Quando appese il fiocco azzurro all’interno della vetrina del suo negozio, Marco aveva le mani sudate e tremanti per la gioia incontenibile. Mara,donna forte e volitiva, non si era troppo crogiolata nell’accettare riguardi e attenzioni da puerpera: dopo pochissimi giorni dal parto, era scesa di nuovo in campo e si destreggiava tra mille impegni e vagiti.

La scelta del nome li aveva occupati parecchio, finché si erano accordati su un doppio nome che ricordasse i loro rispettivi genitori: Giulio Claudio.

«Suona bene» aveva commentato Marco, che ricordava vagamente di aver sentito nominare un Giulio Cesare quando sedeva sui banchi delle elementari.

Quando fu il momento di iniziare il suo percorso scolastico, Giulio C. non si distinse certo per la docilità del carattere. Dimostrò, invece, da subito una brillante intelligenza, spiccate capacità deduttive e logiche, ma anche una decisa ostinazione nel perseguire i massimi risultati.

Decisamente, quello che ormai era diventato un ragazzino, meritava di studiare, di andare ben oltre le scuole medie, che pure per Mara e Marco erano una meta ambiziosa. Anche a detta dei professori, Giulio C. aveva una netta predisposizione per le discipline umanistiche. Spesso le insegnanti avevano ascoltato con piacere e crescente entusiasmo le sue fantasie, i suoi racconti che riuscivano ad incantare anche i ragazzi più vivaci. Giulio C. pareva nato apposta per estasiare con la creazione di storie meravigliose, che lui per primo viveva raccontandole.

Mara, a sentire ciò, rabbrividiva ricordando il padre Giulio, noto in tutto il paese e dintorni, come un contafole meraviglioso, ricercato in tutte le stalle e casolari delle campagne, perché come sapeva raccontarle lui, le cose parevano vere. Altro che cinema o teatro, che la maggior parte del pubblico non aveva mai neanche visto in fotografia! Quando si spandeva la voce che c’era Giulio, tutti accorrevano, portandosi dietro sgabelli, vino e, nei momenti migliori, pane e salame. E ora avere un figlio che sembrava aver ereditato da un nonno sconosciuto la capacità di tenere in pugno l’attenzione di un vasto uditorio, la gratificava come un dono impensato e magnifico.

Così iniziò il suo via vai per frequentare il ginnasio e il liceo classico, sopportando i disagi delle attese dei mezzi pubblici e sfruttando il tempo del viaggio per ripassare le lezioni del giorno.

Ottenuta la maturità con un brillantissimo risultato, espresse il desiderio di frequentare l’università, cosa che fu accolta dai genitori con enorme orgoglio ma anche con qualche perplessità di natura economica. Giulio C., però, meritava qualunque sacrificio, anche perché la famiglia avrebbe visto realizzarsi così una grande utopia generazionale: un laureato, il primo laureato in casa Erneti!

Con pazienza e parsimonia riuscirono ad amministrare il bilancio familiare: Mara, oltre al lavoro al negozio, si mise a cucire e ricamare per tutto il paese, in modo da aggiungervi di suo qualche banconota.

Gli ultimi anni universitari di Giulio C. coincisero con quella che si sarebbe poi chiamata la Rivoluzione del 68, data epocale. Anche Padova fu stravolta da quella ventata parigina e le aule universitarie si trasformarono in dormitori, sale per assemblee autoconvocate, cucine improvvisate. Lezioni, appelli ed esami furono sospesi o annullati.

Per Giulio C.,che più proseguiva nei suoi studi, più si appassionava nel desiderio di approfondire le sue conoscenze, i proclami politici, gli slogan dei più scalmanati e il blocco dell’attività didattica erano vissuti come degli ostacoli, di fronte ai quali si sentiva impotente. Soprattutto perché tutto ciò che poteva fargli ritardare la fine degli studi gli pareva un’offesa nei confronti dei genitori che sacrificavano tempo, forze e denaro per permettergli di conquistare il titolo di «dottore in Lettere».

Parecchi esami li aveva preparati con un amico e compagno di liceo che abitava in un paese vicino a Mirano. Insieme, rileggendo e traducendo l’epica omerica, si erano appassionati ai grandi eroi, alla loro totale adesione ad un ideale di valore che meritava anche il sacrificio di sé e della propria vita, perché era il prezzo di un’immortalità del nome e della memoria che superava qualunque materiale ed effimera tranquillità umana. Questo per Ettore e Achille era essere uomini: conoscere ed accettare il proprio destino di tragici eroi.

E che dire poi delle grandi pagine degli storici, Tucidide, Erodoto, dalle quali balzava viva una civiltà fatta di principi, di diritti, di ordine, diversi, è vero, da quelli che ispiravano le moderne costituzioni, eppure così saldi che avevano creato e mantenuto per secoli una civiltà di cui essere orgogliosi.

In poche parole, alla fine degli esami, i due amici si erano ritrovati a sognare davanti alle foto delle acropoli micenee, del Partenone, del patrimonio statuario ellenico, come due innamorati di fronte alle foto dell’amata. Il desiderio di partire verso la Grecia si faceva sempre più intenso e urgente mano a mano che si avvicinava il giorno della discussione della tesi.

Con grande forza di volontà nei quattro anni regolamentari, Giulio C. uscì dall’Ateneo patavino con un 110 e lode. La gioia di tutti fu grande ma quella sua raggiunse l’apice, quando si vide consegnare una busta abbastanza appesantita da un cospicuo numero di banconote, regalo di parenti e amici. Era quello che gli ci voleva per realizzare il tour della Grecia.

Con una esaltante euforia, insieme all’amico, si diede da fare per organizzare la partenza, gli spostamenti, le tappe. Avrebbe voluto vedere tutto, toccare ogni pietra testimone della Storia, ma si rendeva conto che doveva restare con i piedi per terra. Così scelsero di partire nella maniera più economica, un posto ponte da Venezia a Patrasso, e di affidarsi alla proverbiale ospitalità greca per ottenere passaggi con l’autostop.

La traversata dell’Adriatico, secondo la rotta inversa a quella seguita dagli antichi coloni delle metropoli elleniche, gli parve infinita: gli sembrava che la nave gli bruciasse sotto i piedi. Ma finalmente ecco apparire il porto, meta del loro sbarco.

L’insieme degli odori che li accolse, una miscela di aromi dolci, forti sentori di nafta e di afrori marittimi, a tutta prima li disorientò, ma una volta entrati in uno dei tanti kafenion e riempito lo stomaco con una mielosa pasta dal sapore antico, diluita in un caffè greco (o turco), si sentirono meglio.

Certo la modernità della città marittima non era il genere di benvenuto che avrebbero desiderato, ma a questo erano preparati.

Fortunatamente, sia gli automobilisti greci che i turisti si dimostrarono sempre assai disponibili e così poterono spostarsi agevolmente e senza sprecare troppo tempo da Olimpia a Corinto, facendo tutto il periplo del Peloponneso a piccole tappe. Si fermarono ovviamente a Olimpia, Sparta e finalmente poterono salire alla rocca di Micene. Era il tardo pomeriggio quando passarono con timore reverenziale sotto il ciclopico architrave della Porta dei Leoni, appena in tempo prima della chiusura. Un brivido scuoteva Giulio C. mentre calpestava le pietre sulle quali, secondo Omero, aveva regnato Agamennone.

«Pensa» diceva rivolto all’amico che sembrava interessato ad ogni sasso, ad ogni buco, «a quando il signore di Micene sarà uscito da qui con i suoi guerrieri, alla volta di Troia. Non ti sembra di udire il rimbombo dei loro calzari su questi lastroni, non vedi il bagliore corrusco delle loro armi?» gli chiedeva quasi trasognato.

E come Schlieman rileggeva Omero che, con i suoi incliti versi, aveva reso immortale un mito.

«Dai, Giulio,» lo invitava l’amico ripresosi dall’estatica ammirazione, «lo sappiamo bene che questo strato non appartiene all’età dell’Atride!».

«Ma cosa importa, se la corrispondenza della poesia con la storia appare così perfetta e totale!», gli rimandava.

Superato l’istmo di Corinto, seguendo la strada litoranea,in direzione di Atene, furono accompagnati, per un certo tratto, dalla vista dell’isola di Salamina. Eschilo suggeriva loro le immagini dell’epico scontro navale che vide la distruzione della flotta di Serse.

E poi ecco Atene, il faro della civiltà passata e presente, della democrazia, dell’arte. Fu un vero bagno nella storia e nel bello. L’Acropoli, il Museo Nazionale furono scandagliati fin nei più reposti angoli. Solo quando le forze cominciavano a calare, si accorgevano che anche lo stomaco reclamava la sua necessità di essere saziato. Allora partivano alla ricerca di qualche modesto estiatorio dove poter soddisfare la fame con i cibi più economici e nutrienti. La sera, poi, si concedevano di annaffiare la loro parca cena con una bottiglia di retsina che, oltre al pregio di essere economico, era anche tipico e dissetante.

Un’altra tappa che li rapì fu il santuario di Delfi. Lo visitarono in religiosa concentrazione e si dichiararono perfettamente d’accordo col cartello all’ingresso della Via Sacra, che invitava i visitatori ad accedere a quell’ascesa con un abbigliamento consono alla natura del luogo. I cipressi che punteggiavano il percorso sembravano aggiungere severità al paesaggio.

Non poterono, a quel punto, non deviare verso nord, per andare a rendere omaggio ai trecento spartani di Leonida, caduti alle Termopili, per colpa di un traditore.

Purtroppo i giorni erano trascorsi in fretta e il loro budget si stava ormai esaurendo. Così, dopo aver acquistato qualche doveroso souvenir e regalini vari, con la malinconia di chi è costretto a lasciare incompiuta un’impresa, si avviarono verso Patrasso, da dove la stessa nave dell’andata li avrebbe riportati a casa.

Quando si imbarcarono, verso il tramonto, e videro allontanarsi la costa greca, sentirono di essere diversi dai ragazzi che erano sbarcati quasi un mese prima: una ricchezza, una saggezza mai prima sperimentata li riempiva e li aveva trasformati in uomini.

Il rientro a casa fu festoso ma, nello stesso tempo mise di fronte Giulio C. alla necessità di decidere del suo futuro. La laurea in lettere era senza dubbio un buon punto di partenza.

Già negli ultimi tempi, mentre si aggirava per le aule del Liviano, aveva cominciato ad immaginare come utilizzare il suo titolo: forse il suo stesso nome conteneva un destino che lo attirava verso il passato, verso la grandezza di Roma e della classicità. Quale grande soddisfazione sarebbe stata per lui andare alla ricerca di sepolte testimonianze delle radici della cultura italica!

Grazie anche all’aiuto dei docenti che lo stimavano, si mise in contatto con gruppi di studi e seminari archeologici, partecipò a campagne di scavi e finalmente ottenne la specializzazione in archeologia.

Per qualche anno insegnò lettere in alcuni istituti della provincia di Venezia, finché il rinvenimento, in una piccola necropoli etrusca dell’alto Lazio, di un importante e integro vaso attico con una decorazione inusuale, gli aprì definitivamente le porte della carriera di archeologo.

La sua capacità di comunicare in forma divulgativa anche concetti ostici o molto specialistici, gli permisero anche di pubblicare qualche articolo su diverse riviste e periodici, anche non espressamente del settore. Per qualche tempo continuò così una doppia attività di docente e pubblicista, riuscendo anche a scrivere un paio di romanzi, “Il ragazzo della Chimera” e “Le armi dell’oplita”.

Dalla carta stampata al teleschermo, poi, fu questione di poco: gli venne affidata, da una emittente locale, una rubrica di carattere storico-turistico che riscosse subito un buon successo. Durante le sue ricerche per preparare articoli e relazioni, gli capitava a volte di incontrare personaggi dell’antichità appartenenti alla vita quotidiana, nomi che non comparivano sui libri di storia e che, proprio per questo, lasciavano ampio spazio a voli fantastici.

Anteocle, uno schiavo greco, venduto al mercato degli schiavi di Roma, divenne il protagonista del suo nuovo romanzo “In catene”, come i precedenti, una vicenda che coniugava la Storia, quella vera, documentata e attendibile, con fantasie spesso tinte di giallo che sapevano creare quella suspense e quel pepe che offrivano ad un pubblico vasto e composito il piacere della lettura.

Dal punto di vista sentimentale Giulio C. aveva vissuto per lungo tempo in una specie di savana: quasi un deserto, costellato qua e là da qualche relazione, più accettata che voluta. Durante gli anni universitari aveva ricevuto numerose sollecitazioni da parte di compagne di studi che avrebbero desiderato dividere con lui, oltre ai libri, anche momenti di più piacevoli attività. Da qualcuna si era lasciato convincere, con una certa innegabile soddisfazione per entrambi. Non aveva, però, quasi mai preso lui l’iniziativa, anche perché, a onor del vero, non ne aveva bisogno.

Di tutte quelle frequentazioni, una gli era rimasta particolarmente impressa: Fabiola.

Alta e formosa, non ostentava, a differenza di molte altre, la propria opulenza. I lunghi, lucenti capelli neri erano quasi sempre costretti in una treccia che le ornava la schiena. Anche lei molto intelligente, forse un po’ troppo seriosa, lo aveva dapprima attratto per l’acutezza di alcune osservazioni durante le lezioni di greco. Questo lo aveva spinto ad osservarla con maggior attenzione e, quando si era accorto che lei gli si stava perdendo dietro, aveva gettato l’amo al quale lei aveva subito abboccato. Non era, comunque, stata la loro una storia troppo impegnativa, anche se era durata quasi un anno. Il perché,poi, avessero smesso di incontrarsi era stato un fatto quasi previsto da entrambi, vissuto e accettato consensualmente, senza nessun trauma.

Si era sempre assolutamente opposto e aveva altrettanto strenuamente rifiutato avventure goliardiche di gruppo: il sesso per il sesso non lo interessava.

Superati ormai da tempo i trent’anni, avviato verso quella che si intravedeva come una brillante carriera, Mara, alla quale non aveva mai presentato nessuna ragazza, cominciava quasi a pensare che, forse, al suo diletto figliolo, la pupilla dei suoi occhi, non interessasse il matrimonio. Poterlo avere sempre tutto per sé, anche se lontano, le appariva una grande fortuna, egoistica, certo, ma la mamma…Certo, ora che era ancora in forze, aveva ancora tanto da dare al figlio, ma quando fosse stata più in là con gli anni, chi si sarebbe preso cura di lui? Ma questi pensieri erano poi presto scacciati.

Spesso amiche e vicine di casa, inorgoglite da quella quasi celebrità a porta e uscio, con voce un po’ mielosa le chiedevano: «Ma sto fiolo no se mardielo mai?» «Nol g’ha una tosa?» e Mara, gongolando: «El starà ben cussì, ciò».

Giulio C. si sentiva bene davvero a casa sua. La sera, ormai, però, purtroppo raramente, quando poteva fare ritorno tra una giornata in redazione, una negli studi televisivi o settimane in giro per il mondo per motivi di studio o lavoro, gli piaceva, dopo la cena, fermarsi in cucina a parlare soprattutto col padre che, nonostante non avesse compiuto studi elevati, aveva trovato la passione e la voglia di cercare di farsi una cultura, leggendo tutto ciò che poteva. Era stato lui il primo lettore delle opere del figlio e insieme ne avevano anche parlato. A volte, Giulio C. aveva dovuto riconoscere che alcune osservazioni del padre gli avevano fornito spunti interessanti per dare una svolta inaspettata alla vicenda del libro ancora in fieri. Marco era proprio un modello, come padre e come marito. Ad ogni nuovo successo del figlio, tornava a casa con una rosa per la moglie e, porgendogliela, le diceva orgogliosamente: «Grassie, mujer, questo xè anca merito tuo».

Al compimento del quarantesimo anno, decise che non poteva più dividersi tra la scuola e le attività di ricerca, studi e divulgazione e lasciò definitivamente l’insegnamento.

Pochi anni più tardi, un giorno Giulio C. tornò a casa con una enorme torta e un regale mazzo di fiori. A quella vista i genitori restarono basiti, tutto si aspettavano fuorché la realtà: gli avevano affidato la direzione di una spedizione archeologica in Tunisia.

La missione si presentava quanto mai intrigante: riportare alla luce i resti di una antica colonia greca di cui si erano perdute le tracce, ma di cui erano emerse testimonianze lapidee e descrizioni in alcuni codici venuti alla luce qualche anno prima.

«E quanto ti starà via?» Si informò subito la madre.

«Non posso prevederlo con precisione, ma comunque non certo più di tre mesi. I fondi che abbiamo a disposizione non ci permettono di più. Se le cose si metteranno bene, torneremo il prossimo anno» le rispose abbracciandola Giulio C.

La felicità per quell’incarico di prestigio per un attimo fu oscurata agli occhi di Mara: un arcano presentimento?

Comunque, a marzo, accompagnato dagli auguri di tutti e sostenuto da un forte, virile abbraccio del padre, Giulio C. partì.

Quasi ogni sera chiamava casa. Le solite domande di lui: «State bene?» «Come va?» «Che c’è di nuovo?» e le solite risposte della madre e le reciproche richieste: «Cossa fasstu?» «Cossa te magni?» «No i te darà dei bissi, ah?» e scherzando si salutavano.

Era trascorso ormai più di un mese: le ricerche erano lente, appesantite dall’estremità del clima e dalla scarsità di personale, anche se nelle settimane seguenti era previsto l’arrivo di un paio di studentesse da Firenze.

Approfittando di una breve pausa nei lavori, Giulio C. si fiondò a casa. Voleva fare una sorpresa ai suoi. Purtroppo, però, la vera sorpresa fu per lui: trovò il padre pallido e smagrito.

Cogliendo un momento di intimità con la madre, preoccupato, le chiese cosa avesse.

«Ma niente!» minimizzò Mara, girandogli le spalle per scoperchiare la pentola e mescolare il sugo di vongole «Cossa vussto, no l’è più un zovinoto. El g’ha avu’ una bruta influensa».

«Ma si sta curando? Cosa dice il dottore?» volle sapere Giulio C.

«Ghe vol tempo, l’ha dito» lo tranquillizzò lei. «e adesso tuti a magnar»

Al momento di ripartire, il padre lo strinse un po’ più forte e gli chiese: «E allora, il nuovo libro, come procede?»

Giulio C. ricordò di avergli accennato, pochi mesi prima, che aveva in mente un romanzo.

«Sono un po’ fermo in questo periodo, papà. Capirai, con il lavoro agli scavi, ora ho altro per la testa» gli confessò «Ma non temere, che non appena mi verranno nuove idee, sarà un piacere parlarne con te.»

«Non so se sarò ancora in grado di darti qualche buon suggerimento, sai» sospirò Marco, pensando al suo futuro.

«Ma certo che potrai farlo, papà!» lo rassicurò lui, pensando che la sua ritrosia fosse dovuta alla sua modestia abituale.

«Ciao, papà. Al mio rientro!»

«Ciao, Giulio C. e non dimenticar…»

«Cosa?» si voltò a chiedergli, già sulla porta.

«Non dimenticarti di portarci qualche piccolo reperto come souvenir» scherzò sorridendo il padre.

Nelle settimane successive gli appuntamenti telefonici gli riuscirono sempre più angoscianti. La madre gli rispondeva in modo sempre più sforzato e spesso infilava qualche frase in italiano. Questo era per lui un segnale molto negativo: sapeva bene, infatti, che Mara ricorreva alla lingua ufficiale solo in occasione di particolari stati emotivi.

Non potendo più sopportare la lontananza da una situazione che sentiva stare precipitando, si prese un permesso e volò a casa.

Appena entrato, si sentì svuotare di ogni energia: nella sala, nel corridoio, ovunque aleggiava un acuto odore di farmaci, disinfettante, agonia. Salì le scale mentre il cuore gli tambureggiava nelle tempie.

Stava per aprire la porta della camera del padre quando, nello stesso istante, come per un arcano appuntamento, ne uscì la madre che fu appena in grado di spingerlo per farlo arretrare, mentre piangendo gli si aggrappò al collo.

«È finita, Giulio mio, ormai è questione di ore». L’uso del primo solamente dei suoi nomi lo rese ancor più certo della tragedia: mai, infatti la madre lo aveva chiamato così.

«Ma come, mamma, perché?» singhiozzò affondando il capo nella spalla di lei.

«Non voleva farti preoccupare, ma il papà era già malato quando sei partito. Non ha voluto che ti dicessi niente…»

«Ma se non fossi arrivato ora, per puro caso, sarei addirittura arrivato troppo tardi. Perché… perché bisogna sempre pagare tutto ciò che di bello si ottiene?» domandava più a se stesso che a lei.

«Fatti forza, Giulio. Vai a salutarlo. Forse può ancora riconoscerti.»

Con gli occhi arrossati, ma asciutti, entrò con timore: aveva paura di vedere la morte sul volto del padre, di non riconoscere più in lui quei forti lineamenti che sapevano addolcirsi al solo vederlo. Quasi trattenendo il respiro, si avvicinò al letto.

Il padre aveva gli occhi socchiusi ma, chissà se per effetto dei farmaci o per il cosiddetto bene della morte, appariva solo smagrito ma sereno. Anche il colorito non era terreo e ciò diede la forza a Giulio C. di sedere sul bordo del letto.

A quella lieve pressione, Marco spalancò gli occhi e un sorriso di una dolcezza nuova gli si stese sul volto.

«Che bello vederti, Giulio C.! Sai, stavo proprio venendoti a cercare.»

«Sono qui, papà, con te. Coraggio, ti darò io la forza di andare avanti. Ricordati che ho ancora bisogno di te per il mio libro.» gli sussurrò afferrandogli le mani che lasciavano ormai trasparire le ossa.

«Come lo intitolerai?» si informò.

«Non saprei, non ho ancora ben definito la storia» rispose, vagando con lo sguardo sul cassettone dal quale lo osservavano i nonni dalle loro cornici.

«Sai, mi piacerebbe se si potesse intitolare “Passaggi”» terminò con un soffio appena udibile. «Tutta la vita in fondo non è altro che questo… Una serie di passaggi, fino all’ultimo, il più impegnativo».

«Perché no? Ci può stare proprio bene. Grazie, papà. Come al solito mi hai dato un buon suggerimento.»

Giulio C. sentì che il respiro del padre si andava facendo sempre più flebile e vide i suoi occhi chiudersi, mentre le sue mani, con un ultimo sforzo, cercavano quelle del figlio.

Gliele strinse, quasi a volergli trasfondere la propria energia, ma poco dopo avvertì l’anima del padre abbandonarlo in un lungo, esile sospiro. E fu il silenzio.

Immobile, Giulio C. rimase a contemplare quel corpo ormai vuoto, fu attraversato da una vertigine profonda e fulminea. Con uno scatto di impotente ira e dolore, scaraventò a terra tutti i medicinali che avevano accompagnato, dal ripiano del comodino, l’agonia del padre.

Quando Mara udì le fiale e i flaconi andare in frantumi, si precipitò nella stanza. Madre e figlio si abbracciarono in silenzio e uscirono, come a non voler turbare col loro dolore la pace raggiunta da Marco.

Dopo i funerali, Giulio C. pensò che doveva dare alla madre un motivo per attaccarsi alla vita, dopo una perdita tanto tremenda. Sapendo quanto Mara amasse essere partecipe dei suoi progetti, quanto ogni suo desiderio fosse per lei una necessità, la coinvolse nella realizzazione di un bisogno che da un po’, per lui era diventato sempre più pressante. Ormai si era reso conto che aveva bisogno di una casa più grande, semplice ma confortevole, che gli consentisse di ritrovare intatta la serenità della famiglia, degli amici, del paese, ma che, allo stesso tempo, potesse ospitare la sua già ricca biblioteca e quegli oggetti di antiquariato che con passione andava raccogliendo. Aveva bisogno di uno studio con le tecnologie utili al suo lavoro, computer, proiettori, registratori.

Fu così che si mise alla ricerca del “pezzo giusto”: non voleva una casa da costruire dal nulla, ma qualcosa di vissuto, da restaurare e ristrutturare secondo le sue esigenze.

Anche gli amici gli diedero una mano e così in breve, grazie anche ad un colpo di fortuna, poté trovare una tipica vecchia casona veneta, di cui i giovani eredi volevano disfarsi. Aveva anche il grande vantaggio di essere a poca distanza dalla sua e spesso, quando era bambino, vi era passato davanti. Anzi, gli pareva di ricordare di esserci anche andato a giocare con qualche piccolo coetaneo, ai tempi dei primi anni di scuola.

Forse fu anche per questi pur annebbiati ricordi che la casa gli apparve subito familiare.

La madre accolse la notizia di questa importante novità con trepidazione: lasciare l’abitazione in cui aveva vissuto praticamente tutti suoi anni di sposa e madre e dove era morto il marito tanto amato?

Giulio C. comprese la perplessità e il sentimento della madre.

«Non temere» le disse sorridendo «questa casa non la venderemo mai. Anzi, non appena sarà pronta quella nuova e potremo andarci ad abitare, questa la faremo sistemare. Non per buttarla all’aria, ci faremo solo quei lavori necessari per renderla più sicura e funzionale. Mi farà piacere sapere che tu sarai qui a custodirla e ad accogliermi tutte le volte potrò tornare» finì abbracciandola.

«Ti va sempre più lontan, fio mio! Chissà quanto tempo che sarò mi sola» gli rispose, mentre con le mani gli sistemava il colletto della camicia stropicciato sotto il sottile gilet.

Proprio queste parole già timidamente addolcite dal dialetto familiare gli fecero capire che il dolore della madre si stava acquietando in una rassegnazione consapevole.

Così trovò la forza di ripartire verso la Tunisia. Erano trascorse solo poco settimane dalla sua partenza, ma grazie alla solerzia di alcuni specializzandi e al più esperto giovane archeologo cui aveva affidato la sorveglianza dei lavori, trovò che la ricerca era progredita con successo. Era venuto alla luce una parte del basolato di una via, accanto alla quale si erano riportate alla luce anche le fondazioni di una abitazione.

Quando alla sera del suo arrivo si riunirono tutti per fare il punto della situazione, tra gli studenti si alzò una ragazza.

Era giovanissima, alle sue prime esperienze sul campo, ma, consapevole della sua bellezza e del suo fascino, frutto dell’unione di un francese con una tunisina, parlò sicura di sé.

«Professore» cominciò arrotando la erre come una carezza, «mi chiamo Charlotte Drouet e a nome di tutti i miei compagni vorrei porgerle le nostre condoglianze e farle capire che le siamo vicini.»

Mentre la ragazza parlava, Giulio C. la osservava e si chiedeva come mai era stato così cieco da non averla notata prima. Il velluto nero degli occhi brillava sulla carnagione ambrata, perfetta, come di raso. Aveva una nobiltà nel portamento che la faceva subito distinguere in mezzo al gruppo di giovani studenti.

Giulio C. si accorse che la stava fissando un po’ troppo insistentemente, per cui, chinando leggermente il capo sui fogli che aveva davanti sul tavolo, cercò di dissimulare il lieve imbarazzo.

«Grazie, grazie Charlotte e grazie a voi tutti, ragazzi» tagliò corto, mascherando solo in parte una profonda commozione.

I giorni che seguirono furono intensi: lo scavo procedeva alacremente e i reperti catalogati cominciavano già a riempire alcune casse.

Forse anche proprio per la concentrazione nel lavoro, non si rese conto che il tempo passava e si avvicinavano al giorno in cui avrebbero dovuto chiudere il cantiere, in attesa di riaprirlo, se tutto andava bene, l’anno dopo.

Un po’ per questo e un po’ per festeggiare il compleanno di uno degli studenti, la sera accesero un falò e si rilassarono con grigliate di pesce e bottiglie di vino, che ciascuno si era portato da casa, temendo di non trovare alcolici nella musulmana terra della loro missione.

Quasi per caso, Charlotte si trovò accanto a lui davanti all’improvvisata tavola imbandita. L’odore del pesce cucinato non riusciva a sconfiggere il profumo che emanava dai suoi capelli e dal suo corpo. Era un’essenza sottile ma intensa che parlava una lingua sensuale e arcana. Pareva fatta apposta per turbare la fantasia con visioni d’oriente.

Giulio C. se ne colmò i sensi e, nel riempirle galantemente il piatto, le chiese: «Di dove sei?»

Charlotte, illuminandolo col suo sguardo dritto negli occhi: «Sono nata a Tunisi», modulò con la musicalità del suo parlare «ma ho studiato in Francia. Sono venuta in Italia con un progetto di scambi culturali e mi sono innamorata.»

«Di un fortunato mortale così caro a Venere?» cercò di scherzare

«Oh! No» Si difese lei «del suo paese, delle sue bellezze, della sua arte. Lei è fortunato ad essere nato in mezzo a tante ricchezze per gli occhi!» Rispose con aria vagamente sognante.

«Non mi starai dando del lei, spero» la rimproverò versandole un bicchiere di un bianco perlato «è vero che ho qualche anno più di te, ma per favore non farmelo pesare con la tua cortese formalità» la invitò, accennando ad un brindisi.

«Grazie per la cordialità» gli rimandò lei toccando con il proprio il suo bicchiere, che, però, la plastica non fece tintinnare.

Durante il resto della serata lui non fece che osservarla, quando era distante, per capire se avesse qualche simpatia tra gli altri componenti della squadra. Con grande piacere notò che distribuiva uniformemente sorrisi e parole un po’ a tutti, indifferentemente.

Questo gli permise, qualche giorno dopo, di avvicinarla in un momento di pausa. Stranamente gli venne naturale trattarla con grande simpatia e le numerose domande personali che le rivolse non sembrarono certo un interrogatorio. Anche a lei, del resto, sembrava fare molto piacere rispondere.

Non risparmiò parole e informazioni e gli descrisse la sua vita a Firenze, dove si era trasferita sia per ragioni di studio che per scelta, in quanto conquistata da quello scrigno di tesori d’arte.

«Ti andrebbe di fare un bagno?» le propose improvvisamente, aspettandosi speranzoso un si.

«Grazie, molto volentieri.» Fu la sua risposta entusiastica.

Mentre si avvicinavano alla foresteria, gli confidò di essere già stata in quella zona, diversi anni prima, perché la madre era originaria proprio di quella regione.

Indossati i costumi, presi i teli di spugna, percorsero lo stretto sentiero che arrivava al mare. La calura dell’ora era alleviata da una sottile brezza.

La sferzata di un’onda improvvisa li colse di sorpresa e li spinse più vicini. Fu così naturale prendersi per mano per non cadere, che si guardarono in viso stupiti e furono subito uno nelle braccia dell’altro.

Quel primo bacio per Giulio C. fu come l’ingresso in un mondo nuovo e misterioso e volle più e più volte sperimentare quel passaggio, ogni volta con emozioni più intense.

Charlotte assecondava con naturalezza i movimenti del mare, accarezzando con tutto il proprio corpo quello di lui. Il bagno fu dimenticato e, restando così allacciati, ritornarono sulla riva. L’urgenza dell’amore gli fece dimenticare la prudenza: crollati sui teli di spugna, si amarono con ardore e con una sintonia che aveva del divino. Giunti al culmine dell’ebbrezza, con un gemito profondo, Giulio C. si abbandonò dolcemente sul corpo meraviglioso e sudato di Charlotte.

Rimasero in silenzio, finché il respiro di entrambi si fece più regolare e i sensi appagati diffondevano nel loro corpo una piacevole serenità.

Quando si guardarono di nuovo, lei gli sussurrò: «Grazie, Giulio. È stato bellissimo.»

«Per me di più» le rispose ancora trasognato.

Ad un tratto si resero conto che dovevano tornare dagli altri.

A nessuno dell’equipe sfuggirono il loro diverso modo di guardarsi, le molteplici occasioni cercate per stare soli. Nessuno, però, pensava ad intromettersi con domande imbarazzanti e si limitavano a qualche benevolo e sornione sorriso. Gli unici che non si sentivano per nulla imbarazzati erano loro due, felici di condividere amore e quegli ultimi giorni di lavoro.

Una sera Giulio C. ricevette la visita di un vecchio amico, compagno di liceo, che era diventato un quotatissimo architetto. A lui, Marcello, aveva affidato il compito di preparare alcuni progetti per restaurare la casa che aveva acquistata. Poiché Marcello era venuto in vacanza in Tunisia, si erano messi d’accordo per vedersi e parlare dei lavori.

Quando i due amici si incontrarono, si salutarono con grande affetto e subito Giulio C. si informò: «Dimmi, hai visto mia madre di recente?»

«Si, proprio tre giorni fa» lo rassicurò l’architetto «e mi ha detto di abbracciarti per lei, di ricordarti che ti aspetta con ansia. Sta bene, Giulio (tutti gli amici lo chiamavano così). È una donna forte e intelligente».

«Grazie, Marcello. Ormai qui stiamo per chiudere e potrò stare un po’ a casa con lei» gli confidò.

«Disturbo?» chiese quasi timidamente Charlotte, sedendosi accanto a loro.

«Ma ti pare!» la accolse Giulio C. alzandosi premurosamente. «Permetti, questo è Marcello, un mio vecchio compagno di liceo. È qui vicino in vacanza e così è venuto a trovarmi. Lei è Charlotte» la presentò, mentre con un bacio le sfiorava una guancia.

Dopo le doverose e formali strette di mano, i due amici ripresero a parlare, guardando i lucidi che Marcello aveva nel frattempo steso sul tavolo.

«Questa se vuoi potrà essere la nostra casa» sussurrò Giulio C. all’orecchio della ragazza che lo guardò un po’ sorpresa.

«Per favore, Marcello» gli disse quando rimasero di nuovo soli «se per caso vedi mia madre prima di me, non dirle di Charlotte. Voglio essere io a darle la notizia che ho trovato la donna della mia vita.»

«Figurati, non mi permetterei mai di essere latore di una simile novità!» Lo tranquillizzò con aria divertita e complice.

Gli ultimi giorni al cantiere degli scavi l’attività fu frenetica: bisognava relazionare gli ultimi ritrovamenti, proteggere le unità stratigrafiche già passate in rassegna, chiudere tutto in attesa della ripresa dei lavori l’anno successivo. Al momento della partenza, Charlotte e Giulio C. si separarono sapendo che per qualche tempo non si sarebbero potuti rivedere: lei doveva tornare a Firenze per concludere gli studi e conseguire la specializzazione e lui doveva tornare a casa per riprendere a lavorare al libro che in quei mesi gli era cresciuto dentro.

Quando a maggio Mara lo poté riabbracciare, quasi non si staccava più da lui: «Come ti xè diventato moro, fio» fu il suo spontaneo benvenuto, colpita dalla evidente abbronzatura.

Una delle prime cose che fece fu recarsi a vedere come procedevano i lavori nella nuova casa: ora aveva un motivo in più per avere fretta. Il collegamento telefonico con Firenze era quotidiano. Tra un’affettuosità e l’altra, chiedeva a Charlotte come trascorreva le sue giornate e continuamente la invitava a raggiungerlo per un fine settimana.

In quel mese aveva lavorato molto al romanzo e così arrivò anche il momento in cui chiuse il file con la dedica del libro “Alla memoria di mio padre”. Fu così che rivisse in una successione di nitidissimi flashback tutti i momenti più incisivi dei suoi rapporti col padre: le ansie, le gioie e i successi condivisi fino a quando aveva raccolto il suo ultimo respiro.

Solo allora si rilassò sulla sedia ergonomica e, con una punta di rimpianto, pensò a quanto gli sarebbe piaciuto presentargli Charlotte che, ne era certo, lo avrebbe conquistato con il suo fascino.

No, non poteva più aspettare, doveva rivederla, aveva un disperato bisogno di lei.

Una volta consegnate le bozze all’editore, si mise al volante della sua potente e grintosa Alfa, deciso a raggiungere Firenze.

Solo quando fu in un’area di servizio alle porte di Prato, mentre si concedeva un caffè, compose il suo numero. Gli rispose una voce maschile che, alla sua richiesta di parlare con la ragazza, gli disse che non era in casa.

«Quando torna, per favore?» insistette Giulio C.

«Dovrebbe tornare tra un’ora. Chi debbo dire che la cerca?» rimandò lo sconosciuto.

«Sono un amico di passaggio a Firenze. Le dica di aspettare…» pausa. Non sapeva se doveva preannunciarsi o farle una sorpresa. Ma perché e cosa, poi, doveva temere?

«Le dica di aspettare Giulio» concluse riagganciando.

In poco più di un’ora era sotto la sua casa: era un antico palazzo, un po’ cadente, ma in pieno centro storico, via dello Studio, a mezzo minuto dalla celebre cupola del Brunelleschi.

Anche se la città, con tutti i suoi capolavori, lo aveva sempre estasiato, questa volta non aveva altro in mente che riabbracciare Charlotte.

Quando dal citofono sentì la sua voce, temette di non riuscire ad arrampicarsi per le ripide scale di pietra serena fino all’ultimo piano, dove lei lo spettava.

Fu un incontro pieno di passione, di tenerezza, di tutto.

«Chi era il tuo ospite che ha risposto al telefono?» le chiese, poi, cercando di dissimulare una urgente curiosità.

«Chi? Dario?» gli rispose, mentre in bagno si spazzolava i lunghi capelli neri. «È un mio compagno di studi. Abbiamo preparato diversi esami insieme. Non è di Firenze e, quando viene qua, a volte passa a salutarmi o, se ha bisogno di fermarsi, sa che può farlo.»

Voltandosi verso la porta, guardando Giulio C. dritto negli occhi, aggiunse: «Perché, saresti forse geloso?»

Vistosi ormai scoperto, ammise: «Come potrei non esserlo, dato che ha quasi vent’anni meno di me e a quanto pare, qui, è più di casa lui?»

Con un sorriso lei lo abbracciò: «Sciocco! Se tra tanti ragazzi che conosco e ho conosciuto, ho scelto te, che non sei più un ragazzo, vorrà pur dire qualcosa, no?»

«Lo spero» mormorò, attirandola ancora più vicino a sé e baciandola.

Furono due giornate assolutamente irripetibili quelle che trascorsero: alternavano momenti di affettuosa e passionale intimità alle normali situazioni di vita quotidiana di una coppia qualunque. Trovarono anche il tempo di visitare a Palazzo Strozzi una grande mostra dal titolo “Rinascimento nascosto.”

Quando il mattino del terzo giorno si salutarono, Giulio C. la invitò nuovamente da lui.

«Non ho ancora parlato di te a mia madre» le confidò «ma vorrei farlo quanto prima e vorrei che tu la conoscessi. Sarebbe felicissima di sapere che ora c’è qualcuno accanto a me.»

«Appena finita la specializzazione correrò da te» promise.

Al ritorno divorò l’autostrada che, stranamente, non presentò ostacoli né un traffico eccessivo. Anche per questo, poté ascoltare alcuni brani dei suoi autori preferiti: Beethoven, Mozart, Bach.

Sulle onde sonore di quelle armonie, cercava intanto di pensare a come introdurre il discorso “Charlotte” con la madre. Si rendeva conto che doveva essere cauto per non farla sentire abbandonata, doveva cercare di coinvolgerla emotivamente, renderla partecipe del suo nuovo amore.

L’occasione, come spesso succede, si presentò da sola, insperatamente. Una sera a cena, fu proprio Mara a iniziare un discorso che gli diede lo spunto per la grande rivelazione.

«Sasstu che el fio de la veronica se marida tra un mese?» gli comunicò

«Ma dai» si stupì Giulio C. «se pareva che non lo volesse nessuna»

«E invece…» continuò subito come se stesse parlando tra sé «però xè belo saver che el gà qualcuno che se prenederà cura de lù quando ela no ghe sarà più»

«Ma cosa vai a pensare, mamma» cercò di distrarla

«E no, ciò. ghe penso anca mì, sasstu»

Giulio C. si alzò da tavola e le andò vicino, prendendole le mani. Le raccontò, rivivendolo con nostalgia, l’incontro con Charlotte, la loro storia, il suo desiderio di sposarla e portarla a vivere con lui nella casa che stava facendo sistemare e nella quale voleva ricavare un appartamento per lei, per averla sempre vicina.

Mara si commosse e non sapeva se essere felice della felicità del figlio o temere questa donna ancora sconosciuta. Combattuta tra vari sentimenti, non poté, però, far a meno di sperare che questa ragazza diventasse per lei la figlia che non aveva avuto.

Poco dopo, all’inizio dell’autunno, cominciò il battage pubblicitario per lanciare l’ultimo romanzo, che, ovviamente, aveva intitolato “Passaggi”. Furono tempi un po’ frenetici di viaggi da una grande città all’altra. Spesso Charlotte lo chiamava la sera per dargli la buona notte e lui le raccontava dei suoi impegni per seguire il suo “ultimo nato”. Ovviamente, una delle prime tappe fu una grande libreria di Venezia.

In città, naturalmente, il suo nome era particolarmente noto, sia a livello professionale sia perché molti erano gli amici, i compagni di scuola. Così quel pomeriggio la sala era stipata di giovani e meno giovani.

Il critico che lo introdusse e gli lasciò quasi subito la parola, non si dimenticò di avvisare il pubblico che, al termine dell’incontro, l’autore avrebbe autografato il romanzo a quanti lo avessero desiderato.

Dopo che ebbe esposto per sommi capi quali erano state le sue fonti principali, quale grande importanza avessero avuto i rapporti tra la Grecia, sia metropolitana, che coloniaria, e gli etruschi nella formazione del substrato culturale da cui si sarebbe acceso il grande sole di Roma, dopo che ebbe spiegato perché un personaggio apparentemente poco importante come lo schiavo del mercante, aveva poi finito col prendergli la mano e crescere fino a diventare coprotagonista, si dichiarò pronto a rispondere alle domande dell’uditorio.

All’inizio non dovette far altro che ringraziare i numerosi intervenuti che si complimentavano con lui per il riuscito connubio di miti, realtà storica e una fantasia storicamente plausibile.

«Dopo i complimenti d’obbligo, dottor Erneti» intervenne un’anziana ed elegante signora «le sarei grata se volesse approfondire, nei limiti del possibile, l’ipotesi che il protagonista dell’epica greca, Ulisse, e quello dell’epica romana, Enea, si siano incontrati, proprio nell’Etruria.»

«La ringrazio per questa intrigante domanda.» rispose, dopo essersi schiarito la voce e mentre con lo sguardo percorreva distrattamente i visi che tanto attentamente lo osservavano nelle prime file «Certo, come lei ben capisce, non è possibile andare veramente a fondo ad una questione che ci richiederebbe ben più del tempo a nostra disposizione. Tuttavia, per essere sintetici ma nello stesso tempo chiari, bisogna dire…» e continuò accennando ai numerosi testi nei quali questa tradizione appariva.

Un lungo applauso salutò la conclusione dell’incontro. Poi, piano piano, la gente cominciò ad uscire, commentando quanto aveva appena ascoltato, a sfilare davanti al tavolo degli oratori con le doverose, brave copie del libro, pronte per essere firmate dall’autore.

Questa, ormai, per Giulio C. era diventata una routine: chiedeva il nome della persona che gli porgeva il romanzo e, quasi senza alzare il capo, lo scriveva velocemente sopra la sua firma che si faceva via via meno leggibile, con l’aumentare delle copie siglate.

«A chi lo dedico?» chiese, ormai un po’ stanco mentre, per guadagnare tempo, già apponeva a metà pagina la sua firma.

«A Charlotte». Alzò gli occhi e lei era lì, a venti centimetri dal suo viso. Rimase con la penna in mano a mezz’aria, mentre lei scoppiava in una risata liberatoria per entrambi. Ovviamente, anziché una dedica, le diede un bacio e, visto che ormai la sala era vuota, se ne poterono andare indisturbati. Declinò con una scusa, forse non troppo credibile, un invito a cena da parte dei proprietari della libreria e con Charlotte sottobraccio si avviò felice verso Piazzale Roma.

Col favore delle tenebre e dei vetri appannati della vettura, poterono, almeno in parte, dare libero sfogo al loro amore.

«Vieni, andiamo a casa» annunciò con decisione, mentre avviava il motore.

«Non sai da quanto tempo desideravo presentarti a mia madre. Sei la prima ragazza che vede con me» le disse sorridendole, mentre si voltava un attimo a guardarla «e credo sarai anche l’ultima. Mi sono sempre ripromesso di fare entrare in casa mia solo quella che poi ci sarebbe stata come mia moglie.»

«Devo considerarla una richiesta di matrimonio?» lo interrogò: «E se io avessi qualche remora?» insinuò, accarezzandogli la nuca.

«Aspetta che mi possa fermare da qualche parte e poi le remore te le faccio passare io, sciocca ragazza.» La minacciò ridendo.

«Si, dammi pure della sciocca, ma non credi che dovremmo prima affrontare seriamente tra noi il discorso “matrimonio”?»rispose lei con voce ferma e dalla quale era sparita ogni intonazione sarcastica.

Giulio C. portò l’auto giù di strada in una piazzola di sosta, spense il motore e, serio in volto, si girò verso di lei.

«Credevo di averti fatto capire che tu per me sei una scelta definitiva, che ti amo senza riserve e che…»

«Si, Giulio,» lo interruppe lei «ma io non sto esprimendoti dei dubbi sul fatto di sposarci. Anch’io ti amo, lo sai. Ma non abbiamo mai parlato tra noi di come la pensiamo su tante cose importanti, su tante scelte di vita, che ne so, come la pensiamo riguardo la spiritualità, la religione, per esempio. Tu sei cattolico, immagino?»

«Se per cattolico intendi battezzato, si; ma quanto ad esserlo veramente, a praticare la chiesa, i sacramenti ecc, direi proprio di no». E nel fare questa professione di acattolicità non poté non avere un flash di Mara che gli aveva sempre raccontato di come per lei don Romano fosse sempre stato, invece, la certezza, la fede senza dubbi, sincera e ingenua ma proprio per questo assoluta.

«Non mi definisco ateo, ma certo non riesco a dare un’etichetta alle mie convinzioni religiose. E tu?» le chiese con una certa ansia.

«Beh, lo sai, io sono un incrocio: mio padre era francese e quindi cattolico, ma anche lui molto poco praticante. Mia madre, invece, era musulmana e mi ha trasmesso una sostanziale fede nell’islam. È lì che stanno e sento le mie radici, molti dei miei amici sono rigidamente osservanti»

Charlotte aveva parlato con una foga e una convinzione che avevano incupito anche la naturale leggerezza della sua pronuncia, quel modo di accarezzare le parole che a Giulio C. tanto piaceva.

«Ho capito» rispose «ma non vedo qual è il problema» chiese deciso. «Se anche tua madre ha sposato uno straniero, non puoi considerare la nostra storia la prosecuzione di una tradizione familiare?», le fece osservare prendendole le mani.

Charlotte ebbe un leggero rapido sussulto, prima di rispondere: «Non so, non mi pare così facile, Giulio.»

«Cosa vorresti, che mi facessi musulmano? È questo che mi chiedi, come una specie di prova d’amore?»

Solo in quel momento Giulio C. si rese conto di non avere mai neppure lontanamente pensato che l’appartenere a due sistemi monoteistici diversi potesse creare una barriera tra loro.

«No, non posso e non voglio farti sentire obbligato a qualcosa, solo perché te lo chiedo io, questo poi, no, sembrerebbe un ricatto.» rispose addolcendo il tono della voce.

«E allora?» insistette lui.

«Potremmo continuare a vederci, a stare insieme, senza un vincolo religioso che parrebbe privilegiare uno solo di noi. Questo potremmo sempre celebrarlo se e quando le idee ci si chiariranno.» concluse Charlotte.

«Scusa, ma non capisco: cosa vuoi dire con “chiarirci le idee”? Mi pare che dei due, l’unico che non ha un ideale, una fede sicura, sono io, pertanto mi sembra da escludere la possibilità che sia tu a convertirti. Quindi la decisione spetta a me, come vedi.» Obiettò con una certa asprezza.

«Ma perché? Ti ho detto che io non voglio assolutamente ricattarti. D’altronde, cosa cambia se ci vediamo senza sposarci?» Lo sollecitò.

Giulio C. non rispose subito: rifletteva che anche a lui non pareva fondamentale l’esistenza di un vincolo religioso, che il loro amore bastava a se stesso, eppure cercava qualcosa che fosse come un’ancora alla quale aggrapparsi, una data da ricordare e celebrare.

Il tempo passava insieme alle auto che sfrecciavano accanto a loro, condotte da qualcuno che certamente non stava disquisendo sui massimi sistemi, da persone forse solo frettolosamente dirette verso una tavola apparecchiata.

Alla fine propose: «E che ne diresti di un rito civile? Il matrimonio in comune, così ci sarebbe solo una legge laica a unirci…»

«Si», lo interruppe con determinazione «mi sembra una buona idea, una decisione salomonica, però ti prego, Giulio, non affrettiamo le cose. Prendiamoci qualche mese. Va bene?»

«Naturalmente. Vediamo anche come si mettono i nostri impegni di lavoro. Comunque, diciamo non più di cinque o sei mesi. Ok?» finì col chiederle.

«Aggiudicato» accettò Charlotte e volle siglare quella specie di contratto con un lungo bacio.

Quando ripartirono, Giulio C. si sentiva più forte, più sicuro: ora sapeva che quello che desiderava si sarebbe realizzato.

Arrivato a casa, pregò Charlotte di attendere un attimo: voleva annunciare da solo l’arrivo di lei alla madre.

Mentre Mara col figlio dalla porta di casa stava per avviarsi verso la macchina, Charlotte ne discese e le andò incontro col suo miglior sorriso stampato sul volto.

«Buonasera, scusi per l’improvvisata» cominciò tendendole entrambe le mani, «ma Giulio non ha voluto avvertirla per telefono…».

«Cara, vien, vien dentro. fate vardar» rispose Mara con la voce incrinata per l’emozione.

Entrati nel salotto, Mara prese le mani di entrambi nelle sue: «Che siate felici, banadeti.» augurò mentre le parole si accompagnavano a due luccicanti lacrimoni.

«Che ve amiate come se semo amà mì e so pare» concluse, rivolta a Charlotte, asciugandosi il viso con il dorso della mano. «E po’ basta co’stì piagnistei. bisogna far festa, fioi!».

«Più che di festa, avremmo bisogno di cenare» intervenne Giulio C., stemperando così le rispettive emozioni.

«Bon, vedemo cossa ghe xè in fresco» rispose Mara pronta, mentre con decisione si avviava verso la cucina.

Lui sapeva che in casa sua, anche quando l’economia familiare era stata ai minimi termini, a qualunque ora si poteva essere sicuri che qualcosa da mangiare c’era sempre. Mara era eccezionale per riuscire a creare, a improvvisare un piatto per sfamare anche un ospite improvviso.

La cena fu allegra: Mara chiese tante notizie a Charlotte e non finiva più di meravigliarsi di come una ragazza così “esotica” (forse era la prima volta nella sua vita che usava quella parola) avesse scelto proprio suo figlio

A Charlotte piaceva raccontare le storie che la madre le raccontava, quando era bambina, del piacere che le dava frequentare la scuola, a quella donna così spontanea e di animo forte e nobile.

Prima di andare a dormire alle due donne pareva di conoscersi da sempre.

Giulio C. aveva avuto qualche titubanza su come far accettare alla madre che avrebbero dormito insieme, che avrebbero utilizzato il divano letto del salotto, ma ancora una volta Mara lo sorprese col suo spirito pratico: perché dover fare un tale spostamento, non era più semplice se loro avessero dormito nel suo letto matrimoniale? A lei la camera del figlio sarebbe stata più che sufficiente. Bastava solo un momento per cambiare le lenzuola.

Così per la prima volta in vita sua Giulio C. dormì nel letto dei genitori accanto alla donna che gli aveva riempito il cuore, i desideri e, sperava, la vita.

Anche Charlotte avvertì l’emozione nuova con cui lui l’amò quella notte e seppe condividerla con una tenerezza tanto intensa da condurla da un orgasmo dolce e prolungato.

Il mattino li trovò ancora abbracciati e colmi di stupore. Dopo una sostanziosa colazione già predisposta dall’efficienza di Mara, Giulio C. la accompagnò a visitare il cantiere della nuova casa.

Constatò con piacere che Marcello aveva saputo interpretare fedelmente i suoi suggerimenti e le sue necessità. Charlotte si guardava intorno e si affacciava ad ogni finestra per ammirare il paesaggio così placido e così diverso da quelli cui era abituata.

«Allora, cosa ne dici?» le chiese ansioso di conoscere le sue impressioni. «Ti piacerà vivere qui?»

«Con te, dovunque, Giulio» e gli si strinse addosso.

Ovviamente nei pochi giorni trascorsi in paese, anche se tra un’escursione e l’altra nei dintorni che Giulio C. più amava, a vicini e conoscenti non sfuggì la grande notizia: il celebre concittadino aveva finalmente trovato una compagna e che compagna!

Dopo quella breve pausa di relax, gli impegni di lavoro di entrambi li allontanarono di nuovo: lui ancora in giro per promuovere il romanzo, lei per cercare di mettere a fuoco i diversi progetti che era andata maturando in quegli ultimi mesi.

Purtroppo, sapeva che il suo stage in Tunisia era terminato e quindi cercava altre opportunità.

Sull’onda del successo di “Passaggi”, alcune testate giornalistiche si erano fatte avanti per proporre all’archeologo una collaborazione fissa come antichista, affidandogli una rubrica su settimanali di cultura e approfondimento artistico.

Giulio C. valutava con attenzione tutte queste offerte, sapendo che gli sarebbero valse come titoli in caso avesse deciso, in un futuro più o meno prossimo, di ottenere un incarico all’università.

Nel frattempo si doveva preparare a riprendere i lavori proprio in Tunisia, per dove a marzo sarebbe ripartito.

Intanto cercava di affrettare i lavori perché la casa fosse pronta prima della successiva estate.

Anche se inframmezzate da separazioni, i mesi invernali li videro scambiarsi visite e soggiorni, ora a Firenze, ora a Mirano.

Le feste di fine anno furono quasi un tour de force per accettare i tanti inviti degli amici dell’uno e dell’altra, che non vedevano l’ora di conoscere il nuovo partner.

Il libro di Giulio C. era diventato uno dei best seller in occasione delle feste natalizie e questo gli riusciva quanto mai gradito, non solo per il fattore economico, ma anche sotto l’aspetto affettivo, perché lo aveva scritto e vissuto come un omaggio a suo padre.

Charlotte aveva ottenuto anche un incarico come coordinatrice di un gruppo di giovani che effettuavano interventi didattici all’interno di musei, in collaborazione con alcuni istituti scolastici. Era un’attività che le piaceva, perché le permetteva di trasmettere ai ragazzi, non poi di tanto più giovani di lei, la sua passione per la ricerca storica e archeologica.

Quando salutò Giulio C. in partenza per la Tunisia, le dispiacque un po’ dover restare, ma cercò di consolarsi pensando che l’intermittenza dei loro incontri non faceva altro che aumentare il reciproco desiderio.

Approfittando delle vacanze pasquali, Charlotte volò da lui.

«Non potevo lasciarmi sfuggire un’occasione così: tornare sul luogo del nostro incontro.» gli confidò al suo arrivo.

«Io, invece, penso che tu sia venuta per verificare che non ci sia qualche nuova studentessa decisa a sedurmi.» La canzonò lui.

«E chissà, potrebbe anche essere: il bell’archeologo, con il fascino dell’uomo vissuto che traspare da qualche filo bianco nei capelli può sempre far presa su un’anima sognante» stette allo scherzo.

Chiusa dopo pochi giorni la parentesi sentimentale, Giulio C. riprese i lavori con maggior accanimento. Sentiva di essere vicino ad una scoperta decisiva per la definizione del sito della città perduta: non faceva che rileggere, meditare e confrontare le varie testimonianze e scavare con sempre maggior foga. Era un’attività che lo assorbiva quasi totalmente, ma alcuni reperti recanti iscrizioni col nome del donatore stuzzicavano anche la sua fantasia narrativa. Così nelle ore più calde, quando il lavoro si fermava, lui, invece, cominciava a creare delle storie: immaginava e delineava fisicamente e psicologicamente un Pelagio e una Aglaia, cittadini di quella colonia di cui era alla ricerca. Sulle loro vite di greci dell’VIII secolo A.C. costruì una serie di racconti che intitolò “Voci antiche”.

Terminati anche per quell’anno gli scavi, che si erano rivelati senza dubbio fruttuosi, anche se non esaustivi, dedicò parte dell’estate alla revisione dei testi. L’editore ne fu entusiasta e gli propose di farli uscire poco prima delle feste di Natale, convinto di bissare il successo di “Passaggi”.

Charlotte, la madre e la casa erano i suoi tre punti fermi tra i quali si divideva, senza, però trascurare l’attività di pubblicista.

Quando un bel giorno Marcello lo chiamò e gli annunciò: «Il mio lavoro è finito, il contenitore è pronto, al resto devi pensarci tu», sentì che finalmente si stava realizzando il suo desiderio, sposare Charlotte e vivere con lei in quella che era nata come casa “sua” e che sarebbe invece diventata “loro”.

Si precipitò a Firenze e, messala davanti al fiammeggiante rosso di un mazzo di rose, le chiese: «Quando?» senza aggiungere altro.

Charlotte accettò il dono che posò su un tavolino e, abbracciandolo, gli rispose: «Appena possibile»

«Cioè?» insistette lui.

«Immagino che anche per sposarsi col rito civile occorrano dei documenti, o no?»

«Certo, ma sono carte che si ottengono in pochi giorni» la rassicurò.

«Già, ma forse dovrò andare in Tunisia per alcune» prospettò lei con qualche perplessità.

«Ma dai» obiettò «ora si può fare tutto attraverso l’ambasciata».

Quando la vide impallidire e sentì che le sue mani erano fredde e sudate, con un groppo in gola le chiese: «Charlotte, dimmi cosa ti spaventa. Cosa stai cercando di nascondermi?».

A quel punto lei capì che era all’angolo, non poteva più sfuggire: bisognava aprire il cuore e la memoria, anche se le costava fatica e dolore.

Così gli raccontò di lei, della sua nascita. Il cognome Drouet non era quello di un padre francese, bensì quello della madre che lo aveva ricevuto a sua volta dal padre, cittadino di Lione. Lei, invece, un padre non lo aveva mai conosciuto, perché chi aveva messo incinta la madre, una volta saputo della sua prossima venuta al mondo, aveva pensato bene di sparire.

Era quindi stata allevata solo dall’amore della madre e dei nonni, anche se questi, in un primo momento, avevano quasi cacciato la figlia disonorata. Fortunatamente, però, prima che lei si affacciasse alla vita, avevano digerito il colpo e si erano dedicati completamente a lei e alla madre.

Purtroppo, la verità lei l’aveva appresa nel peggiore dei modi: era ormai una ragazzina, quando la classica, immancabile e stronzissima compagna di classe, dopo un futile litigio, le aveva sparato in faccia: «Già. Ma cosa vuoi pretendere da una bastarda!».

La rivelazione che ne era seguita l’aveva sconvolta e anche se la madre e i nonni avevano fatto l’impossibile per aiutarla, quel trauma le aveva lasciato una ferita tanto profonda quanto, per lei, vergognosa.

«Ma di che vergogna parli?» la tranquillizzò subito Giulio C.. «Di cosa dovresti provar vergogna tu? L’unico che dovrebbe non solo vergognarsi ma essere lapidato, è l’infame che è sparito». La circondò con le braccia e con tutto l’affetto di cui era capace, ma Charlotte, ancora, seppur debolmente, singhiozzava.

«Amore, guardami» la invitò «Pensa comunque che se non ci fosse stato quel farabutto, ora non ci saresti nemmeno tu e io chi amerei allora?».

«Ti assicuro, Giulio» disse finalmente più tranquilla «non sapevo proprio come fare per cercare di nasconderti la verità. Quando tu mi parlavi di matrimonio io ero terrorizzata, anche se felice» gli sussurrò con un timido sorriso «perché volevo cercare di nasconderti…»

«Basta» la interruppe deciso «ora sai che mi dispiace solo che la tua storia ti abbia fatto soffrire così, ma a me non può importarne di meno. E così ti ripeto ancora: quando?».

«Più presto possibile» fu la sua risposta, prima di cominciare a baciarlo su tutto il viso.

Come aveva previsto Giulio C., tutti i documenti furono pronti nel giro di una decina di giorni per cui, trascorso il tempo regolamentare per le pubblicazioni, fissarono le nozze per la fine di luglio.

Nel frattempo si dedicarono alla ricerca di un arredamento sobrio e funzionale. Charlotte trasferì a Mirano le sue cose più care e altrettanto fece lui, cercando di non svuotare del tutto la sua camera, per un riguardo verso la madre.

Da sempre erano d’accordo nel volere una cerimonia intima ed essenziale, perciò rinunciarono alle eventuali fastose e storiche cornici dei palazzi municipali di Firenze o Venezia, a vantaggio del piccolo e sconosciuto municipio di Mirano.

Fortunatamente anche la notizia delle nozze era passata inosservata ai media che generalmente si occupano di star del cinema, dello spettacolo e della musica, ma, per fortuna dei due protagonisti, glissano sul mondo dell’arte e della cultura.

Così solo i pochi parenti e i più sinceri amici di entrambi si unirono agli sposi quel sabato mattina.

L’affetto e la gioia di tutti gli invitati fece da adeguata cornice alla sobria cerimonia e al brindisi benaugurate in un discreto agriturismo nell’entroterra veneziano.

Purtroppo non poterono partire per un vero e proprio viaggio di nozze, perché Giulio C. era impegnato nella registrazione di una serie di trasmissioni che sarebbero andate in onda l’autunno successivo.

Poiché, però, una di queste ricostruiva il percorso di Giulio Cesare nel corso della guerra contro i Galli, poterono unire i due motivi e ritagliarsi qualche digressione per visitare alcuni castelli e, sulla via del ritorno, fare una tappa in Provenza, per farsi abbagliare dalla luce di Le Saint Marie de la Mere, per riempirsi gli occhi e l’olfatto con i campi di lavanda e i girasoli che avevano acceso le tele di Van Gogh.

Charlotte gli aveva a volte accennato al suo desiderio di continuare l’attività di supporto didattico presso i musei fiorentini e all’obiezione di Giulio C. : «Ma perché vuoi restare lontano da casa, posso aiutarti a cercare un’attività a Venezia, a Padova. Non sarebbe meglio?»

Lei ribatteva ostinata: «Ti prego, vorrei un lavoro solo mio, qualcosa che sia solo dovuto alle mie forze, al mio valore. Non mi piace che si dica “È la moglie di Erneti”, voglio, solo sul lavoro, intendimi, essere semplicemente Charlotte Drouet.»

Giulio C. non osava controbattere a queste manifestazioni di orgoglio professionale, anche perché sapeva che, nel suo campo, si era fatta davvero valere e ora era diventata lei la responsabile del settore.

L’attività, per fortuna, la impegnava solo nei giorni centrali della settimana, quindi potevano trascorrere insieme un lungo week end, dal venerdì pomeriggio fino al martedì.

A volte, Giulio C. doveva passare a Milano dall’editore o in redazione al giornale e questo diventava un’occasione per un breve viaggio insieme, alla ricerca di tesori artistici poco noti e locali dove la cucina fosse ancora considerata un prodotto di alto artigianato.

L’autunno segnò per entrambi la ripresa di un ritmo di lavoro gratificante ed intenso.

Come previsto, i racconti di Giulio C. furono in libreria puntualmente a novembre e il fatto di essere stato per tanto tempo al primo posto dei best seller l’anno precedente, contribuì a far lievitare anche quell’anno le vendite.

Anche per questo ritenne di potersi risparmiare un po’ nei giri di presentazione e così accettò gli inviti solo di poche grandi librerie, alcune delle quali avevano il vantaggio di essere vicine a casa.

Venezia, ovviamente, fu la prima e quella sera, nonostante un fitto nebbione bagnasse e nascondesse la città, la sala non poteva contenere tutto il pubblico, parte del quale dovette accontentarsi di ascoltare da piccole sale comunicanti, le vicende dei due protagonisti che la fantasia dell’autore aveva fatto nascere in quell’angolo dell’Africa mediterranea, quando la Grecia illuminava con la sua civiltà le terre bagnate da quel mare benedetto dagli dei.

Durante quell’inverno, Giulio C. si mise in testa di reperire nuovi fondi per potenziare gli scavi in Tunisia e riuscì a trovare uno sponsor privato che, con un adeguato finanziamento, gli permise di assumere altro personale.

Potendo procedere più speditamente, l’area archeologica fu ben presto sondata e le fondazioni di edifici, sia pubblici sia privati, cominciarono ad apparire e a strutturare un tessuto abitativo ed urbanistico ormai inequivocabile: quello era stato senza dubbio un centro di una certa importanza economica e politica, anche se aveva avuto una breve esistenza come colonia greca, perché presto sostituita dalla vicina e più potente forza cartaginese.

La stampa specializzata e diverse reti televisive dedicarono ampio spazio al ritrovamento, contribuendo a far salire le quotazioni del tenace archeologo.

Sull’onda di questi successi professionali, Giulio C. riuscì anche a diventare associato alla cattedra di topografia antica, presso l’università patavina.

Mara seguiva il cammino e i successi del figlio con un orgoglio tutto interiore, che non modificava di un'acca il suo carattere forte e spiccio.

Quando leggeva sui giornali che il libro di Giulio C. era sempre più venduto, che il suo lavoro di archeologo era premiato da importanti ritrovamenti, quando, a volte, le capitava di vederlo in televisione, non si capacitava di come quel personaggio, che appariva sempre più autorevole, mano a mano che i suoi capelli imbiancavano, fosse quello stesso bambino che, ancor prima di andare a scuola, maneggiava i libri con sommo rispetto e tanta voglia di scoprire cosa significassero quegli strani segni così piccoli e raggruppati, che ne riempivano le pagine. Ricordava ancora come i primi rapporti con le maestre fossero stati piuttosto difficili a causa dell’impegno e della cocciutaggine di lui, che non voleva mai smettere di provare e riprovare a scrivere “come voleva lui”, anche quando l’orario scolastico prevedeva altre attività.

Quell’estate Giulio C. e Charlotte decisero di approfittare, dopo la chiusura degli scavi, per trascorrere una vacanza insieme da perfetti turisti balneari.

Il villaggio tunisino in cui scesero era un vero e proprio paradiso artificiale, dove, però, l’acqua del Mediterraneo era vera, una vera immensa, preziosa acquamarina.

Gli altri ospiti erano per lo più francesi e tedeschi. Il personale, ovviamente, numeroso e del posto.

Un mattino, mentre uscivano dal loro bungalow per recarsi al mare, incrociarono due neri addetti alla cura del giardino. Dovevano essere un po’ alterati, perché le loro voci si andavano alzando sempre più di tono. Quando stavano quasi per venire alle mani, Charlotte, staccatasi da Giulio C., si avvicinò temerariamente ai due giovani litiganti e li apostrofò con fermezza. Pur essendo abbastanza vicino, Giulio C. non capiva che lingua stessero parlando, ma si accorse subito della sorpresa provata dai giardinieri nel sentirsi rispondere nel loro stesso idioma, da quella che pensavano fosse una straniera.

Forse proprio per questo, l’intervento della ragazza funzionò da catalizzatore, per cui gli animi di entrambi si distesero e si misero a parlare fitto fitto con Charlotte, mentre un leggero sorriso spianava i lineamenti di tutti.

Quando ognuno riprese la propria strada, Charlotte si accorse dell’aria interrogativa del marito.

«Perché mi guardi così?» gli chiese spalancando gli occhi. «Lo sai bene che qua vicino c’è casa mia. Quei due ragazzi sono di un villaggio vicino al mio e ti dirò che non credevo nemmeno io di ricordare più il mio dialetto natio.» Terminò con una certa sorpresa.

«Forse i più sorpresi sono stati loro» insinuò Giulio C. «Forse si stavano mandando affanculo, pensando che nessuno li capisse e invece …»

«Già e proprio questo li ha spiazzati. Se non fossero stati così neri, avresti potuto vederli avvampare di vergogna» concluse, prima di lasciarsi andare ad una risata argentina.

Spesso, la sera, non si univano agli altri turisti nelle varie animazioni proposte dal solerte tour operator, ma preferivano andarsene a spasso sotto il manto stellato, che nelle zone più riposte del villaggio prorompeva in tutta la sua preziosa luminosità.

Era tale la magia dell’ora, dei profumi e del silenzio che veniva spontaneo parlare con un bisbiglio, interrotto, ogni tanto, da un abbraccio o da un bacio.

Mentre passeggiavano così, nelle vicinanze della zona dei servizi, prima di tornare tra i comuni mortali, una sera, furono quasi investiti da un piccolo bolide che, inciampato nei loro piedi, cadde a terra senza una parola né un grido.

Sorpresi e spaventati, si scossero dal loro isolamento e si accorsero che l’autore di quello scontro era un bambino nero di forse quattro anni che, rialzatosi, cercava, divincolandosi, di liberarsi dalla stretta delle mani di Giulio C.

Charlotte si chinò per vedere meglio e, accarezzando quel faccino riempito solo da due occhioni neri, provò a chiedergli in francese se non si fosse fatto male.

Il piccolo scuoteva la testa e stava quasi per mettersi a piangere, quando, da dietro l’edificio delle cucine, arrivò di corsa e trafelata una giovane donna. Era chiaramente la madre, perché, non appena il bimbo la vide, corse a nascondere il viso nel suo grembo. La donna gli parlò molto agitata, mentre lo stringeva e se lo metteva in collo per abbracciarlo meglio. Charlotte le si avvicinò per tranquillizzarla ma, nonostante il peso del bambino, lei cercò di allontanarsi di corsa. Allora le gridò qualcosa nel suo dialetto e quella si fermò di colpo e si voltò come se a chiamarla fosse stato uno spettro. Depose il piccolo a terra e, prendendo le mani di Charlotte, gliele baciava quasi piangendo.

Giulio si era avvicinato, più per osservare la reazione delle due figure, che il colore della pelle mimetizzava col buio della notte, che per sentire il colloquio. Scambiate ancora poche battute, madre e figlio si allontanarono, voltandosi ogni tanto per salutare.

«E allora?» chiese Giulio C. «Cosa è successo?»

Il non poter capire un linguaggio lo aveva sempre fatto sentire a disagio e ora che non comprendeva questo modo di comunicare della moglie, la sensazione spiacevole era ulteriormente acuita.

«Povera donna!» la commiserò Charlotte. «È una delle inservienti di cucina e questa sera non sapeva dove e a chi lasciare il bambino, così ha dovuto portarlo con sé. Questo, però, è contrario al regolamento del villaggio ed era terrorizzata che potessimo denunciarla alla direzione. Per fortuna sono riuscita a convincerla che da noi non aveva nulla da temere.»

«E per la seconda volta ti sei resa utile parlando la lingua dei nativi» osservò Giulio C. con u n misto di orgoglio e invidia.

Per la sera dell’ultimo giorno della vacanza era prevista una “festa araba”, con relativo travestimento dei turisti, che così avrebbero svuotato il locale bazar di tutti gli abiti e accessori più o meno fintamente orientali.

Charlotte era divisa tra la convinzione che sarebbe stata una specie di mascherata turistica e il desiderio di indossare un abito simile a quelli che aveva visto per tutta la sua infanzia attorno a lei.

Giulio C., che in parte condivideva l’incertezza della moglie, anche se per motivi diversi, alla fine la invitò a provare qualche abito, suggerendole le tinte più adatte a far risaltare i colori così caldi e intensi della carnagione e degli occhi.

Charlotte si lasciò tentare ed entrò e uscì varie volte dalla cabina di prova, abbigliata ora con rasi turchese o corallo, ora con sete avorio o acquamarina.

L’ultimo fu proprio quello che piacque di più ad entrambi e con quello fece il suo ingresso nel salone. Anche se Giulio C. aveva provato alcune jalabbya alle quali Charlotte aveva accordato il proprio favore, non se la sentì di apparire così abbigliato e preferì avvolgersi il capo con una sciarpa indaco, che la destrezza della moglie trasformò in un turbante tuareg.

Le foto scattate divennero per entrambi, nel giro di pochi giorni, il ricordo tangibile di una bella vacanza.

Tornati a casa, la vita li riprese con i suoi ritmi più o meno frenetici, gli impegni di lavoro e la gioia di ritrovarsi.

Quando, poco dopo le vacanze natalizie, un fine settimana, Charlotte tornò da Firenze, Giulio C. si fermò ad osservarla mentre lei apriva la borsa da viaggio e posava sul letto abiti e oggetti personali. Tra questi lo colpì un libro che, pur sembrando rovesciato, aveva una copertina riccamente decorata. Osservando con più attenzione, si accorse che era un libro in arabo.

«Cos’è?» chiese con curiosità, indicando il volume.

«Ah! Questo? È un regalo di un’amica di Firenze, una ragazza di Tunisi alla quale ho fatto da guida i giorni scorsi» rispose con studiata indifferenza.

«E di cosa parla?» continuò ad informarsi Giulio C.

«È una copia del Corano» disse Charlotte, sfogliando qualche pagina. «Fino ad ora non mi ero mai preoccupata granché di conoscere il libro che è alla base della fede di tanti milioni di persone. Mi incuriosisce.» Concluse deponendolo sul suo comodino.

Giulio C. non riusciva a spiegarsi il perché, ma, da un po’ di tempo, quando Charlotte parlava di islam, della sua cultura, delle sue origini, provava un senso di insicurezza, di pericolo: era razionalmente assurdo, eppure si sentiva come se stesse camminando sulle sabbie mobili.

Forse il suo spirito laico non poteva sintonizzarsi con quella ricerca di un divino che, invece, sembrava così attirare la moglie.

Anche per quell’anno gli impegni di lavoro li tennero separati: Charlotte a Firenze era sempre più richiesta come guida e animatrice nelle attività didattiche; Giulio C. alternava le lezioni all’università con brevi viaggi per motivi di studio personale o di lavoro come archeologo.

Era, però, sempre più piacevole ritrovarsi e, in alcune occasioni, aprire la casa agli amici ed ex compagni di studi con i quali Giulio C. era sempre rimasto in contatto e coi quali era confortante potersi esprimere nel dialetto familiare.

Parecchi dei suoi coetanei avevano, dopo il liceo, intrapreso facoltà universitarie che li avevano portati a diventare liberi professionisti affermati. Qualcuno era stato condotto lontano dal paese dal desiderio di far carriera, qualcun altro dal matrimonio con ragazze di altre regioni, ma tutti, quando a ferragosto o a Capodanno Giulio C. li chiamava a raccolta per una grigliata a casa sua, accorrevano felici di ritrovarsi, per rinnovare quella forte e virile amicizia che non era mai venuta meno negli anni.

Anche in questo Giulio C. poteva dirsi simile ai suoi amati eroi dell’epos classico: il valore assoluto della lealtà e dell’amicizia.

Quando Mara sapeva che il figlio riuniva i vecchi amici, era felice perché aveva un’ulteriore conferma che per lui niente era cambiato, nonostante il successo, che, fondamentalmente, era rimasto il ragazzo di una delle tante province italiane, moralmente sano, riservato e amabile.

A riprova di ciò, quando poteva, amava andare da solo a far grosse spese nei supermercati della zona per procurare quanto necessario per il banchetto. Ed era anche un consumatore assai attento negli acquisti, perché sapeva scegliere sempre le confezioni migliori.

A volte Mara riusciva anche a fare una scappata per salutare quei giovani che lei aveva visto bambini o ragazzi e i cui visi riusciva ancora a ritrovare pur sotto qualche ruga o un paio di poderosi baffi. Questi, dal canto loro, la salutavano con affetto, perché anche loro ricordavano la madre forte e presente che, in certe pause, tra una versione di greco e un esercizio algebrico, entrava decisa nella camera del figlio con generi di conforto che erano pane e salame, ciambelle, caffè e altre fragranti e semplici cibarie.

Quando Charlotte e Giulio C. cominciarono a progettare le vacanze estive del 1991, si trovarono di fronte a una vasta possibilità di scelta: lei avrebbe visto con piacere qualche paese del nord Europa che non aveva mai visitato, ma che l’attirava per la luce limpida e fredda e per un modo di vivere così diverso da quelli che conosceva; lui era incerto tra un viaggio nella terra e mare caldi della Spagna meridionale o un giro in Turchia, per rivedere con calma il sito di Troia, sulla collina di Hissarlik e le rovine di Efeso.

Alla fine, nessuno di questi progetti andò in porto, perché un giorno Giulio C. ebbe un’illuminazione: non sarebbe stato magnifico, invece, tornare dopo tanti anni nella Grecia classica per contagiare anche la moglie con il suo amore per l’Ellade, accompagnandola sui vari siti che tanto lo avevano affascinato e fatto sognare quando era un giovane neolaureato?

«Ma certo, sarà come viaggiare nel tempo» acconsentì felice Charlotte.

Questa volta, però, non prenotò certo un posto ponte, ma un volo diretto Venezia Atene, da dove, con una macchina a noleggio, avrebbe iniziato una vera e propria rievocazione non solo storica, ma anche personale. Non vedeva l’ora di rendersi conto di cosa avrebbe provato ritornando sull’Acropoli, salendo sulle rocche micenee, questa volta con una moglie con cui voleva dividere tutto, anche le emozioni più intime del passato. Quando preparò la sua valigia, non dimenticò di metterci anche quella vecchia edizione dei poemi omerici sulla quale aveva preparato gli esami universitari e che lo aveva accompagnato nel suo primo tour ellenico.

Da un certo punto di vista, l’arrivo all’aeroporto di Glifada fu quasi sconvolgente, se paragonato all’approdo a Patrasso del 1970, non solo per la tecnologia più avanzata del mezzo di trasporto scelto, ma soprattutto per l’intensità del traffico e il numero dei passeggeri presenti. Si riconoscevano turisti provenienti da tutte le parti del mondo: giapponesi, americani, tedeschi, nord africani e tutti erano intruppati in gruppi che si muovevano ad ondate, come sospinti da un vento di curiosità sbrigativa.

Era ben vero che questo ormai succedeva in tutti gli aeroporti di ogni capitale, ma, sapere che lì a pochi chilometri c’erano i marmi del Partenone, gli procurava un senso di stonatura.

E, quando il giorno dopo, dovette quasi farsi strada tra la folla per avvicinarsi all’Eretteo e dovette mettersi in coda per entrare al Museo, sorvegliato dallo sguardo vigile della civetta sulla sua colonna, poté toccare con mano come, in quei venti anni trascorsi dalla sua laurea, il mondo avesse camminato e per molti, troppi, anche il bello fosse diventato un bene di consumo, come un dentifricio o un abito.

La cordialità e l’ospitalità greca, però, non si erano troppo affievolite, per fortuna. Anzi, quando camerieri, commercianti o sorveglianti nelle sale museali capivano che erano italiani, non esitavano a far sfoggio del loro vocabolario italico e, immancabilmente, proclamavano: «Italiani, ena faza, ena raza».

A Giulio C. piaceva, però, invece, cercare di esprimersi in greco, per quel poco che conosceva della lingua moderna. Infatti, si sarebbe trovato meglio certamente a parlare con Pericle o Aristotele, ma voleva, comunque esercitarsi per comunicare anche con questi loro lontani pronipoti.

Ad Atene erano scesi in un albergo abbastanza centrale, ma di piccole dimensioni e dall’aria sufficientemente ellenica. Giulio C. non amava, se poteva scegliere, quei lussuosi, enormi hotel che riproducono, in qualunque parte del mondo si trovino, uno stereotipo internazionale dal gusto anonimo.

Una sera, al rientro da una piacevolissima cena consumata in un locale della Placa, mentre ritirava la chiave della stanza, confidò a Charlotte: «Non mi dispiacerebbe avere degli amici greci, scambiarci visite, confrontare i nostri paesi…» e non si accorse che, dietro di loro, una coppia di giovani che stava per avvicinarsi al banco del portiere, aveva ascoltato quel suo pensiero ad alta voce e l’aveva commentato con un sorriso.

La mattina dopo, il caso li fece incontrare al buffet della prima colazione.

Il giovane marito, mentre aspettava di servirsi dal bricco del caffè che Giulio C. stava posando, lo salutò con un cordiale, sorridente «Buongiorno».

«Buongiorno!» rispose con entusiasmo «Italiano anche lei?» gli chiese.

«No, ma quasi» e, dopo aver posato il contenitore termico, tendendogli la mano, si presentò: «Mi chiamo Stavros Balaskas. Sono dentista e ho studiato medicina e mi sono laureato a Bologna. Ricordo ancora con enorme piacere gli anni universitari. Ho mantenuto i rapporti con alcuni compagni italiani, per questo mi piace, quando posso, parlare la sua lingua».

Giulio C. si presentò a sua volta e aggiunse: «Siamo sulla stessa lunghezza d’onda, perché io, anche se per motivi legati alla mia professione, ho un’enorme stima e ammirazione per il suo paese.»

«Ieri sera, forse non se n’è accorto, ma ho sentito che diceva a sua moglie che le piacerebbe avere amici in Grecia. Se vuole, io posso essere uno di quelli» propose con un sorriso franco e accattivante.

«Ne sarei felice, molto felice» accettò Giulio C. «e quindi cominciamo col darci del tu, per favore. A me viene molto più facile, anche considerando che sei di molto più giovane di me».

«Oh, non lasciarti ingannare dalle apparenze. Sono giovane, sì, ma non certo un ragazzino. Ho trentacinque anni, in fin dei conti!», gli confidò Stavros

Mentre stavano per portare al tavolo le tazze di caffè, furono raggiunti dalle rispettive consorti, che ancora non si conoscevano e che rimasero sorprese nel vedersi chiamare contemporaneamente. Raggiunti i mariti, furono reciprocamente presentate. La giovane greca si chiamava Irene Cosmoupolos ed era segretaria presso il liceo classico di Salonicco, dove abitava col marito.

Quella mattina, la colazione durò piuttosto a lungo, perché tutti avevano, naturalmente, un sacco di cose da raccontare.

«Sai che ora che ci penso,» se ne uscì ad un tratto Stavros, «credo di aver letto un tuo libro?»

«Sarà senza dubbio “Passaggi”» rispose con sicurezza Giulio C. «È l’unico che è stato tradotto da voi. Forse, tra non molto, uscirà anche “Voci antiche”, l’ultimo mio lavoro».

«Si, credo tu abbia ragione. Il protagonista era un mercante etrusco di…»

«Adria» gli venne in aiuto Giulio C.

«Già. Complimenti, mi ha fatto davvero colpo quel finale a sorpresa. Io non sono un esperto, né particolarmente innamorato della Storia, ma devo riconoscere che, come le racconti tu le cose, ti prendono. Si dice così?» chiese un po’ titubante.

«Se vuoi farmi un complimento, si dice proprio così» lo ringraziò Giulio C.

Le due giovani ragazze avevano subito fraternizzato, anche se con qualche difficoltà di comprensione linguistica, in quanto l’una si esprimeva bene in francese e l’altra si trovava meglio con l’inglese, per cui fu indispensabile attribuire a Stavros il titolo di interprete ufficiale.

Per quel giorno ogni coppia aveva già elaborato il proprio programma, anche perché, il giorno dopo, Charlotte e Giulio C. avrebbero lasciato la capitale per iniziare il tour del Peloponneso.

Così decisero di trovarsi per cena e brindare alla reciproca conoscenza.

Charlotte e Giulio C. si diressero verso Tebe. L’antica fama leggendaria e storica della città non era, purtroppo, accompagnata da altrettanta ricchezza di testimonianze archeologiche. Le poche vestigia rimaste delusero un po’ Charlotte.

«Non puoi pretendere di trovare molto del periodo pre ellenistico, visto che nel 335 pagò per essersi sollevata contro Alessandro Magno» le spiegò.

«Questa era, dunque, la sorte di chi si opponeva al grande macedone? Tanta era la sua grandezza nella conquista, quanta la sua ferocia nello schiacciare gli avversari, quindi?» commentò Charlotte, osservando la porta di Elettra.

«Oh! Non è proprio sicurissimo che le cose siano andate così.» La smentì Giulio C. «C’è chi sostiene che potrebbero essere stati gli stessi greci, i vicini dei tebani, a decretarne la distruzione, per fortuna non totale. Comunque, la presenza dei santuari di Dioniso e di Eracle, antenato della sua dinastia, fece ordinare ad Alessandro di risparmiare almeno quei luoghi sacri. Pare sia stata salvata anche la casa di Pindaro, grazie all’ammirazione che il Macedone nutriva per il grande poeta.»

«Come mi piace ascoltarti raccontare fatti così lontani come se ne fossi stato tu stesso testimone!» lo gratificò Charlotte, stringendoglisi sottobraccio.

Tornando verso Atene, si fermarono al sito di Eleusi, per respirare, almeno dall’esterno, la magia dei misteri che un tempo vi si celebravano.

Mentre stavano per immettersi nella congestione del traffico della capitale, Charlotte non poté fare a meno di notare il silenzio del marito e la sua espressione concentrata.
«Non preoccuparti per il traffico: anche se tardiamo un po’ gli amici ci aspetteranno» lo volle confortare.

«Come?» si stupì lui, voltandosi velocemente ad osservarla. «Perché dici?»

«Ti vedo così preoccupato!» gli spiegò posando una mano leggera sulle sue ginocchia.

Con un largo sorriso «Assolutamente no» le rispose «non sono affatto impensierito per il traffico. Stavo pensando a tutt’altro, invece:»

«Ah! E vuoi dirmi a cosa?» insisté Charlotte, un po’ delusa per non aver saputo interpretare i pensieri del marito.

«Ti dirò» cominciò un po’ titubante «mi è venuta voglia di tirar fuori un libro da questo viaggio».

«Un nuovo romanzo?» lo sollecitò

«No, non proprio» negò deciso «anzi, stavo pensando più ad una specie di doppio giornale di bordo, quasi un parallelo tra le antiche acropoli con i loro dei, i loro miti e le città di oggi. Il tutto legato dal nostro viaggio».

«Interessante e impegnativo» commentò Charlotte.

«Si, più ci penso e più vorrei riuscire a delineare i vari percorsi e riempire di appunti epici e attuali le varie tappe.» Le comunicò Giulio C, quasi parlasse a se stesso.

Decisero di salutare i nuovi amici con una cena da Dionysos, che anche se non offriva una vera e propria cucina greca, in cambio permetteva una vista dell’Acropoli da poster delle migliori agenzie turistiche.

«Quando ero a Bologna,» raccontò Stavros «con gli amici italiani, ho visitato Venezia e Firenze. Quello che avete di bello voi italiani è l’unicità e la varietà delle vostre città, nessuna è simile ad un’altra!» li complimentò riempiendosi la bocca col suono delle c dolci che pronunciava quasi come fossero delle zeta.

«Quando verrai a trovarci» gli promise «andremo a visitarne altre, Treviso, Bolzano meritano anch’esse una visita.»

«Allora brindiamo al nostro prossimo incontro» propose Charlotte tra l’entusiasmo generale, mentre si scambiavano indirizzi e telefoni.

Mentre i coniugi greci si fermavano ancora qualche giorno ad Atene, prima di imbarcarsi per una vacanza a Creta, Charlotte e Giulio C. passarono in Peloponneso.

Dopo le doverose soste in Argolide e in Laconia, arrivarono nell’Elide, dove Olimpia li aspettava con la piacevolezza della sua piana boscosa. La vastità e la monumentalità delle rovine compensarono Charlotte dalla delusione per la scarsità dei resti provata a Sparta.

Accanto a Giulio C. passeggiò lentamente e a lungo tra i rocchi delle colonne dell’Heraion, del tempio di Zeus. Ma non potevano certo lasciare il sito senza aver calpestato il terreno dello stadio. Arrivati alle strisce di marmo che avevano la funzione dei moderni blocchi di partenza, lui la sfidò: «Vuoi gareggiare?» e lei pronta: «Non dimentichi che sono una donna e come tale esclusa dai giochi?»

«Non avevo certo intenzione di proporti una corsa olimpionica» ribatté «ma solo farti provare l’emozione di un terreno così carico di storia» concluse posizionandosi comunque per il via.

Come rispondendo ad un interno richiamo, scattò e percorse i quasi duecento metri della distanza prevista dalla corsa semplice.

Al termine dovette piegarsi sulle ginocchia e cercare di riprender fiato. Nel frattempo, la moglie lo aveva raggiunto e, guardandolo un po’ dall’alto in basso, lo canzonò: «Come atleta, mi sembri alquanto fuori allenamento!»

«E anche fuori età, se è per questo!» concordò, mentre si rialzava e riconquistava una respirazione più normale.

«Ma non potevo perdere l’occasione di correre sulle orme dei protagonisti degli epinici di Pindaro.»

Entrarono, poi, nel laboratorio di Fidia, dove l’archeologo fantasticò: «Poter veder, anche solo per un attimo, il grande scultore alle prese con la colossale statua del dio, a plasmare l’avorio e l’oro al suo volere per ricoprire e dar vita a quella forma che era nella sua mente! Pensa a che tesori sono andati perduti!»

Era ormai quasi il tramonto e il sole con i suoi raggi restituiva agli antichi marmi una parte di quei colori coi quali ignoti artisti avevano rivestito frontoni e statue.

Si fermarono a Patrasso per la notte e Giulio C. andò alla ricerca di quei locali in cui era stato con l’amico vent’anni prima. Dovette, però, accorgersi che anche qui il tempo era passato, modificando, cancellando, uniformando interi quartieri.

La loro vacanza era ormai alla fine e un altro aereo era pronto ad Atene per riportarli a casa.

Come sempre, per lui, il rientro fu un misto di gioia e nostalgia, un melange fisiologico di sentimenti che ben presto, però, si assestarono nella quotidianità più tranquilla.

Charlotte tornò a dividersi tra il suo lavoro e il marito.

Un giorno di fine autunno, Giulio C. si trovò a Firenze per una ricerca e chiamò la moglie per organizzare almeno una colazione veloce insieme.

Charlotte, felice dell’improvvisata, lo invitò : «Aspettami in camera, prima di pranzo, vorrei almeno cambiarmi e rinfrescarmi un po’».

Questa volta la ricerca dell’abitazione fu un po’ più faticosa, perché la pensione presso cui Charlotte si fermava era in una zona un po’ più periferica rispetto al suo primo appartamento. Anche l’interno appariva più dimesso e, mentre Giulio C. aspettava la moglie nell’ingresso, vide arrivare e uscire diversi ragazzi e qualche ragazza dall’aspetto non proprio europeo. Le carnagioni scure, gli occhi di carbone e, infine, la lingua, li dichiaravano subito appartenenti, quanto meno, all’area magrebina.

Quando Charlotte entrò sorridente, si abbracciarono e lui la seguì nella sua stanza. Qui riconobbe almeno qualcosa di più familiare: qualche foto, qualche oggetto personale e l’atmosfera più “domestica” lo misero più a suo agio.

Mentre stavano per uscire, si udì bussare e contemporaneamente una voce chiamare Charlotte. Aperta la porta, si trovarono di fronte a un giovane alto, che indossava un abbigliamento sportivo con la stessa naturale eleganza con cui un lord inglese esibisce il tait.

«Non sapevo tu fossi in compagnia» esordì il ragazzo in un francese un po’ gutturale.

«Ma no, vieni» lo invitò Charlotte, che subito presentò il marito a Jean Pierre Alouf, un giovane tunisino.

Nello stringere la mano di Giulio C., alle solite frasi di circostanza aggiunse: «Le faccio i miei complimenti per i suoi libri: Charlotte mi ha fatto leggere i suoi romanzi e le assicuro che sono stati una scoperta, una piacevole scoperta.»

«Grazie, troppo gentile» rispose Giulio C. con un leggero imbarazzo. «Anche lei si occupa di letteratura, di storia…?» chiese poi.

«Oh! No, non esattamente. O meglio. Sto cominciando a interessarmi di libri, ma solo dal punto di vista tecnico: sto collaborando con una casa editrice per creare una collana per l’infanzia. Anzi, avevo bisogno di sua moglie per delle traduzioni, ma se ora non è il momento, posso ripassare più tardi.»

«Forse è meglio», intervenne decisa Charlotte. Adesso stiamo andando a pranzo. Ne riparliamo questa sera, se vuoi.»

«Naturalmente. Buon pranzo. E piacere di averla conosciuta» si congedò Jean Pierre.

Mentre erano al tavolo, in attesa di una ribollita, Giulio C. volle saperne di più e sottopose la moglie ad un fuoco di fila di domande. Charlotte rispose con naturalezza ed in modo esauriente, anche se, talvolta, lasciava trasparire una certa ironica insofferenza per la curiosità del marito. Oltre all’attività al museo, aveva iniziato a lavorare per una piccola casa editrice italo tunisina con il compito di tradurre le più popolari fiabe italiane per i bambini africani.

«Perché non me ne hai mai parlato prima?» volle sapere mentre versava nei bicchieri un vivace chianti novello.

«Perché la cosa è ancora molto agli inizi e volevo farti una sorpresa, mostrandoti il libro con la scritta: traduzione di Charlotte Drouet.»

Chissà perché, mentre tornava a Mirano, una frase continuava a lampeggiargli nella testa: «Posso ripassare più tardi». E ogni volta una voce, in qualche parte nascosta del suo io più profondo, gli chiedeva: «Ma che fai? Non sarai un inguaribile geloso! Di che hai paura?» E anche più tardi, nel cuore della notte, a letto, in una pausa del sonno che diventava veglia, la sua mente lavorava, tanto che, alla fine, gli fu tutto chiaro: non era, la sua, la comune gelosia di un marito più agee della moglie, non temeva Jean Pierre in quanto giovane e, probabilmente, affascinante agli occhi di una ragazza, no, la sua insicurezza, la sua ansia erano dovute al fatto che il giovane era tunisino, che apparteneva alla stessa stirpe di Charlotte, che, agli occhi di lei, rappresentava le sue radici, un legame e un ricordo della sua terra d’origine, che potevano avere in comune usi, lingua e tradizioni, tutto ciò che lui non poteva certo darle.

Con lo sbiadirsi delle tenebre, anche quei foschi pensieri si alleggerirono e, al mattino, partendo per l’università, si sentì più calmo.

Il contatto con gli studenti, poi, fu uno stimolo in più per gratificare il suo ego, soprattutto quando si accorgeva degli sguardi adoranti con cui lo osservavano alcune studentesse.

Già da diverse settimane aveva cominciato a lavorare al libro sulla Grecia. L’inizio non era stato facile: non aveva avuto subito chiaro il taglio da dare al nuovo lavoro, ma, una volta deciso il tono e come intrecciare il passato al presente, le pagine avevano cominciato a comporsi quasi da sole.

Spesso si scambiavano telefonate con Stavros e Irene, che lo mettevano al corrente dei loro programmi per le vacanze e gli raccontavano anche di fatti di cronaca spicciola di Salonicco.

«Perché non fate una scappata da noi?» lo invitò Stavros una sera. «Dicono che il nostro museo per gli amanti dell’arte sia una vera goderia… non so se è giusto»

«No, Stavros» lo corresse l’amico «forse vuoi dire goduria»

«Ah! Già, proprio, hai ragione» confermò

«Chissà!» rispose Giulio C. «non abbiamo ancora fatto progetti, a dire il vero» concluse guardando Charlotte che stava lavorando al computer. «Ma perché invece non venite voi?» finì per chiedere.

All’altro capo del telefono sentì un lontano bisbiglio e poi la voce decisa di Stavros gli annunciò: «Grazie, penso proprio che veniamo. Quale periodo è meglio per voi?»

«Quando finiscono gli esami. Diciamo l’ultima settimana di luglio. Per voi va bene?» si informò.

I tempi erano perfetti anche per gli amici greci, così si salutarono, ripromettendosi di sentirsi più avanti per gli ultimi accordi.

Posato il telefono, si avvicinò a Charlotte e la mise al corrente di quanto programmato.

«Non credi» gli chiese lei, spegnendo il computer, dopo aver stampato alcune pagine «che avresti dovuto almeno domandarmi cosa ne pensavo e se il periodo di vacanza sta bene anche a me?»

Giulio C. la osservò mentre parlava e vide nei suoi occhi un’ombra di durezza e disappunto ben più forte di quanto le parole non lasciavano trasparire.

«Ti chiedo scusa. Sono stato troppo frettoloso, hai ragione. Ma pensavo che anche tu avessi voglia di rivederli» cercò di scusarsi, avvicinandosi e cercando di abbracciarla.

Charlotte aveva nel frattempo raccolto i fogli usciti dalla stampante e se li stringeva al petto, come fossero uno scudo per non sentire il calore e la pressione del corpo del marito.

E mentre lui la lasciava libera «Sì, certo» rispose «anche a me fa piacere incontrarli, ma mi avrebbe fatto piacere anche che tu mi avessi interpellata».

«È vero, ho mancato di tatto; scusami»

«Va bene, non parliamone più» si sbrigò Charlotte.

A questo piccolo screzio seguì un periodo per lei di intensa attività, che la tenne occupata a Firenze anche nei giorni che, solitamente, trascorreva a casa e che la portò anche più volte a Tunisi.

Per questo Giulio C. si buttò a capofitto nella stesura del libro. Gli dava un profondo calore venato di sottile nostalgia per quel periodo solare in cui aveva a portata di mano tutto ciò che più amava: il passato, la Grecia e la moglie. Questa volta, però, non ce la fece a terminare il libro entro l’anno e le librerie dovettero attender la primavera per esporre sugli scaffali l’ultima opera di Giulio Claudio Erneti: “Nella terra degli Dei: viaggio nella Grecia di ieri e di oggi”.

Ad ogni capitolo dedicato alla storia, al mito, alla religione, alla politica ai grandi personaggi, premetteva alcune pagine in cui raccontava in prima persona pensieri, emozioni, fatti e curiosità del suo viaggio con la moglie. Erano pagine vive, cariche dei più variegati sentimenti. Era la prima volta che metteva a nudo una parte di sé, perché non amava darsi in pasto ai lettori; era sempre stato molto riservato per quanto riguardava il suo privato, eppure, questa volta, gli veniva così naturale raccontare di come aveva cercato di far rivivere agli occhi della moglie quel lontano passato che per lui era sempre stato così presente, di come avessero cercato di sfuggire ai luoghi più invasi dal turismo di massa, di come avessero conosciuto due persone simpatiche che lo avevano legato col filo della loro amicizia alla sua già tanto amata Grecia.

Naturalmente, quando aveva terminato la sua creatura, non aveva avuto dubbi su a chi dedicarla: “a Charlotte, compagna della mia vita e di questo viaggio”, furono le ultime parole con cui chiuse il file del suo lavoro.

La critica e il pubblico dei suoi affezionati lettori accolsero con particolare entusiasmo il libro, forse proprio anche perché un argomento da saggio storico era trattato con un piglio nuovo e spontaneo. Quando presentò a Charlotte la prima edizione, la vide arrossire, mentre apriva la copertina e leggeva la dedica.

«Oh! Giulio! Grazie, è un pensiero stupendo» si commosse.

«È solo una cosa in più che ci unisce e mi è sembrato ovvio dedicarlo a chi ha condiviso con me sia il viaggio che la fatica della stesura.»

«Ma io ho fatto ben poco in questo senso» si schermì. «Anzi, sono stata anch’io così impegnata che non ti ho quasi mai chiesto nulla del libro» aggiunse mentre lo riponeva nella borsa da viaggio che stava preparando.

«Sei di nuovo in partenza?» le chiese con un po’ di amaro in bocca.

«Sì, domani ho un incontro con un sociologo tunisino che sta scrivendo un saggio sulle fiabe europee. Poi dovrò passare a vedere le illustrazioni: ci sono vari disegnatori che hanno lavorato in questi mesi ma hanno stili così simili eppure così particolari, che sarà faticoso scegliere quello più adatto.» elencò tutto d’un fiato. E, dopo una brevissima pausa, proseguì: «Potrebbe anche darsi che debba fare un salto a Tunisi, se va in porto l’altra iniziativa della casa editrice.»

«Cioè?» chiese lui con ansia, osservando i movimenti nervosi della moglie che raccoglieva qua e là quello che voleva portare con sé.

«Forse uscirà anche l’edizione opposta: le fiabe popolari tunisine tradotte in italiano» rispose quasi senza guardarlo, mentre chiudeva il trolley.

«Speravo che avremmo avuto un po’ di tempo per noi» si rammaricò in risposta.

«Abbi pazienza, Giulio» lo esortò, finalmente avvicinandosi e sedendo sul bracciolo della sua poltrona. «È un periodo un po’ intenso, ma vedrai che finirà e riprenderemo il nostro ritmo più placido» cercò di confortarlo, accarezzandogli i capelli che, si accorse con sorpresa scompigliandoglieli, stavano velocemente imbiancando.

Proprio nei giorni in cui Charlotte era a Firenze, spedì a Stavros e Irene una copia di “Nella terra degli Dei” con una affettuosa dedica.

Nel giro di poco meno di un mese da Salonicco arrivò una telefonata.

«Pronto?» rispose Charlotte che stava passando proprio accanto al telefono.

«Sono Stavros, Charlotte. Come stai?» le chiese la voce chiara e decisa.

Dopo essersi scambiati i convenevoli di pragmatica, si informò: «Giulio C. è lì? Devo dirgli che è un…» si interruppe indeciso alla ricerca di una parola. «Asse?» chiese titubante. «Asse?» gli fece eco Charlotte «No, forse vuoi dire asso, cioè grande, campione»

«Sì, sì» esultò Stavros «Ho letto il libro: è fantastico; parla della Grecia e dei greci meglio di quanto faremmo noi. Anche Irene, quando gliel’ho raccontato e gliene ho letto qualche pezzo, è rimasta entusiastica» la informò

«Entusiasta» lo corresse benevolmente, salutandolo prima di passargli il marito.

Questa volta, quando Stavros chiese di poter precisare i tempi della vacanza in Italia, Giulio C. interpellò prontamente la moglie: «Ci chiedono se ci va bene come periodo dal 23 luglio al 3 o 4 agosto. Arriverebbero a Venezia in aereo».

«Direi che può andare, in linea di massima» rispose lentamente mentre rifletteva sui suoi eventuali impegni già programmati.

«Non ti ho visto molto decisa e sicura» le fece osservare Giulio C., dopo aver salutato l’amico.

«Hai ragione» rispose, «ma vedi, c’è tanta roba in giro in questo periodo che veramente non ho ancora il quadro preciso degli appuntamenti e degli spostamenti delle prossime settimane.»

«Speriamo bene» si augurò lui. «e, comunque, ora che lo sai, cerca di distribuire i tuoi impegni di conseguenza»

«Per quanto dipende da me, lo farò» lo rassicurò un po’ piccata «ma ci sono delle cose che non posso decidere io» ci tenne a precisare, mettendosi a tavola per la cena.

Riviste, rotocalchi e trasmissioni televisive fecero a gara per aggiudicarsi, nelle successive settimane, la presenza di Giulio C. come ospite d’onore e fu oggetto di interviste, per non parlare della critica specializzata, che aveva praticamente vivisezionato il libro.

Per sua fortuna, fin da prima di sposarsi, aveva provveduto a far cancellare il suo nome dall’elenco telefonico. Nei primi anni della carriera non si era mai preoccupato di nascondersi e, a volte, gli era arrivata parecchia posta da parte di lettori( e più spesso lettrici) che cercavano di insinuarsi nel suo privato, con il pretesto della richiesta di un autografo o rivolgendogli lodi e complimenti per la sua attività di scrittore.

All’inizio la cosa era stata anche piacevole e gratificante, un vero e proprio “massaggio dell’ego”, ma poi le dimensioni del fatto erano cresciute a tal punto da farlo decidere ad entrare nell’anonimato.

Pochi giorni prima dell’arrivo degli amici, Charlotte ricevette una telefonata dal suo editore: erano sorti dei problemi in seno al comitato direttivo della casa editrice. Alcuni componenti non erano convinti che fosse una buona idea pubblicare le fiabe in arabo, perché avrebbero potuto urtare la suscettibilità degli islamici più integralisti. Forse era meglio limitarsi ad una versione francese che avrebbe forse avuto un mercato più ristretto, ma senza dubbio più sicuro e disponibile.

Charlotte rimase al telefono un tempo che a Giulio C. parve infinito e, quando finalmente riattaccò, la vide piuttosto contrariata.

«Problemi?» le chiese con sollecitudine:

Lei gli espose come si erano messe le cose e poi gli rivelò: «Il guaio è che dovrò andare a Tunisi tra due giorni per perorare la mia causa. Non posso accettare che un lavoro così si riduca a un testo da utilizzare solo in qualche circolo esclusivo o in qualche scuola privata. Non è con questa intenzione che ho lavorato» concluse visibilmente alterata alzando la voce.

«Allora non sarai qui per il 23, naturalmente» ne dedusse Giulio C.

«Evidentemente, no. Comunque, stai tranquillo, perché sarà questione di pochi giorni. Intanto puoi accompagnarli tu da qualche parte, mentre mi aspettate» suggerì.

E, infatti, così fu.

I primi giorni trascorsero un po’ sottotono, anche se la simpatia di Stavros e Irene e il suo ruolo di accompagnatore non gli consentivano di lasciar entrare nella sua mente troppi pensieri cupi o malinconici.

Dopo essere stati a Treviso, che incantò i coniugi greci con le sue rogge e la sua aria così signorilmente riservata, andarono a Padova, dove Giulio C. era di casa. Infatti, incontrò qualche collega che fu felice di presentare agli amici. Si fermarono al Pedrocchi per un aperitivo, prima di proseguire per il Prato della Valle.

A conclusione di quella giornata, tornati a casa, furono raggiunti dalla telefonata di Mara che, da quando il figlio le aveva comunicato l’arrivo della coppia di amici, non vedeva l’ora di conoscerli e averli tutti a cena da lei.

Sarebbe stata una serata perfetta se ci fosse stata anche…

«E, Charlotte, no la ghe xè?» si informò subito Mara, accorgendosi contemporaneamente dall’espressione del figlio, di aver toccato un nervo scoperto.

«È a Tunisi per lavoro» la informò, mentre cercava di non guardare la madre negli occhi.

Mara, da donna intelligente qual era, fu pronta a cambiar discorso.

Quando poi, due giorni dopo, anche Charlotte si unì a loro, sembrò che ogni ansia, ogni dissapore, si fossero dissipati. Ma Giulio C., che di lei conosceva ogni minimo cambiamento d’espressione, continuò a provare un affanno che gli prosciugava il cuore.

Così, il soggiorno italiano di Stavros e Irene si concluse con una stupenda gita al lago di Garda in una giornata che pareva fatta apposta per fargli rimpiangere la vacanza, il paese, gli amici.

Nei mesi seguenti, Giulio C. si sorprese più volte ad osservare di sottecchi la moglie: cercava di verificare se nei suoi occhi ci fosse ancora quella luce che lo aveva abbagliato cinque anni prima. Ma dovette purtroppo convincersi che, a volte, delle nubi la offuscavano.

«Charlotte, capisco che per te il tuo lavoro sia importante, ma ritieni che conti anche più di noi, del nostro matrimonio?» non poté fare a meno di chiederle un giorno in cui la vide più tesa del solito.

«Ma che domanda mi fai?» si stupì lei, quasi sobbalzando, colta alla sprovvista.

«Non puoi negare che da qualche tempo sei preoccupata, in ansia, sembri stressata. Vorrei aiutarti, in qualunque modo, se me ne dai la possibilità» cercò di tranquillizzarla.

«Grazie dell’aiuto che mi offri, ma nessuno, tranne me, può far niente» gli rispose con un senso di scoramento.

«Ti prego non parliamone più» concluse, dopo una breve pausa, mentre lui le si avvicinava per abbracciarla.

Quando Charlotte si sentì stretta nella sua forza e nel suo amore, si rilassò ricambiando il suo abbraccio mentre gli occhi liberavano quelle lacrime che da tanti giorni le bruciavano dentro. Anche se cercava di trattenersi, non poté impedire a qualche singulto di scuoterla. Colpito da quell’emozione irrefrenabile, Giulio C. si sciolse dall’abbraccio per guardarla in viso.

«Allora è davvero grave!», disse, non sapendo se cercare di rincuorarla con la comprensione o cercare di alleggerire quella tensione con un tono un po’ faceto.

Charlotte continuava a piangere in silenzio, cercando disperatamente un kleenex nella borsetta posata su una sedia.

Quando, finalmente, riuscì a calmarsi, sembrò davvero più scarica, come le nubi sgonfie e sbiadite, dopo un temporale.

A letto, quella sera, Giulio C. le si avvicinò con uno struggente desiderio di darle, oltre ai piaceri dell’amore, tutta la sua comprensione, tutto il suo appoggio, ma nello stesso istante in cui lei si sentì sfiorare dalle sue mani, si ritrasse.

«No, ti prego, Giulio, per favore, non potrei proprio. Abbi pazienza, scusami, ma non me la sento.» lo respinse.

Giulio C. restò come fulminato: era la prima volta che succedeva e lui non ne capiva il motivo. Non si risentiva di quel rifiuto nella sua qualità di maschio, quello che lo inquietava era questa ferita nel loro rapporto, che lui credeva inossidabile e che era una spia di una crisi da ricercare chissà dove.

Restò per un po’ immobile, cercando di assorbire e neutralizzare in qualche modo quel pugno nello stomaco che le parole di Charlotte gli avevano sferrato.

Quando si rese conto che non avrebbe potuto dormire, si tirò a sedere sul letto e accese la luce sul comodino.

«Credo che dobbiamo parlarci senza falsi pudori e senza peli sulla lingua» le propose con una voce così seria e profonda come mai prima lei l’aveva udita. Charlotte si voltò verso di lui e si mise anche lei a sedere, con la schiena appoggiata agli enormi cuscini che facevano da testiera.

«Chi è?» sparò a bruciapelo Giulio C.

Come colpita da un proiettile, Charlotte sbiancò e abbassò il capo.

«Chi è?» ripeté questa volta con la voce leggermente incrinata da un misto di rabbia e angoscia.

«No, Giulio, non è come credi, davvero»

«E cosa credo io? Come fai a sapere cosa penso, se da un po’ di tempo non fai che scappare da una parte all’altra del Mediterraneo?» le buttò addosso, cercando a fatica di moderare il volume della voce.

«Sei il tipico maschio italiano che pensa che solo un altro uomo possa fargli allontanare la moglie?» gli fece eco lei, puntandogli in faccia gli occhi dardeggianti.

«Per favore, Charlotte, non ripariamoci dietro agli stereotipi: non siamo i tipi», si sentì risponderle, mentre la sua mente rincorreva le parole di lei con una differente ma angosciosa incertezza.

«No, non c’è stato un altro, non … non so…», sussurrò, coprendosi il volto con le mani.

«Non sono andato troppo lontano dal bersaglio, allora. Cosa vuol dire non so…? Che non ci sei ancora andata a letto? Cosa vuoi, il mio permesso? Godrai di più quando lo scoperai, sapendo che io lo so?» le urlò in faccia con la voglia di ferirla.

«Per favore, Giulio, non diventare volgare, non credo di meritarlo» fu la sua risposta.

«Scusami» si sentì in dovere di concederle,» ma forse non ti rendi conto di cosa significhi tu per me, del terrore che ho di perderti» disse quasi sillabando le parole.

«Se da qualche tempo ti vedevo cambiata e non ho mai detto niente, è perché speravo sempre che saresti stata tu a dirmi qualcosa, a parlarmi. Non ci siamo mai nascosti nulla, no? E allora, quali colpe ho commesso, cosa ho fatto per arrivare a questo?»

«Ma tu non hai fatto niente, non hai nessuna colpa. Ci sono delle cose che succedono anche senza che noi le vogliamo» gli rispose, guardandolo negli occhi con assoluta fermezza.

«E allora, arriviamo al dunque..Chi c’è, cosa c’è che ci sta allontanando, anzi, ti sta allontanando?» volle precisare.

«Non è facile, Giulio, parlare di certe cose. Tu sei sempre stato il migliore in tutto: con me sei sempre stato comprensivo, disponibile, presente…»

«D’accordo,» tagliò corto «questo è dritto della medaglia, ma ci sarà un rovescio suppongo…» la invitò deciso.

«Non c’è un rovescio» rispose prontamente Charlotte «Non sei tu ad essere in discussione. Vedi, da quando ho cominciato a lavorare alla casa editrice, è come se un vento col suo soffio avesse disperso la sabbia che ricopriva le mie radici. Ho riscoperto un mondo al quale non pensavo più di appartenere. Anche quando siamo stati in vacanza in Tunisia, in fin dei conti mi interessava e mi piaceva risentire la mia lingua, la lingua della mia infanzia, ma era come se io fossi al di qua di quel mondo, come se lo guardassi con la lente della nostalgia o del ricercatore. Ma quando ho cominciato a scrivere, ad avere rapporti di lavoro con quell’ambiente, me ne sono sentita coinvolta totalmente. Mi ci sono ritrovata dentro con la stessa sensazione con cui calzi un paio di scarpe fatte su misura per te. Ho capito che, forse, quella è la mia vera dimensione.» Fece una breve pausa per guardarlo, per rendersi conto dell’effetto prodotto dalle sue parole.

«Per questo» continuò «quando conobbi Maurice…»

Quel nome maschile fu per Giulio C. un’esplosione atomica.

«L’hai detto finalmente» sbottò «Che bisogno avevi di fare quell’inutile prologo, quando bastava dire «Mi sono innamorata di un altro, di Maurice» le urlò sul viso.

«No, calmati, Giulio» lo invitò lei «Lasciami finire, non semplificare tutto, come se fosse un copione già scritto. Ti stavo spiegando che, quando a Tunisi, conobbi Maurice, alla casa editrice, il trovarmi bene con lui a parlare, a lavorare, mi parve più che naturale, perché avevamo interessi comuni, perché faceva parte di quel mondo, di quella società nella quale mi stavo lasciando trasportare. Se anziché Maurice si fosse trattato di un altro o anche di una donna, non avrebbe fatto differenza, pensavo, perché non c’entrava assolutamente nulla con l’amore o con il sesso. Solo la frequentazione assidua di questi ultimi tempi, lavorare insieme, uscire a cena, talvolta, confrontarci su temi e questioni della nostra terra» (quel nostra non lasciò indifferente Giulio C.) «ci ha molto avvicinati e soltanto allora ho capito che forse Maurice non era solo un ottimo collega» concluse come svuotata.

«Non c’è proprio niente che possa fare per riprenderti?» le chiese con trepidazione.

«Giulio, non so, non so più niente. Comunque, anche se so di non essergli indifferente, a Maurice non ho rivelato nulla dei miei sentimenti e della crisi che sto attraversando» confidò con un soffio.

Poi un sipario di plumbeo silenzio calò su di loro a separarli con la sua inconsistente pesantezza.

Ciascuna delle due anime si arroventava in pensieri contrastanti e contrapposti.

Quando a Giulio C. non parve più possibile resistere oltre a quel tacito gravame, le propose: «Che ne dici se cerchiamo di parlarne domattina?»

«Come vuoi» fu la laconica risposta di Charlotte.

Spenta la luce, ognuno si trovò di fronte ai propri dilemmi, alle proprie paure. Ascoltavano reciprocamente il respiro vigile e l’insonne voltarsi e rivoltarsi, ma le loro labbra restavano mute.

Qualche ora di un sonno agitato e leggero concesse loro un po’ di tregua.

Quando per primo Giulio C. aprì gli occhi, si soffermò ad accarezzare con lo sguardo i lineamenti di Charlotte, che ancora dormiva.

In silenzio si alzò e scese a preparare la colazione. Sapeva che alla moglie piaceva sentire il profumo del caffè al risveglio. Prese un vassoio, vi posò tutto l’occorrente ed entrò nella camera proprio mentre lei stava aprendo gli occhi. Incontrando quelli del marito, Charlotte accennò ad un sorriso che, anche se un po’ tirato, non gli dispiacque.

«Buongiorno» le augurò dolcemente, posando il vassoio sul comodino.
«Buongiorno. Grazie» lo ricambiò, mentre lui sedeva sul letto accanto a lei.

Nessuno dei due riusciva a trovare le parole giuste per riprendere il doloroso dialogo interrotto la sera prima.

Finalmente, Giulio C. trovò la forza per cominciare.

«Allora, Charlotte, cosa pensi di fare?» ma proprio mentre lei stava per rispondere, suonò il suo telefono. Allungò il braccio e, trovato l’apparecchio sul comodino, «Pronto!» rispose con la voce ancora appannata dal sonno appena svanito.

Quando Giulio C. vide il cambiamento della sua espressione e sentì come si addolciva la sua voce ad ogni parola, comprese che non c’era più bisogno di aggiungere altro, che la loro storia era già finita.

Non sopportando di essere muto e scomodo testimone di quella conversazione, uscì sentendosi come un guerriero sconfitto che lascia il terreno dello scontro.

Mentre scendeva, sentì però la moglie parlare in una lingua piena di suoni aspirati che la rendeva ancora più sexy e desiderabile.

Quando lo raggiunse in salotto, Giulio C. cercò, scrutandone il viso, di capire cosa stesse provando: impossibile penetrare in un’espressione così chiusa ed enigmatica.

Lasciatisi sedere pesantemente su una poltrona, Charlotte lo guardava come se i suoi occhi gli passassero attraverso, come se stessero vedendo ciò che stava dentro e oltre il marito.

«Dunque, il grande amore per l’arte, la cultura, la civiltà dell’occidente che ti ha incantata e portata a vivere a Firenze si è dunque già dissolto?» la interrogò, mentre pensava con rimpianto al loro primo incontro.

«E perché? No, Giulio, non pensare che sia un’integralista, che il mio sentirmi islamica sia inconciliabile con tutto ciò che ho studiato e amato e che amo ancora, invece. Riconosco tutto quello che di grande l’occidente ha prodotto nei secoli, che è degno del più profondo rispetto.

So bene che c’è chi vorrebbe contrapporre le due sponde del Mediterraneo in uno scontro epocale, ma io credo che questo, se si verificasse, sarebbe solo una rovina e una sconfitta per entrambi. Se io ho riscoperto la cultura delle mie origini, questo non mi rende nemica della cultura e della civiltà dell’Europa. Come del resto» aggiunse subito «non ti ritengo un nemico…»

«Già,» si inserì con amara ironia, «ma ora non sono più l’elemento centrale del tuo mondo, ma un semplice accessorio sempre più ingombrante»

Charlotte si alzò e andò alla finestra che si apriva su uno scenario di verde che l’autunno ormai ingialliva o arrossava con la sua tavolozza di caldi colori.

E mentre si immergeva in quel paesaggio, trovò la forza di continuare: «Vedi, Giulio, se io non provassi più nulla per te, non avrei motivo per essere tanto angosciata, sarebbe facile scegliere senza voltarsi indietro. Invece, no, tutto è complicato dal fatto che non posso fingere che tu non ci sia, che tu non sia più nulla per me. Come potrei cancellare questi anni così pieni, così ricchi… Io ti voglio ancora bene e questo, purtroppo per me, rende tutto così maledettamente difficile» concluse voltandosi verso di lui, mentre un brivido improvviso la scuoteva e la portava ad avvicinarglisi.

Giulio C. non poté trattenersi dal prenderla tra le braccia e stringerla con tutte le sue forze. Lei cercò la sua bocca e cercò in quel bacio una risposta alle sue angosce, alle sue incertezze.

«Vorrei amarti, Giulio, voglio amarti» gli sussurrò.

Quelle parole furono per lui peggio di un rifiuto. Con una dolcezza che gli costò uno sforzo immane, la scostò e, guardandola negli occhi: «NO, Charlotte» sentenziò «l’amore non può ubbidire ad una volontà razionale, non c’è scelta. Non si può voler amare: o si ama e basta o non c’è alternativa».

Anche per lei era chiaro che tra loro non poteva esserci ormai che un addio, anche se questo taglio rappresentava la fine di una parte di lei stessa e della sua vita.

Ancora alcuni giorni vissuti ai margini l’uno dell’altra e poi…

Mara, con quella finissima sensibilità femminile, si era accorta, dopo soli pochi giorni dalla partenza di Charlotte, che qualcosa era cambiato, ma la lettera che lei le spedì due settimane dopo, la rintronò.



Mara carissima,” le aveva scritto “tu che mi hai accolto con una generosità e un affetto che non erano motivati solo dall’amore di tuo figlio per me, tu che tante volte ho sentito vicina come una madre, tu non potevi certo prevedere il dolore che ti avrei dato. A te e a Giulio.

Questa mia assenza non è come tutte le altre, non è una momentanea lontananza, in attesa di un ritorno.

Quando sono partita, sono stata troppo vigliacca per dirti addio, guardandoti negli occhi. Già mi era costato tanto salutare Giulio, che la mia capacità fisica e psicologica di sopportazione del dolore altrui era completamente esaurita.

Però non posso più ora fingere con me stessa e non cercare almeno di spiegarti perché vi ho lasciati.

Io ho amato tanto e davvero Giulio, credimi, e ancora provo per lui un affetto speciale, ma quello che pensavo appartenesse solo al mio passato, ai miei ricordi d’infanzia si è invece rifatto vivo. Le mie radici etniche e religiose sono rispuntate con una forza che mi ha stupita.

E poi…e poi…Perché è tanto difficile anche da scrivere quello che sarà per te come un coltello affilato nelle carni?

Ma tu hai già capito, senza dubbio: ho conosciuto un ragazzo della mia terra, uno che ho subito sentito come parte di me stessa. E contro questo sentimento non ho potuto lottare. Anche se la ragione cercava di parlarmi, il cuore urlava più forte. Non ho mai tradito Giulio, però, questo non avrei mai potuto farlo, ma non posso ingannare lui e me stessa (per non parlare di Maurice), fingendo un amore che è cambiato in modo tanto profondo e radicale.

Non odiarmi, ti prego, e perdonami, se puoi.

Charlotte

P.S. Se vorrai, puoi far leggere questa lettera a Giulio, il cui ricordo è e sarà sempre con me. “



Ci volle più di un mese, perché Giulio C. si rendesse conto che il vuoto che lo riempiva, il silenzio che esplodeva ogni volta che si trovava in casa, sarebbero stati la sua condizione permanente nei prossimi anni.

Con un misero pretesto, un giorno Mara andò a casa dal figlio. Lo trovò al computer, la barba di parecchi giorni, un bicchiere di Whisky accanto al mouse.

Senza dire una parola, lo abbracciò standogli alle spalle. Lui, senza un sussulto, lasciò la tastiera e strinse nelle sue le mani della madre. Ruotò la sedia e, alzandosi, le chiese: «Vuoi un caffè o mi fai compagnia con un goccio di questo?» accennò al bicchiere dal contenuto ambrato.

«No, caro, no star a imbriagarte» fu la scontata risposta.

Dopo un attimo di pausa, in cui parve che nessuno dei due possedesse le parole per abbattere quella barriera di dolore che, pur accomunandoli, li divideva, Mara chiese con un grido strozzato: «Ma perché, Giulio mio, stà disgrassia?» E, guardandolo dritto negli occhi, si rese conto che non c’era risposta.

«No te lo meritavi, no doveva lassarte cussì. che dona, che mujer…»

«Basta, ora, mamma» la interruppe deciso. «È stato un brutto colpo, sì. Adesso mi sento come se mi avesse travolto una valanga…»

«Se ti vol qualcossa, fijo mio, dime, cossa posso far…»

Con un sorriso quasi patetico cercò di consolarla. «Ma no, mamma, niente. Cosa vuoi fare? Ho il mio lavoro, tante cose da pensare, da fare. Supererò anche questo momento, dai!» e con un forte abbraccio si salutarono.

Non aveva certo avuto voglia né tempo di pensarci, ma anche quell’anno stava arrivando il Natale.

Se ne accorse all’improvviso una sera in cui zappingando col telecomando, alla ricerca di un programma che lo interessava, vide passare alcune pubblicità tipicamente augurali. Subito la mente, con un balzo atletico, lo riportò al Natale dell’anno precedente e vide velocemente passare, come su uno schermo, le tante immagini della festa cui aveva invitato tutti gli amici più cari. Dimenticatosi del programma desiderato, spense la TV e si ritrovò in preda ad un desiderio di fuga: senza dubbio qualche amico lo avrebbe chiamato per fargli gli auguri e per sapere di lui e di Charlotte.

Da masochista, avrebbe dovuto, dando qualche spiegazione, sottoporsi ad una serie di dolorose torture. Decise allora di giocare d’anticipo: telefonare lui per primo e inventare un viaggio che lo avrebbe tenuto lontano da casa giusto per una quindicina di giorni. Ovviamente doveva anche prevedere e prevenire le domande sulla moglie: forse avrebbe potuto raccontare che aveva avuto un impegno di lavoro e, come già altre volte era successo, era partita per Tunisi. Questo gli avrebbe evitato altre spiegazioni che a distanza di qualche mese, sperava, sarebbe riuscito a dare con maggior distacco e rassegnazione.

Registrò sulla segreteria un messaggio augurale per chi lo avesse cercato e si lasciò vivere aspettando che quei giorni di convulsa frenesia che precedono le festività fossero archiviate nel passato.

Trascorso con la madre un Natale intimissimo e sottotono, durante il quale dovette cercare di non lasciare troppo trasparire i pensieri e le angosce che lo turbavano, si era buttato a capofitto su ricerche e riletture classiche, pensando anche ad eventuali traduzioni di Senofonte, ad una biografia un po’ romanzata di Giulio Cesare o qualche altro personaggio protagonista della storia antica.

In una serata di vento freddo che sibilava anche tra le pur nuove imposte della casa e violenti scrosci di pioggia, mentre era immerso nella lettura del testo originale della Ciropedia, fu scosso dall’improvviso suono del campanello. Sulle prime, quasi quasi, era stato tentato di non rispondere, ma poi, la curiosità di sapere chi si azzardasse ad uscire in una serata come quella, lo fece muovere.

«Chi è?» chiese, stupendosi nell’udire la sua stessa voce, che per tutto il giorno era rimasta inutilizzata.

«Giulio, sono Marcello. Apri, per favore, fa un freddo bestia e sono fradicio.»

Non aveva ancora finito di parlare, che già il portone era stato aperto e Giulio C. stava andandogli incontro per le scale.

Da quando l’architetto si era trasferito nella provincia trentina, le occasioni per vedersi non erano state tantissime.

«Ehi! Ma sei sicuro di essere proprio tu?» si stupì dapprima vedendo la lunga barba dell’amico.

Scrollatosi di dosso un po’ d’acqua e toltosi il piumino, Marcello con foga si ritrovò stretto nell’abbraccio di Giulio C.

Appena entrati in salotto, il padrone di casa lo osservò e, ostentando una normale tranquillità, gli chiese: «Ma che ci fai qui, a quest’ora e in una serata da apocalisse?»

«Stavo tornando a Rovereto da Bologna, dove ho ultimato un progetto, e mi sono detto che era proprio il caso di fare una deviazione per venire a vedere come sta la mia casa. È stato uno dei miei lavori più riusciti.» si autogratificò.

«Sì, hai ragione», confermò Giulio C. «anche se l’utilizzo forse poteva essere migliore.» Concluse con un sospiro, mentre prendeva due bicchieri e una bottiglia di Cartizze. Non gli sfuggì, comunque, l’espressione mesta di Marcello che, chinando il capo, cercava di nascondere gli occhi.

Erano troppo amici perché Giulio C. non capisse che lui sapeva.

«Chi te l’ha detto?» chiese, riempiendo i bicchieri.

«Cosa, chi doveva dirmi cosa?» tentò di fare l’ignaro.

«Marcello, per favore, dai, chi ti ha detto di Charlotte?» lo sollecitò

«E chi poteva parlarmene, secondo te? Chi altri lo sa, oltre a te e tua madre?»

«Sei stato da lei o ti ha telefonato lei?» volle sapere.

«No, veramente, è stata lei che, nel farmi gli auguri mi ha detto…»

«Ti avrà pregato di venire a confortare il povero marito abbandonato» dedusse sarcastico.

«Ti sbagli, Giulio» fu la pronta risposta «Lei non voleva che ti dicessi niente, se ci fossimo visti o sentiti. Sono stato io che non ho potuto fare a meno di venire per cercare di…»

«Consolarmi, come si fa con un bambino che, se perde un giocattolo, si cerca di dirottare la sua attenzione su un surrogato» terminò con una amarezza glaciale.

«Sei ingiusto e spietato anche verso te stesso. La nostra amicizia non è un surrogato di niente e, se non credi che condivida il tuo stato d’animo di questi momenti, non hai proprio più alcuna fiducia nel valore dell’amicizia vera.» si risentì Marcello.

«Scusami» gli rispose stringendogli un braccio «allora puoi ben capire come ora per me sia tutto nero, inutile e assurdo. Grazie, invece, per questa improvvisata. Io non avrei avuto la forza di cercare nessuno, ma ora che sei qui, mi sento più tranquillo. Mi fa bene la tua presenza, la tua comprensione e solidarietà.» gli confidò con grande sincerità, accennando ad un brindisi.

E d’improvviso ebbe voglia di sfogarsi, di parlare, non tanto per ricevere parole di conforto, quanto piuttosto per diminuire la pressione che gli si era gonfiata dentro in tutti quei giorni e che ormai l’avrebbe fatto esplodere in qualche gesto improvviso.

Cominciò a raccontare, quasi fosse una confessione e parlò fino a sfinirsi.

«Ora mi pare quasi di averlo sempre saputo che non sarebbe durato per tutta la vita, ma non pensavo che la causa sarebbe stata questa. Così come io mi avvicinavo al suo mondo islamico, credevo che anche lei si fosse ormai identificata almeno un po’ con la nostra cultura o, quantomeno, ci si sentisse pienamente a suo agio.» Terminò, finendo anche di vuotare il bicchiere. Stava per riempirlo di nuovo, quando l’amico gli posò la mano sul polso: «No, Giulio. La soluzione ai problemi non è mai il vino. In fondo ad una bottiglia puoi trovare solo un mal di testa feroce che il giorno dopo ti dilania anche il fisico.

Senti, perché non vieni con me qualche giorno? Devo andare a Tarquinia per un lavoro importante. È una zona bellissima che certo conosci meglio di me…»

«Ci ho anche lavorato, al tempo della specializzazione. Con l’equipe di studio ho scavato una tomba. Il professor Farinelli fece un colpaccio: trovammo una grande camera, di una famiglia importante, con un corredo integro di buccheri in perfetto stato di conservazione e dei gioielli favolosi. Ci scrisse anche una pubblicazione notevole, ricordo.»

Quell’accenno agli etruschi lo aveva riportato di colpo ai suoi primi impegni come archeologo e si rivide, pieno di entusiasmo e aspettative, con ancora davanti tanti anni che, era sicuro, gli avrebbero portato successo professionale, fama e …amore? Ma quando mai! Non che allora non pensasse a una compagna, ma era come se quell’argomento se ne stesse un po’ in disparte tra i suoi altri desideri Pareva quasi, a pensarci ora, una sorta di inconsapevole autodifesa preventiva.

«E allora, Giulio, cosa mi dici? Ti va di fare questa scappata?» lo riscosse d’improvviso la voce dell’amico.

«Perché no?» rispose «Sarà un piacere e forse anche una sorpresa, bella, spero, rivedere gli oggetti ritrovati allora collocati al museo.».

«D’accordo. Allora passo a prenderti dopodomani» stabilì Marcello.

«E ora che fai? Te ne vai sotto questo diluvio furibondo fino a Rovereto?» gli chiese Giulio C. «Ma fermati qua e riparti domattina, almeno ci sarà la luce, se non proprio un tempo migliore» lo invitò.

«Beh! Grazie Giulio. Prendo la borsa in macchina e poi ci diamo la buonanotte.».

Prima di dormire, parlarono ancora a lungo, rievocando i tempi del liceo, i compagni, tanti episodi che li avevano visti insieme e che erano un forte collante per il loro rapporto.

«E il lavoro, come va?» si informò Marcello «Stai facendo qualcosa di particolare?»

«No, per ora no «rispose «ma avrei in mente di scrivere una specie di biografia a puntate su un grande, che so? Giulio Cesare o Augusto. Mi piacerebbe rinchiudermi in un isolato rifugio dove nessuno mi potesse raggiungere, stare da solo, lontano da tutti, senza telefono e come unica compagnia della bella musica».

«Hai trovato la lampada di Aladino, per caso?» si stupì Marcello.

«Cosa vuoi dire?»

«Ho appena ristrutturato una casetta in uno sperduto paesino sopra Trento, all’incirca. Io non so quando avrò il tempo di godermelo, ad ogni modo se ti piace, puoi andarci quando e finché vuoi.»

«Dici sul serio?»

«Assolutamente. Facciamo così: quando vuoi, facciamo un salto e ti mostro il mio eremo.» gli propose.

«Ne sarò felicissimo. Grazie. Sei proprio un amico.»

«Te ne sei accorto solo ora?»

La luce grigia del primo mattino li trovò un po’ frastornati ma desiderosi di un caffè e di fare qualcosa.

La nera bevanda fu una sferzata di ulteriore vitalità. Anche il tempo pareva essere dalla loro parte: il cielo, quella coperta cinerea, si andava strappando qua e là, facendo squillare note di un azzurro da porcellana.

«Devi proprio tornare a casa?» chiese speranzoso Giulio C. «non puoi partire addirittura da qui, che siamo più vicini?»

«Purtroppo devo andare a prender dei documenti, delle carte, dei progetti» si giustificò Marcello «Però potresti venire tu a Rovereto con me, così partiamo direttamente da lì domattina.»

«Quanti giorni pensi di trattenerti a Tarquinia?» si informò «Sai, io devo riprendere l’università il dieci»

«Non temere, che saremo certo a casa per quella data».

Buttati alcuni cambi di biancheria e qualche altro indumento nella capiente borsa da viaggio, chiusero casa. Passarono a salutare Mara che, da un lato si sorprese nel veder partire il figlio, ma dall’altro fu felice nel vederlo più sollevato e, soprattutto, con qualche interesse che lo sollecitava di nuovo.

Il viaggio si rivelò piacevole e, stranamente, non ostacolato da ingorghi autostradali.

Marcello guidava una potente BMW, dalla struttura enorme, cosa alla quale Giulio C., da sempre amante delle veloci e sportive Alfa GT, non era abituato. Indubbiamente, non dover guidare e il confortevole sedile, contribuivano a rendere il percorso disteso.

Approfittando di un tratto di strada a velocità limitata, Marcello inserì un CD di Renato Zero che, a volume assai soft, era una colonna sonora adeguata alla circostanza.

«Che ne dici?» gli chiese Marcello, dopo qualche minuto.

«Io di musica leggera e cantautori non me ne intendo molto. Però, Zero mi sembra un buon musicista» rispose, cercando di stare nel vago.

«Quello che io apprezzo in modo particolare di lui sono la poeticità dei suoi testi e il coraggio che dimostrano».

«Coraggio?» si stupì Giulio C. «Ah! Ti riferisci all’esternazione della sua omosessualità?»

«Sì, anche, anzi, direi soprattutto quella» confermò il pilota.

Per un po’ non parlarono e la musica accompagnò ciascuno dei due amici verso lontani pensieri. Quando Giulio C. si accorse di essersi avviato per un pericoloso sentiero mentale, che già tante altre volte gli era costato amarezza e rimpianti, ritornò al presente e, quasi con noncuranza, chiese: «Marcello, e tu a donne, come sei messo?».

Volgendo lo sguardo alla sua sinistra, gli apparve evidente il sussulto dell’amico. Prontamente cercò di glissare con ironia: «Scusami, capirai ti ha parlato un vero esperto!»

«Ma via, Giulio, lasciamo perdere l’altra metà del cielo» fu la caustica risposta dell’architetto.

«Ma sì, hai ragione, pensiamo al nostro viaggio, piuttosto. Sai che la tua proposta di ospitarmi nel tuo rifugio mi ha accompagnato tutta la notte? Il sapere di avere un luogo nascosto dove rintanarmi mi entusiasma. Ma a te non serve per altri scopi… più …»

«Ma va a ramengo!» lo tacitò con un mezzo sorriso.

Chissà, non poté far a meno di pensare tra sé Giulio C., che anche lui sia in un momento critico, che sia stato lasciato? Sapeva bene, comunque, che l’amico non si era mai sposato, la qual cosa, però, non era incompatibile con qualche storia, magari finita male.

Si fermarono a pranzare in una trattoria nei pressi di Vicenza, dove si trattennero un po’ a fare i turisti, invogliati anche da un bel sole.

Quando arrivarono, l’auto si fermò davanti ad un villino dalla tipica architettura anni trenta, dalle linee razionali e dai colori puliti.

Appena entrati, Marcello accompagnò l’amico nella stanza degli ospiti, su un lato della quale era accostato un enorme letto matrimoniale in radica di noce, coetaneo senza dubbio dell’edificio.

«Questo è il bagno» gli fece strada, aprendo una porta a scomparsa.

Poi lo precedette in fondo al corridoio, dove si apriva la sua camera. Posò i bagagli e, mentre tornavano verso il salotto, Giulio C. si complimentò. «Architetto, ti sei proprio sistemato bene! È tutta tua questa valle?» chiese, indicando l’ampiezza della stanza, per intendere l’estensione della casa.

«Sì, ci vivo da solo, se è questo che intendi» rispose sbrigativo.

Decisero che avrebbero mangiato qualcosa lì, visto che ormai era quasi ora di cena.

Mentre Marcello si destreggiava in cucina, Giulio C. fece una doccia. Prima di entrare nella cabina con idromassaggio, si soffermò ad osservarsi nello specchio a tre luci, che gli rimandava un volto al quale da un po’ di tempo non dedicava alcuna cura. Aveva lasciato crescer barba e baffi e ora, sotto l’impietosa e forte luce, si stupiva del nuovo aspetto, della nuova fisionomia che quei peli, alquanto brizzolati, gli conferivano. Decise che, tutto sommato, non gli dispiaceva il nuovo look che, però, forse, avrebbe potuto migliorare con un misurato ridimensionamento della barba.

Meccanicamente, nel preparare in fretta il bagaglio, ci aveva messo dentro anche il rasoio elettrico, che pure era rimasto a riposo per parecchio tempo. Ora, però, se voleva rifilare i contorni di una barba alla spagnola, un rasoio a lama gli avrebbe fatto più comodo.

Dopo essersi lasciato massaggiare dal getto dell’acqua, rivestitosi, si presentò in cucina per chiedere all’amico: «Marcello, non è che per caso hai un rasoio a lama?» Stupito della domanda inaspettata, si voltò verso Giulio C. e a sua volta gli chiese: «Che intenzioni hai?»

«Vorrei solo darmi una sistemata al pelo incolto» rispose accarezzandosi le guance e il mento.

Rassicurato, Marcello, ritornando ai fornelli, lo informò che nell’armadietto del bagno avrebbe trovato sicuramente quanto cercava.

Infatti, aperte le ante, sugli scaffali trovò non solo rasoi e lame, ma anche creme, dopobarba e un paio di forbici.

Rimase un attimo sorpreso per quell’assortimento, ma ricordò subito la precisione e l’ospitalità pronta in ogni momento per cui Marcello era sempre stato famoso.

Era la prima volta in vita sua che si cimentava con un lavoro del genere ed era curioso di mettersi alla prova come barbiere. Ci mise un po’, ma, dopo aver riempito il lavabo di una ispida nuvola grigiastra, dovette riconoscere che il risultato non era male.

Ripulito il bagno e sentendosi rimesso a nuovo(almeno esteriormente), riapparve in cucina, mentre Marcello metteva in tavola una fumante polenta che avrebbero accompagnato con un sugo di salsiccia ai funghi, che il microonde stava scongelando.

Colto di sorpresa, si fermò con il tagliere in mano.

«Accidenti! E chi l’avrebbe detto che sotto quella pelliccia ci fosse un così affascinante personaggio! Se non fossi un vecchio amico, ti farei la corte!»

«Idiota!» fu la sola parola che venne in mente a Giulio C., prima di cacciarsi a ridere. Si accorse, però, che invece Marcello non rideva affatto.

«Non te la sarai presa, spero! Sentirmi fare una dichiarazione da te, mi ha messo di buon umore, nonostante tutto.»

«Ma non è per l’idiota, che forse mi merito…» incominciò Marcello, ma si interruppe subito.

Colto l’imbarazzo dell’amico, propose «Dai, mettiamoci a tavola, prima che la polenta diventi un blocco di cemento» «Marcello, scusa, ma c’è forse qualcosa che non so, che vorresti dirmi…» cercò di stimolarlo.

«Preferirei parlarne dopo cena, adesso ho una gran fame, se permetti» rispose sedendosi a tavola.

Accompagnarono il saporito cibo con un pinot nero dal giusto invecchiamento e si sforzarono di mantenere il dialogo su argomenti quanto mai neutri e leggeri.

«Vieni, passiamo in salotto» invitò il padrone di casa.

«Ti va un sigaro?» chiese mentre apriva una scatola di lacca cinese, dalla quale si sprigionò un forte aroma di tabacco.

«Grazie, da parecchio ho dimenticato che sapore ha un vero cubano» accettò Giulio C., rigirando tra le mani il crocchiante rotolo di tabacco.

Marcello stava già sbuffando nuvole azzurrine che si dissolvevano attorno al suo viso.

Nell’alzarsi per prendere un posacenere, apostrofò l’amico: «E allora, eccoci qua» esordì, sedendoglisi di fronte. «A quanto pare è giunto il momento della confessione»

«Senti, Marcello, guarda che io non ti ho chiesto di confessarmi proprio nulla, se non vuoi. Un amico resta tale anche se di lui non conosciamo tutto».

«No, no. Ci conosciamo da una vita ed è solo perché non ci possiamo vedere spesso, che non sappiamo tutto l’uno dell’altro. Ma sono proprio contento di quest’occasione, così inattesa, per poterci parlare senza censure».

«Hai ragione. Ti ricordi quando, poco prima della maturità, avevamo progettato di riuscire a lavorare insieme, tu come architetto, cosa che hai sempre desiderato, e io come consulente artistico? Ma poi, ecco che ognuno incontra da qualche parte il proprio destino e ci si allontana, pur mantenendo aperto un legame affettivo e spirituale.»

«E in questi anni» riprese Marcello» non ho incontrato solo il mio destino, ma ho anche capito veramente come sono, chi sono e cosa voglio.»

«Bingo!» esclamò Giulio C.» E ti pare poco?»

«No, no per niente. Infatti ora mi sento veramente bene con me stesso e con gli altri»

Date un paio di tirate al sigaro, Marcello propose un goccetto di una grappa speciale, morbida morbida che avevano distillato personalmente dei suoi amici e che lui aveva provveduto ad aromatizzare con numerosi rametti della ruta che coltivava in giardino.

Giulio C. aveva la sensazione che l’amico cercasse tutti i pretesti possibili per ritardare quanto più poteva la sua rivelazione.

«Vada per il goccetto. Grazie» accettò, mentre finiva di gustare il suo sigaro.

Forse fu proprio l’acquavite che fece trovare a Marcello le parole giuste per cominciare.

«Insomma, Giulio, è inutile che io ci giri intorno. Da alcuni anni ho scoperto, ho capito di essere omosessuale. Ah! Alla buon’ora; adesso lo sai» e si scolò d’ un fiato quanto restava nel bicchierino.

A Giulio C. il sorso di grappa che stava deglutendo andò per traverso e tossì fino a diventare cianotico, prima di ripristinare nella trachea il giusto tiraggio dell’aria.

«Non credevo che la mia confessione ti avrebbe fatto un effetto così esplosivo» commentò l’architetto.

«Scusami, ma è stata una sorpresa troppo…inaspettata» si giustificò «Capiscimi, ho avuto un attimo di defaillance» e anche lui scolò l’ultimo goccio di liquore. «Quindi era questo che ti tenevi dentro?» gli chiese.

«Già…non sapevo come l’avresti presa»

«E come dovrei prenderla? Non sei né il primo né l’ultimo, anzi, direi che sei in buona compagnia. Quanti artisti, musicisti, scrittori…» fu il primo commento di Giulio C. «Per non parlare poi della storia, del mito classico… Lo sai anche tu che per greci e romani, l’omosessualità era considerata normale nell’educazione sentimentale.»

«Sì, ma ora non siamo più in quei tempi e ti assicuro che, all’inizio, ho avuto qualche problema. Però, ad essere sinceri, il vero problema e la crisi esistenziale l’ho avuta prima di rendermi conto della mia vera natura, quando, giovane e aitante, ero circondato da belle ragazze, verso le quali, ti dirò, non nutrivo né indifferenza né odio. Anzi! Ho avuto alcune storie, finite più o meno in breve tempo, con donne splendide e intelligenti.
Era anche piacevole portarle a letto, il difficile era sentirsi sempre in sintonia con loro o viceversa, più spesso, cercare da parte loro una comprensione, una condivisione profonda di ogni esperienza, di ogni emozione.

Ti ripeto, non erano né delle bonazze stupide, né delle raffinate vogliose, erano donne…donne assolutamente in regola con tutto, anche con il quoziente d’intelligenza e dalla personalità decisa. Ci si poteva parlare di tutto, eppure…»

«Eppure» si inserì Giulio C. «ti mancava qualcosa, non sentivi pienamente soddisfatto il tuo desiderio di unione, forse».

«Eh sì, più o meno questo. Mi pareva che loro si aspettassero da me qualcosa, sempre, qualcosa… Ma anch’io avrei voluto da loro qualcosa. Ma com’è complicato da spiegare. Ecco perché si parla del mistero del sesso. Se fossimo come gli animali, quanto sarebbe più naturale, istintivo e, quindi, semplice. Invece, no, noi razza umana, abbiamo sviluppato, evoluto in tante migliaia di anni, un cervello che ci obbliga a pensarci, a capire,al quale dobbiamo render conto.»

«E adesso, allora, tutto chiarito?» volle sapere Giulio C.

«Sì, ora ho un amico, un ingegnere nucleare, che, spesso, condivide con me un po’ del suo tempo. Il materiale che hai trovato in bagno è roba sua» lo informò Marcello. «Quando ci vediamo, facciamo delle lunghissime, liberatorie chiacchierate. Con lui non ho bisogno di dimostrare sempre la mia virilità. Stiamo benissimo: a volte, amici, a volte, quasi fratelli, a volte…amanti» finì, schiacciando il sigaro nel posacenere, prima di riprendere.

«Vedi, quello che non sopporto è che per la gente comune io non sarei altro che un finocchio, un culattone come quelle checche tutte smorfie e mossettine, che, magari, nell’intimità, si travestono anche da donne e diventano delle patetiche maschere. Io non mi sento così, non vorrei mai essere una donna, né che lo fosse Andrea» terminò accalorandosi.

«Ho capito benissimo, Marcello, non importa che ti scaldi. Stai parlando con me, mica con chissà chi» cercò di tranquillizzarlo.

Buttato un occhio all’orologio, Giulio C. vide che era passata la mezzanotte, pertanto propose di andare a dormire, visto che l’indomani doveva no mettersi in viaggio presto.

Quando si ritrovò al buio, però, Giulio C. ripensò al colloquio avuto con l’amico.

«E chi l’avrebbe mai detto…Marcello» commentò tra sé. «Però, deve essere stata davvero dura riuscire a capire di essere così.»

Si rese conto, a quel punto, che esisteva tutto un mondo di cui non conosceva praticamente nulla: gli omosessuali e, comunque, anche la recente rivelazione di Marcello non cambiava affatto l’opinione che aveva dell’amico, al quale doveva, tra l’altro una infinita gratitudine per averlo aiutato ad uscire dall’abisso di depressione nel quale si stava lasciando andare.

Scivolato, per la prima volta dopo tante settimane, in un sonno veramente ristoratore, al mattino fu svegliato da un gradevole e morbido aroma di caffè.

Quando fu pronto e uscì dalla camera, trovò Marcello seduto in cucina, davanti ad una colazione completa: caffè, fette tostate, formaggi, burro, marmellate e succhi di frutta.

«Buongiorno! Te la tratti bene, complimenti!» esordì, mentre gli si sedeva di fronte.

«Buongiorno! Dormito bene?» gli chiese porgendogli una fumante tazza di caffè americano. «Sì, me la tratto bene, quando posso, il che capita di rado, purtroppo.»

La giornata si preannunciava fredda ma serena, quando si misero in viaggio alla volta di Tarquinia.

Avevano davanti tanti chilometri, ma la confidenza e l’amicizia, che ora più che mai li univa, contribuirono ad abbreviare il percorso.

Anche quando percorrevano qualche tratto in silenzio, sapevano di potersi capire, di potersi fidare reciprocamente, di non essere soli.

Arrivati nei pressi di Bologna, Giulio C. chiese: «Ti dispiace se facciamo una deviazione ed evitiamo di sfiorare Firenze?»

Non occorse che un secondo a Marcello per capire il motivo di quella richiesta, per cui propose: «No, di certo no. Possiamo uscire prima di Prato e prender per Lucca, proseguiamo fino a Livorno e poi inforchiamo l’Aurelia. Sarà un po’ lenta e incasinata, ma senza dubbio anche molto più panoramica.

Arrivarono ancora in tempo perché l’avaro sole invernale gli permettesse di apprezzare il caldo colore del cotto degli antichi palazzi. La fredda serata che seguì il tramonto non invogliava certo a stare all’aperto, comunque Marcello accompagnò volentieri l’amico fino alla piazza su cui si trovava il Museo archeologico, che il giorno dopo Giulio C. avrebbe passato al setaccio. Così, infatti, mentre l’architetto era impegnato con sindaco e assessori vari, lui poté aggirarsi per le sale del museo. Le numerose vetrine gli offrivano orgogliose i tanti reperti che per lui non avevano segreti, ma che, pure, ogni volta che li ammirava, lo sorprendevano con sensazioni e pensieri sempre nuovi. Di questo si rallegrava con se stesso: di non avere perso, nei lunghi anni di studio e attività sul campo, la capacità di osservare e scoprire sempre qualcosa di diverso.

Osservando le teste dei famosi cavalli, gli pareva di sentirne il respiro, di poter cogliere la vivacità del loro sguardo.

«E qual è il tuo compito qui?» chiese a Marcello, quando si ritrovarono per il pranzo.

«Si sta progettando un ampliamento e la ristrutturazione del Museo, per renderlo più funzionale, moderno e sicuro.» rispose con una punta di orgoglio.

«Bello!» esclamò con entusiasmo. «E hanno dato a te l’incarico?»

«Beh! C’è stata, ovviamente una gara d’appalto e il mio studio si è aggiudicato il lavoro».

«E per quanto riguarda poi la nuova sistemazione dei reperti?» s’interessò Giulio C:

«Questo, naturalmente, sarà compito del direttore, non so se d’intesa col soprintendente.

«E chi è il direttore?» si informò

«Il professor Martinelli».

«Giovanni Martinelli? Noo!» esclamò al colmo della sorpresa.

«Lo conosci?» chiese incuriosito a sua volta Marcello

«Siamo stati in un certo senso compagni di studi all’università. Non ci siamo frequentati molto, a dire il vero, ma abbiamo frequentato alcuni seminari insieme.» Spiegò all’amico, mentre gustavano una porchetta profumata di erbe selvatiche.

«Già allora si vedeva, comunque, che lui era più interessato alla politica dell’arte che all’arte vera e propria. Ad ogni modo, era uno in gamba: aveva le idee chiare e sapeva essere al tempo stesso anche un abile diplomatico, oltre che un esperto.»

«Se vuoi, domani accompagnami al museo, così ti fai una rimpatriata con il vecchio compagno.» Gli propose. Giulio C. non si lasciò sfuggire l’occasione.

Quando furono introdotti nello studio del direttore da un giovane dipendente, non fece fatica a riconoscere, nonostante una vasta calvizie, il suo coetaneo. Era, senza dubbio ingrassato, forse anche a causa del lavoro prevalentemente sedentario; tuttavia i lineamenti sottili ma decisi erano rimasti gli stessi.

Dopo aver salutato il padrone di casa, Marcello stava per presentargli l’amico che era con lui, ma Giulio C. lo precedette.

«Tra noi non c’è bisogno di presentazioni ufficiali, non è vero Martinelli?»

Lo sguardo puntuto del direttore si concentrò sul viso di Giulio C. ma si vedeva che, pur aprendo tutti i cassettini della memoria, non trovava niente che lo collegasse a quel personaggio con tanto di barba e baffi abbondantemente imbiancati.

«Chiedo scusa» si giustificò «ma pur notando qualcosa di vagamente conosciuto, non riesco ad associarvi un nome o un luogo.»

«Nemmeno se ti dico Padova, fine anni 60, università, professor Menabrea…» e stava per proseguire con altri indizi, quando il dottor Martinelli fu come folgorato: «Erneti!» esclamò «Già, sei proprio tu! Ma come potevi pretendere da uno così poco fisionomista come me, che ti riconoscesse dopo tanti anni,e, soprattutto, sotto quel pelo sul viso?!» cercò di assolversi per il mancato riconoscimento.

«Anche se ti ho visto di recente in televisione e su alcuni giornali, ora sei così cambiato! A proposito, complimenti per il tuo successo letterario. Vai alla grande!» riconobbe con sincera ammirazione.

«Grazie, detto da te, è un complimento alquanto importante» rispose.

«Del resto» proseguì Martinelli «c’era da aspettarselo da te che ti saresti elevato al di sopra di tutto, storia e leggenda, con la tua immaginazione e creatività. Ricordo ancora, ai seminari di Menabrea, quando, partendo dallo studio di oggetti e fatti che erano sotto gli occhi tutti, tu riuscivi ad elaborare ipotesi e dar voce a riflessioni cui nessuno avrebbe mai pensato. Hai sempre saputo coniugare il rigore dello storico, dell’archeologo, con la fantasia del narratore».

Lievemente imbarazzato da tali elogi, Giulio C. cercava le parole più adeguate e sincere per contraccambiare in qualche modo. Fu lo stesso Martinelli che lo tolse dall’imbarazzo, rivolgendosi a Marcello: «Architetto, se non le dispiace, vorrei che discutessimo subito dei lavori, perché tra non molto» e diede una fugace occhiata al Rolex Cellini che aveva al polso «dovrei recarmi in campagna, in una nuova zona di scavi».

Quell’ultima parola riaccese una spia che catalizzò l’attenzione di Giulio C.

«State portando alla luce qualcosa?» si informò ansioso.

«Abbiamo appena sottratto ai tombaroli una sepoltura del V secolo.» Fu la pronta risposta del direttore. «Anzi, guarda un po’ che felice circostanza, venite a vedere anche voi. Tu, Erneti, penso sarai felice di discender nell’oltretomba etrusco, dopo tanto tempo!»

«Non immagini quanto!» rispose con partecipata emozione. «Anzi, vi lascio subito alle vostre scartoffie burocratiche, così poi ci rechiamo sul sito.»

Poco più di un paio di ore dopo, seguivano con la loro l’auto di Martinelli, che affrontava con disinvoltura le curve di uno sterrato,che aggirava il colle di Monterozzi.

«Mi pare che ci stiamo allontanando dalla necropoli vera e propria» commentò Giulio C. proprio mentre si accingevano a fermarsi in una zona recintata nella quale ferveva una certa attività.

Scesi dalla macchina, il direttore fece loro strada. Arrivarono sull’orlo di una vasta fossa, nella quale erano al lavoro alcuni giovani.

«Guarda, Erneti!» lo invitò «siamo arrivati appena in tempo, qualche settimana fa, per sorprendere due tombaroli che avevano saggiato la cavità della tomba e si apprestavano a scavarla e depredarla.»

Muniti di alcune lampade, scesero nell’ipogeo.

L’odore tipico della terra, del tufo e del chiuso che per tanti secoli avevano custodito il riposo di antiche anime, ridestò in Giulio C. nostalgici ricordi di gioventù. E riprovò ancora la sorpresa con cui aveva ammirato le decorazioni di un cratere attico di V secolo che lui stesso aveva recuperato e pulito. Gli pareva di vedere ancora le scene dei banchetti di cui quel magnifico esemplare doveva essere stato protagonista. Data la raffinatezza delle decorazioni, di una precisione ed eleganza non comuni, senza dubbio era appartenuto ad una ricca famiglia, cosa, del resto, testimoniata anche dalla grande dimensione della tomba e dal ricchissimo corredo funerario.

«Allora, Martinelli», lo apostrofò Giulio C. «con tutto quello che avete trovato, avrete bisogno di ulteriori ampliamenti del museo, o no?»

«Assolutamente» confermò il direttore, mentre sostavano nella prima camera, anche per abituarsi all’oscurità, solo sciabolata dai fasci di luce delle lampade. «Però, credimi» proseguì voltandosi verso di lui a sbarrargli il passo «il bello, lo stupefacente è ancora qui»

«Cosa intendi dire?» lo sollecitò curioso Giulio C.

«Preparati ad una scena sconvolgente» lo mise in guardia, mentre lo precedeva con la luce per offrirgli una visione adeguata delle pareti.

Non appena anche Giulio C. fu entrato, si sentì mozzare il fiato: sulla parete di fronte a lui campeggiava una figura terrificante, un demone che aveva conservato tutto il vigore e l’impatto cromatico di un rosso fiammeggiante.

Quasi impossibilitato ad esprimere qualunque impressione, restò attonito di fronte a quella visione, mentre Marcello, che era rimasto sempre un passo dietro a loro, non poté trattenere un: «Cazzo! Che meraviglia!», poi, resosi conto della sua eccessività espressiva: «Scusate» ammise «ma non sono cose che vedo tutti i giorni !»

Istintivamente, Giulio C. si avvicinò al dipinto: gli occhi di quel demone, ora, sotto l’effetto delle varie luci, parevano riprendere vita, aggredendo quegli intrusi che osavano dissacrare, con la loro presenza curiosa e indagatrice, un luogo che non gli apparteneva.

«Che intorno agli occhi avea di fiamme rote» recitò come in trance.

«Come dici?» chiese Marcello, scuotendosi dal timore estatico che lo aveva colto.

«Dante? Come c’entra?» chiese

«Già» gli rispose Giulio C. «Dante, così descrive Caronte, il traghettatore infernale.»

«Complimenti, Erneti» intervenne pronto Martinelli «Anch’io ho subito pensato al suo omologo etrusco Charu».

«Mi stupisce la vivacità, la modernità quasi fumettistica di queste figure» proseguì Giulio C. «Non ha niente a che spartire con la classicità, diciamo, delle altre tombe della necropoli vicina. Questo è senza dubbio l’opera di un pittore locale, espressione di un’arte solamente etrusca, che non guarda certo alle pitture attiche.»

«Già» confermò Martinelli. «La cosa che più ci ha stupito, è proprio questa differenza radicale di gusto e di stile. D’altronde, la tomba è abbastanza lontana dalle altre più celebri e che si trovano in un’area più raccolta e definita.»

«È la prima con queste caratteristiche in questa zona?» volle sapere l’archeologo che si sentiva sempre più attratto da quella scoperta.

«Sì. E questo ci fa sperare e pensare che non sia, però, la sola e unica, potrebbe esserci una nuova necropoli» rispose il direttore non celando una orgogliosa speranza.

Giulio C. continuava ad illuminare e osservare nei dettagli quella figura che si stagliava in una posa di feroce aggressività apotropaica, protendendosi verso una zona in cui dovevano trovarsi altre figure che, però, sfortunatamente, secolari infiltrazioni avevano reso quasi illeggibili.

Ai lati di quel demone, invece, risaltavano due enormi draghi che, arrotolando i loro corpi, creavano ruote di un verde smeraldino e le cui lunghe creste fiammeggianti contribuivano a renderli ancora più spaventosi e tremendi.

Mentre Giulio C. e Marcello continuavano ad ammirare quelle millenarie immagini, Martinelli si mise a parlare con i suoi collaboratori che avevano, fino a quel momento, sorvegliato e coordinato i lavori di alcuni scavatori.

Alla fine, riemersi da quella remota profondità, furono investiti da una folata di vento che, per poco, non li respinse nell’avello.

Stavano per arrivare ai saluti, quando il direttore li trattenne: «Che ne direste di pranzare insieme? L’assicuro, architetto, che Tarquinia non offre solo queste visioni d’oltretomba, ma sa glorificare anche i palati più esigenti.»

«È vero» intervenne Giulio C. «ricordo che, tanti anni fa, da queste parti c’era una trattoria, molto alla buona, ma molto ben frequentata, perché faceva una cucina da far invidia alle più numerose stelle della guida Michelin.»

«Mi fido di voi, allora!» si rallegrò Marcello

«Se volete seguirmi… non è lontano. Però, dopo, ci andiamo a prendere il caffè a casa mia. Sono curioso di vedere l’effetto che farà a mia moglie, vedermi arrivare con un amico di vecchia data e così famoso,che ancora non le avevo presentato» li informò, accingendosi a telefonare a casa.

Il pranzo fu davvero memorabile: i piatti, a base di funghi e tartufi, li riempirono di sapori forti, intensi come le emozioni provate al mattino nella tomba.

Erano passate le tre, quando, al seguito della berlina del direttore, si fermarono davanti a un cancello che il telecomando di Martinelli fece schiudere, rivelando una prospettiva che ben poteva figurare sulle pagine di riviste specializzate. La casa era stata, nei secoli passati, un casale che, sapienti mani di restauratori avevano ristrutturato, senza tuttavia alterarne lo spirito.

I mattoni erano stati ripuliti e il colore del cotto si sposava gradevolmente con le severe punte verde scuro di un doppio filare di cipressi. La costruzione era stata ingentilita, nel corso del tempo, dall’aggiunta di una torretta che affiancava il corpo della casa, raccordando visi con un loggiato dalle proporzioni perfette.
Tra le colonne che lo sostenevano erano stati sistemati degli enormi orci di Montelupo, che solo il rigore invernale aveva privato del colore di piante fiorite.

Un paio di anfore, che, sicuramente, avevano viaggiato nella stiva di qualche nave oneraria, era ancorato ai lati della grande porta a vetri, al di là delle ante in legno del colore dei cipressi.

Mentre il padrone di casa stava per aprirla, la porta fu spalancata dalla mano decisa della moglie, che li accolse sorridendo.

«Cara, permetti che ti presenti…» esordì Martinelli, subito interrotto dalla vivace esclamazione della signora:

«Ma che piacere, professor Erneti, fare la sua conoscenza!»

Mentre l’archeologo, ricambiandone il sorriso, porgeva la mano alla padrona di casa, Martinelli li guardò stupito e con un’aria così esplicitamente interrogativa, che la moglie fu obbligata a spiegargli: «Ma, Giovanni, come puoi pensare che una appassionata lettrice di romanzi storici come me, non conosca uno dei nostri più brillanti scrittori e non solo…Prego, accomodatevi» li invitò, precedendoli nell’ampio salone che attirò subito l’attenzione professionale di Marcello. «Il nostro architetto sta bene?» lo accolse con aria compita e un po’ più formale.

«Non avrei mai immaginato che tu conoscessi l’autore di libri che mi hanno tanto appassionata» confessò al marito, mentre si accomodavano sui soffici cuscini di poltrone dal design sicuramente di grande firma.

«Anzi!» rispose lui con una punta di orgoglio «Pensa che siamo stati compagni all’università. Però io, questa mattina, ho fatto una figura meschina, quando non l’ho riconosciuto al primo sguardo!» confessò.

Come in risposta ad un tacito richiamo, comparve una giovane domestica con un vassoio recante il caffè.

Giulio C. si alzò, per ricevere dalle mani della signora la sua tazza e, nel farlo, sentì le dita di lei sfiorargli la mano, con un gesto tutt’altro che casuale.

«Come dev’essere esaltante riuscire a creare personaggi così realistici e complessi! Ho notato, mi corregga se sbaglio, che nella descrizione delle figure femminili, lei dimostra una partecipazione emotiva così…così coinvolgente che sembra quasi stia parlando di donne realmente conosciute e amate» lo interrogò, sedendogli accanto. «Non sarà gelosa la sua signora?» chiese poi con aria scopertamente maliziosa.

A quelle parole, Marcello si sentì turbato per l’amico, al quale venne prontamente in soccorso: «Si sa che agli artisti e ai geni è lecito tutto.»

«Beh! Diciamo che tra me e mia moglie, ora c’è la più completa autonomia» confermò l’interpellato.

Proprio in quel momento, al direttore venne in mente qualche precisazione sui lavori da chiedere all’architetto, la qual cosa, per un momento distolse l’attenzione di tutti da Giulio C.

E proprio per continuare a sviare il discorso, Marcello si complimentò poi con la padrona di casa per il buon gusto con cui aveva saputo arredare quegli spazi così impegnativi.

E mentre la signora Augusta rispondeva con malcelato orgoglio, spiegando che, in realtà, per arrivare ad un simile risultato, aveva dovuto faticare alquanto, perché le pareva che niente la soddisfacesse, Giulio C., pur scambiando qualche ricordo del periodo degli studi e fingendo di interessarsi alla carriera del direttore, in realtà rifletteva e osservava l’atteggiamento affettato della moglie.

L’abito verde scuro era stato certo scelto apposta per valorizzare il rosso tiziano dei capelli che non dovevano aver lasciato da molto tempo le mani del parrucchiere. Le morbide onde che incorniciavano il viso danzavano compici di ogni pur lieve movimento del capo.

Il trucco leggero e sfumato, non aveva una sbavatura. Al gesticolare delle mani, corrispondevano gli sprazzi iridescenti delle gemme dei diversi anelli che ornavano le dita lunghe e affusolate, dalle unghie perfettamente laccate.

«Comunque, alla lontananza fisica non si è accompagnata quella intellettuale. Non è così, professor Erneti?» si sentì sollecitato a rispondere, dopo una parentesi di assenza.

«Sì, anche se per strade diverse, siamo entrambi legati al passato, anzi, facciamo del passato il nostro presente» rispose ancora un po’ svanito.

«È davvero un bel modo di definire le vostre professioni.» Lo complimentò. Mentre Augusta gli posava una mano sul braccio, Giulio C. poté sentire il calore che la stretta di lei gli comunicava.

«Qualcuno gradisce una sigaretta?» chiese, allungandosi per aprire una scatola di tartaruga sul tavolino.

«Grazie» rispose, accettando, turbato dal contatto, sicuramente voluto delle gambe di lei contro le sue.
Mentre le nuvole di fumo si disperdevano intorno a lui, cominciò a sentirsi a disagio, soprattutto quando si accorse degli sguardi d’intesa che passavano tra marito e moglie.

Non appena anche il direttore e Marcello ebbero spento le loro sigarette, adducendo la giustificazione dell’ora ormai serotina, fece capire all’amico che era il caso di togliere le tende.

Mentre Marcello e Martinelli si accordavano per un prossimo incontro, Augusta scomparve un momento, per tornare, poco dopo, con un libro: era “Nella terra degli Dei”.

«Mi scusi, professore» lo bloccò quasi sulla porta, prendendogli la mano «non posso certo farla andar via senza che mi abbia lasciato almeno la sua firma sul suo ultimo lavoro» gli disse, porgendogli il volume e una penna.

«Con piacere» accettò Giulio C., che non vedeva l’ora di allontanarsi da quella casa. Scrisse velocemente “Ad una Augusta signora” e siglò con uno svolazzo la prima pagina della sua opera.

Quando i due amici si ritrovarono, finalmente, soli in auto, a Marcello non sfuggì il suo respiro quasi di sollievo. «Cominciavo a sentirmi assediato» gli confessò

«Hai fatto proprio colpo, Giulio. Complimenti!» commentò l’amico con sarcasmo.

«Per favore, non mi prendere per il culo» rispose, senza rendersi conto dell’involontaria e inappropriata allusione della battuta.

«Non posso dire che gli approcci della madama non abbiano gratificato la mia virilità, ma nello stesso tempo mi infastidiva sentirmi come una preda braccata. E poi, dai, sotto gli occhi del marito!» sbottò Giulio C. «Guarda qui, cosa mi ha lasciato» e mostrò un foglietto di carta con un numero, evidentemente di cellulare.

«Ma allora, è una cosa che avrà un seguito!» tentò di profetizzare, mentre metteva in moto.

«Ma stai scherzando, vero?» lo rimbeccò immediatamente «D’accordo che Martinelli non sia uno dei miei più intimi amici, ma una tresca con la moglie è l’ultima cosa che mi verrebbe in mente.

Tu sai che non sono mai stato uno che si butta sulle donne, ma neanche essere così scopertamente concupito…»

«E già» rifletté a voce alta Marcello» tu non conosci la signora Augusta Ferranti Pozza»

«Ferranti Pozza?» chiese incuriosito «Quel Ferranti Pozza?»

«Certo, proprio il banchiere che negli anni 70 passava per uno dei personaggi in vista nel mondo della finanza e della politica, visto gli agganci su cui poteva contare, logicamente ricambiato.

«Ah!» esclamò colpito Giulio C. «Si è attaccato in alto, il nostro direttore!»

«Beh! Ci ha provato. Perché quando ha adocchiato la fanciulla, il periodo d’oro era ormai alla fine. Poco dopo le nozze, infatti, ci fu una serie di casini, non mai troppo chiariti, per cui il banchiere dovette cercare di starsene alquanto defilato e rischiò anche la galera.

Ad ogni modo, il tuo amico si ritrovò, non si sa bene come, dall’oggi al domani, direttore del museo.»

«Vuoi dire, allora, che il matrimonio sia stato più un affare di interesse?»

«Certamente è stato un bel colpo per entrambi. La signora era allora una signorina alquanto chiacchierata, come si diceva, e, nell’ambiente, nonostante tutto, molti se la spassavano per un po’ con il bel bocconcino, ma non ne avrebbero voluto fare indigestione. Quando comparve Martinelli, tipo prestante e che in società sapeva starci, al vecchio Ferranti Pozza non parve vero poter accasare la figlia con una persona “pulita”, se capisci cosa intendo….»

«Certo, certo» rispose pronto Giulio C. «Quindi, in pratica, fu un sodalizio quello che sottoscrissero: a lui un suocero così faceva molto comodo, e a lei serviva un marito da esibire con orgoglio.»

«Però, scusa» chiese Giulio C. «non mi pare che la carriera di Martinelli sia stata poi così esaltante. In fin dei conti è direttore di un museo di una cittadina di provincia.»

«Apparentemente, ma è solo la facciata. Dietro ci sono contatti politici, appalti e sovvenzioni per il suo museo. Diamo anche onore al merito, il direttore si dà un gran daffare non solo per il suo prestigio personale. In tutto ciò, ne trae un beneficio anche l’istituzione e, di conseguenza il paese.

Tutto sommato, Martinelli ha una qualche ambizione, ma vuole anche avere il tempo di godersi quello che ha. Non hai visto che casa? Forse più ambiziosa sarebbe la moglie, che lo sprona continuamente a darsi da fare.»

«Per questo del da fare mi sembra se ne dia molto anche lei» sottolineò Giulio C.

«Nonostante la tua sorpresa, si dice che la signora abbia preteso carta bianca, per quanto riguarda la sua vita privata e lui sa che se, a volte, lei si prende qualche… “vacanza”, anche questo fa parte del gioco. Sembra, anzi, che tutto ciò vivacizzi il loro menage».

«E tu, come fai a sapere tutti questi pettegolezzi?» chiese, notevolmente incuriosito all’amico, che stava parcheggiando nel cortile dell’albergo.

«È un po’ che frequento la zona di Tarquinia, per motivi di lavoro e c’è sempre chi ama diffondere le notizie un po’ piccanti che riguardano i concittadini più in vista.

Il giorno dopo,andarono a curiosare tra le strette viuzze del quartiere medievale di Viterbo. In quel periodo dell’anno i turisti non erano certo molti e così i due amici poterono tranquillamente soffermarsi, vento permettendo, per alzare lo sguardo sulle torri, le bifore e gli archi che ornavano i duecenteschi palazzi.

E dalla vita quasi sospesa, appartata in un angolo di superstite medioevo, si catapultarono sul dinamico nastro dell’autostrada per tornare.

«E ora, cosa farai?» chiese Marcello

«Cosa vuoi che faccia?» rispose quasi con rassegnazione «Riprenderò l’università e cercherò di mettere a fuoco qualche argomento su cui scrivere un libro».

«Anzi» proseguì, dopo una breve pausa «mi piacerebbe cominciare a lavorare al progetto che ti accennavo, per cui verrò a chiederti le chiavi del tuo paradiso privato.»

«Quando vorrai.

«E niente di più attivo?» insistette l’amico.

«Attivo, come?»

«Ho visto con che avidità guardavi le immagini della tomba di Tarquinia. Sei sicuro che non ti piacerebbe andare alla scoperta di qualcosa?»

«Riprendere a scavare?» chiese, contemporaneamente a se stesso e a Marcello. «Perché no?» riconobbe «ma vorrei qualcosa di completamente nuovo, vorrei uscire dalle nostre grandi civiltà. Mah! Vedremo» concluse poi, voltandosi per seguire dal finestrino le immagini di alcune colline che sfumavano nell’orizzonte al tramonto.