Devo ammettere che quando ho cominciato a leggere questo romanzo, non sapevo minimamente cosa aspettarmi.

Non avendo mai letto prima nulla che fosse scaturito dalla penna di Annamaria, mi sono avvicinato con una curiosità quasi morbosa, come fossi consapevole che avrei scoperto un lato di lei che mi avrebbe affascinato.

Ed in effetti non mi sbagliavo poi così tanto.

Il romanzo scorre sulle linee quasi parallele delle vite dei due personaggi, Giulio C. e Olimpia, con la frequenza di un pendolo che oscilla inesorabile, ora lento, ora velocissimo.

Come contrappesi di un pendolo che deve essere sincronizzato, Annamaria ci porta per mano di volta in volta ad esplorare le vicende che vedono i due protagonisti vivere due esistenze apparentemente diverse, segnate da momenti di emozioni violente e da periodi piatti, silenziosi ed introversi, nei quali la vita li catapulta, loro malgrado.

Conoscendo Annamaria, non ho potuto fare a meno di notare come sia stata in grado di amalgamare i tanti spunti autobiografici presenti evitando però di farne il cuore del romanzo, ma usandoli sapientemente per caratterizzare al meglio le tante sfaccettature dei personaggi, anche quelli di secondaria importanza.

È interessante notare anche l’uso della sola iniziale di C. che associata al nome di Giulio richiede un certo sforzo per disabituare il pensiero ad associarla a “Cesare”. D’altro canto, proprio questo collegamento inconscio, aiuta ad delineare meglio i contorni di un uomo che, nel suo mestiere di archeologo, tanto ha a che fare con la storia antica.

Nonostante il romanzo sia collocato in anni ben precisi, non si tratta di un romanzo storico, né, tanto meno, il passaggio del millennio o il crollo del muro di Berlino sono eventi centrali della narrazione. L’inserimento di questi elementi, però, aiuta a dare una scansione temporale ben precisa alla crescita dei personaggi ed a contestualizzare meglio le vicende, anche sotto il profilo geografico che finisce per diventare un elemento importante della storia.

Di luogo in luogo, le vite dei personaggi prendono così l’abbrivio iniziale che li porterà alla destinazione successiva attraverso periodi sempre ben delineati della loro vita. Ciascuno di questi archi di tempo carica di esperienze intense, spesso difficili, le esistenze di Giulio e Olimpia, e solo sullo sfondo appaiono, quasi vellutate, le figure costanti della loro vita: Mara, la madre di Giulio, la famiglia di Olimpia, le amicizie di lunga data; figure che affollano il passato per divenir sempre più rade, sino a scomparire con il sole che al tramonto si tuffa nel mare.

Ad ogni oscillazione del pendolo, il tempo si sposta in avanti in maniera discreta e migliora la sincronia che solo nelle ultime pagine del romanzo diventa concreta e pare aver sigillo in quel senso di religiosità pacata e sommessa che si respira nelle prime pagine, dove cristianesimo ed ebraismo convivono nelle famiglie e nella storia dei protagonisti, nella più completa normalità.

Non mancano i sentimenti forti, coinvolgenti, espressi in descrizioni semplici, dirette ed efficaci, capaci di suscitare emozioni davvero intense anche nei momenti in cui viene esplorato l’ambito dei sentimenti maschili, cosa non comune per un romanzo scritto in rosa.

Forse non sarò il critico più obiettivo, lo ammetto, ma la lettura di queste pagine è stata più che piacevole, il testo scorre veloce, i dialoghi ben congeniati e sopra tutto, una Storia davvero appassionante.