la cucina.

«Penso di non essere mai stato più d’accordo con nessuna proposta!» accettò con entusiasmo.

Mentre si avviava a preparare caffè e qualche cosa di dolce, Laura e Patrizia si materializzarono e, con il loro allegro saluto la fecero quasi sobbalzare. Visto dalla finestra l’ospite che attendeva la colazione promessa, si affaccendarono a portare fuori tutto l’occorrente.

Mentre gustavano con tutti i sensi il caffè, Giulio C. notò il giornale dimenticato da giorni su una sedia. Era l’unico che Olimpia aveva trovato, due giorni dopo la gara di F1 di Silverstone.

Alzatosi, lo prese e vi diede una rapida scorsa.

«Un po’ inusuale trovare un giornale sportivo in una casa di ragazze sole!» commentò guardandole.

«Se, però, una è una ferrarista assatanata, non è poi così strano» fu la pronta risposta di Laura, che scambiò un’occhiata eloquente con Olimpia.

«Sarai felice anche tu di come si è messo il mondiale, allora?» le chiese

«No, guardi, la malata è Olimpia!» lo informò prontamente Patrizia.

«Ah! Bene! Hai visto il Gran Premio?» domandò, finendo di sorseggiare il caffè.

«Sì, ma purtroppo, non abbiamo la parabola e mi sono dovuta accontentare della telecronaca in greco. Che sia stato un trionfo rosso, non ho fatto fatica a capirlo, ma mi sono persa molto dell’atmosfera e i commenti dei nostri cronisti!».

«Se volete, per la prossima corsa, il 25, ad Hockenheim, potete venire al nostro albergo. Non sarà l’Hilton, ma la parabola ce l’ha!» le invitò alzandosi.

«Guardi che lo considero un impegno!» si entusiasmò Olimpia «Non lo dimentico di certo».

«Farai bene!» concordò. «Potremo approfittarne per una bicchierata generale, soprattutto se…»

«Zitto!!! Non si dice niente, prima!» lo redarguì con forza, legata com’era a pratiche scaramantiche.

Nei giorni che seguirono, Giulio C. dovette assentarsi per andare ad Atene, per motivi di lavoro. L’università lo aveva contattato per averlo come visiting professor e voleva rendersi conto di persona di com’era l’ambiente. Quando tornò, tre giorni dopo, si presentò a casa delle ragazze, sperando di trovare Olimpia, sola come al solito, nelle prime ore del mattino. Fu sorpreso, invece, nel trovare vuota la sua sdraio e nessun segno di una assenza momentanea, anzi, ad esame più attento, notò le finestre chiuse, il silenzio totale. Solo Kalos si aggirava un po’ spaesato, prima di decidere di accoccolarsi sullo zerbino, non senza aver espresso il suo disappunto con una serie di miagolii. Non potevano essere partite per restare via a lungo, rifletté, visto che avevano lasciato la biancheria stesa al sole.

Piuttosto deluso e, soprattutto, sorpreso per l’effetto che quel mancato incontro faceva su di lui, se ne andò al cantiere. Nel corso della giornata, si sorprendeva spesso ad alzare il capo e guardare in direzione della casa in cui nulla cambiava. Fortunatamente, nel pomeriggio, il ritrovamento di una pregevolissima statua intatta, raffigurante un atleta incoronato per una vittoria, lo assorbì tanto che solo poco prima di chiudere rivolse ancora uno sguardo alla ricerca di un segno di vita. Fu allora che si accorse che la casa era di nuovo aperta.

Felice, si avviò per salutare le tre amiche e, proprio mentre stava per decidere se annunciarsi suonando il campanello o chiamare a viva voce, Olimpia si affacciò ad una finestra.

«Buonasera! Ciao! Bentornate!» l’apostrofò vivacemente.

«Grazie! Abbiamo fatto un giretto qua intorno con una barchetta di un pescatore! Si figuri se Patrizia si lasciava scappare l’occasione di una full immersion nel mare e nel sole. Comunque, è sempre affascinante vedere la costa dal mare. Tutto bene?» gli chiese poi. «Non la abbiamo vista per qualche giorno! Pensavamo ci fosse qualche problema!» si giustificò, usando un plurale che sentiva esclusivamente ipocrita.

Giulio C. spiegò volentieri la sua assenza e, appena Olimpia sentì “Atene”, si illuminò di entusiasmo.

«La prossima settimana vorremmo farci un salto. Sarebbe assurdo essere così vicine, anche se disagiate come mezzi di comunicazione, e non avere visto neppure il Partenone!»

«Vorrei ben vedere che ve ne andaste dall’isola senza essere passate dalla capitale!» approvò lui. «Intanto, ho pensato di rimediare, almeno in parte, al danno che hai subito.» Le disse, tendendole un sacchettino di stoffa blu.

Olimpia, sorpresa, con le mani incerte, armeggiava per estrarre un contenuto, che intuiva leggero e morbido. Sciolto il fiocchetto che lo legava, lo vuotò e si trovò sul palmo della mano una lucente catenina d’argento.

«No! Grazie, ma non doveva! Sembra quasi che si sia sentito in colpa per quanto accaduto e non è proprio il caso! Mi dispiace molto che abbia…» non sapeva come terminare per sottolineare la sua meraviglia e ringraziarlo di un pensiero tanto gentile.

«Nessun problema!» la tranquillizzò lui. «Atene è piena di negozietti di argenterie locali e, quando l’ho vista in una vetrina, non ho potuto non prenderla!»

Intanto anche altri ragazzi si unirono in un saluto e qualcuno lanciò l’idea di cenare insieme. Nicos, felice di rivederli dopo lo spiacevole incidente, li accolse con la sua espansività.

Mentre aspettavano la grigliata di pesce, il cellulare di Giulio C. si fece sentire.

«Scusate!» rispose alla chiamata, alzandosi dalla tavola.

Allontanatosi di quel tanto che bastava per non essere distratto dalle allegre voci dei giovani, già sollecitati dal vino migliore di Nicos, tornò poco dopo.

«Tutto ok, prof?» si informò Jacopo.

«Sì, sì!» confermò, sorridendo mentre riprendeva il suo posto di fronte ad Olimpia. «La prossima settimana dovrò fare un salto ad Atene.» piccola pausa di riflessione e poi: «Allora, si va insieme?» chiese lasciando vagare lo sguardo dall’una all’altra delle tre amiche.

«Sarebbe una favola: concludere la nostra vacanza con la visita ad Atene in tanta compagnia…» si entusiasmò subito Olimpia, cercando negli occhi delle altre la sua stessa emozione.

Ovviamente, la domenica pomeriggio, seguita da Laura, si presentò all’albergo in paese, con l’adrenalina che aveva sostituito tutto il sangue nelle vene, sia per l’attesa del Gran Premio che per la prospettiva di seguire la corsa condividendone i brividi con qualcuno in grado di capirla.

Il nuovo trionfo di Schumacher diede la stura a balli e inni esultanti: ormai il Mondiale era tutto Ferrari.

Quando tre giorni dopo le amiche chiusero la casa in quell’ora ancora incerta del primo mattino, Olimpia si sentiva elettrizzata come quando partiva in gita scolastica con la sua classe.

Giulio C. aveva programmato i suoi impegni in modo da tenersi libero per il pomeriggio e poter fare da guida alle tre ragazze, che la mattina si dedicarono a passeggiare per le strade attorno all’Acropoli. Olimpia non si stancava di tenere gli occhi fissi sul Partenone, quella meraviglia bianca che torreggiava nella sua aristocratica bellezza. Il tempio più famoso di tutta la Grecia aveva perso nei millenni le tinte forti di cui i pittori contemporanei di Pericle lo avevano rivestito, ma anche così, rifletteva Olimpia, era ugualmente affascinante, anzi, quasi di più.

Nelle ore ancora molto calde del pomeriggio, l’allegra, piccola schiera salì la rampa dei Propilei. Giulio C. non si stancava di animare quel luogo, così ricco di storia e di arte, con nozioni, aneddoti e curiosità che tenevano le ragazze avvinte.

Mentre si dirigevano in taxi all’albergo, che lui aveva prenotato, Giulio C. chiese:

«Credo che non abbiate mai visto spettacolo più bello e completo del tramonto a Capo Sounion. Vi va di fare questa esperienza? Vedrete un indimenticabile connubio tra arte e paesaggio!»

«Ma certo!» «Senz’altro!» «Grazie, assolutamente sì!» concordarono, quasi ad una voce.

Arrivate alla reception, Laura ebbe un sussulto, quando vide avvicinarsi un ragazzo alto e dall’andatura dinoccolata.

«No! Non è possibile! Franz! Sei proprio tu?!»

Era proprio lui, un tedesco di Monaco che aveva conosciuto in giro per il mondo, non ricordava più dove, ma invece non poteva dimenticare la sua simpatia e le serate di confidenze reciproche, davanti a bicchieri di chinotto, che lui, forte bevitore di birra, guardava con aria tra lo schifato e il compassionevole.

«Laura!» esclamò, tendendole le braccia, che lei strinse con affetto. «Wie geht’s dir?»

Da lì in poi si lanciarono in un fitto scambio di domande e risposte, inframmezzate da sorrisi e aperte risate, finché Laura fece cenno alle amiche e Giulio C. che si erano fermati a distanza di sicurezza.

Fece le doverose presentazioni, scoprendo che anche l’amico conosceva, di fama, lo scrittore e archeologo veneziano.

Mentre stavano per salutarsi prima di salire in camera, Franz richiamò Laura e le chiese qualcosa cui lei rispose scuotendo il capo e accennando alle amiche poco più in là.

«Qualcosa che non va?» si informò Patrizia.

«No, no. Solo Franz mi chiedeva se volevo andare con il suo gruppo ad ascoltare un concerto di un gruppo rock, gli Iron Maiden, che sa essere sempre stato una mia passione»

«E qual è il problema?» intervenne Giulio C.

«Che non mi pare molto corretto andarmene per i fatti miei e lasciarvi soli!»

«Credo si possa sicuramente risolvere l’impasse.» Suggerì lui «Vediamo innanzitutto cosa vorresti fare tu e…»

«Il fatto è che sono molto titubante, perché vorrei poter essere in entrambi i posti» confessò.

Saputo che il concerto sarebbe iniziato alle 10, ogni incertezza scomparve, perché il sole a quell’ora se ne sarebbe certo già sparito oltre l’orizzonte e Laura avrebbe potuto correre a frastornarsi e trapanarsi i timpani con i decibel della sua musica preferita.

Dopo una rapida rinfrescata, si ritrovarono nella hall e si sistemarono in alcuni taxi, che partirono sparati nel traffico di Atene. Le poche decine di chilometri furono riempite da piacevoli chiacchiere e confessioni di reciproci ricordi.

Giulio C., anche se non ve n’era bisogno, aveva cercato di solleticare la loro curiosità, creando un’aspettativa assolutamente da record. Nonostante ciò, quando le ragazze si trovarono a salire verso le colonne e i pilastri della cella del tempio di Poseidone, ogni commento fu inadeguato ad esprimere le loro emozioni. Il fluire di numerose colonne di turisti era la riprova del potere evocativo del luogo in quel particolare momento della giornata.

Olimpia si era fermata, un po’ più indietro degli altri, per immaginare di essere sola a lasciarsi inondare, come quei resti di antichi edifici, dalla luce calda e preziosa di un sole che era come non lo aveva mai visto.

Immersa in quello spettacolo, non si era accorta di essere rimasta separata dal resto del gruppo, finché non si sentì chiamare.

«Eccoti finalmente!» l’apostrofò Laura, seguita dagli altri. «Che ne dici se ora noi torniamo e ce ne andiamo al concerto?» chiese, già prevedendo la risposta positiva di Olimpia.

«Penso che sia ora e che dovrete anche correre un po’!» rispose infatti, sperando che non si notasse la sua premura di rimanere ancora un po’ in silenzio per conto suo.

«A qualcuno dispiace se anch’io mi unisco al gruppo dei rockettari?» intervenne Patrizia. «Io il mare preferisco vederlo più da vicino, tutto sommato, anche se questo panorama non andava assolutamente perso, devo ammetterlo!»

«Non vi preoccupate» assicurò Giulio C. «Saprò fare io buona guardia alla vostra amica. Ci rivediamo in albergo. Buon divertimento!»

Quando Olimpia vide il gruppo vociante che si buttava a correre in discesa alla ricerca delle macchine, non realizzò subito che era rimasta sola con Giulio C. al suo fianco, gli occhi vaganti dalle colonne rosate, al sole, che ormai si stava spegnendo in un mare di fuoco.

Molti altri turisti stavano tornando e loro due, invece, si muovevano contro corrente.

«È ovvio che Tucidide abbia scritto “Amiamo il bello, ma con compostezza”!» riconobbe Olimpia. «Come poteva essere altrimenti, se, fin dalla nascita, un greco aveva davanti dagli occhi spettacoli come questo! Per questo popolo fortunato il bello era una abitudine quotidiana!»

«Infatti» confermò Giulio C. «Si può dire che il Bello, come canone estetico l’abbiano inventato loro!»

Olimpia si lasciava avvolgere da quell’atmosfera, ormai quasi spenta, ma che continuava ad emanare profumi, essenze penetranti e afrodisiache.

Quando sentì la mano di lui posarsi suoi fianchi, ebbe un fremito e, voltatasi, trovò il viso di lui così vicino al suo da distinguere anche le pagliuzze dorate nei suoi occhi. Le sue labbra, che a lei ricordavano quelle, così marcate e virili, dei bronzi di Riace, si stavano schiudendo alla ricerca delle sue. Fu un attimo e lei si scostò, combattuta tra un desiderio struggente di abbandonarsi e un rigurgito di razionalità che la allontanava. Giulio C. la trattenne.

«No, la prego, per favore. Non lo faccia!» lo pregò quasi in un sussurro.

«Non lo desideri forse anche tu?» le mormorò.

«Non saprei dire quanto e da quanto tempo!» confessò, chinando il capo, per sfuggire a quegli occhi che la indagavano.

«Allora, perché no?» insistette lui.

«Perché…» esitò «perché è tutto troppo perfetto e quasi ovvio. La vacanza può fare di questi scherzi: tutto sembra naturale, ma poi…»

«Se è per questo, ti ricordo che io non sono in vacanza per niente!» ribatté, avvicinando di nuovo il viso.

«Dimentica forse che c’è qualcosa, o meglio, qualcuno, che ce lo impedisce?» volle ricordargli.

«Non capisco. Scusa, pensavo tu fossi libera…»

«Infatti!» confermò lei, mentre la sua incertezza si faceva sempre più vacillante. «Non dicevo per me… Se non sbaglio, proprio il libro “Nella terra degli Dei” portava una dedica molto eloquente!» rispose, ricordando quante volte aveva tentato di immaginare come poteva essere la donna che aveva avuto il privilegio di condividere vita e opera con lui.

«Ah! Per quello dicevi?» rispose lui, con un evidente senso di sollievo, che trasparve dal intensità lieto della voce. «Guarda la data, allora! Negli anni le cose possono cambiare e tanto!»

Le prese le mani e la guidò verso una panchina che pareva attendere proprio loro. Mentre ormai il buio diventava il nuovo interprete su quel palcoscenico che li circondava, Giulio C., finalmente con estrema naturalezza, raccontò la sua storia con Charlotte, accorgendosi di sentirsi ormai lontano e quasi estraneo ai momenti che rievocava. Quando descrisse le cause che avevano annullato il suo rapporto con la moglie e come in lei si fosse riaccesa prepotentemente un’appartenenza etnica assolutamente esclusiva e intollerante, Olimpia non poté non mormorare: «Ecco perché forse, allora lei…»

«Sì? Cosa?» la interrogò.

«Non mi spiegavo il perché del suo interesse per questo!» gli rispose mostrando il pendente del magen David.

«Già, temevo un altro baluardo insormontabile!»

«Non è stato certo un bel momento, ma, come vedi, e come anche tu hai imparato, la vita è anche altro e oltre.» Concluse.

«Penso che, come dice lei..» stava per confermare Olimpia.

«E adesso se non impari a darmi del tu e non mi baci fino ad Atene, giuro a Poseidone che ti lascio qui da sola !»

Qualche minuto più tardi, la panchina era vuota e solo uno spicchio di luna dialogava con il mare.