Ma, come spesso succede, il suo destino doveva portarlo in ben altre direzioni.

Troppo distratto mentalmente per continuare a tenere le sue lezioni universitarie, si prese un riposo sabbatico e viaggiò, per allontanarsi dal suo ieri, per fuggire da quei sussulti del cuore che lo tramortivano, quando un’immagine gli riproponeva memorie ancora troppo brucianti.

Tra un viaggio in Sud America e uno in Cina, fece ritorno a casa, per qualche settimana, con grande gioia di Mara, che se lo coccolò con le sue prelibatezze gastronomiche.

Una sera, mentre rimetteva un po’ d’ordine nei suoi ricordi di viaggio al computer, squillò il telefono.

«Ti trovo, finalmente, giramondo!» lo apostrofò Marcello.

«Ehilà! Come stai?» rispose, felice di risentire l’amico, dopo una lunga assenza di notizie.

Dopo essersi reciprocamente informati sulle ultime novità, Marcello gli espose il motivo principale che lo aveva spinto a chiamarlo.

«Ti ricordi che quando andammo a Tarquinia ti parlai di Andrea?»

«Certo, l’ingegnere nucleare» assentì pronto.

«Esatto. Non ti ho detto, però, che ha un fratello minore, Fabio, un tipo in gamba, un giovane con dei solidi attributi» ironizzò. «Ha fatto studi scientifici, ma ora, mentre si sta laureando in ingegneria con indirizzo astronomico, ha scoperto una passione irrefrenabile per l’archeologia, anche se diventerà un astronomo».

«Cosa vorrebbe, farmi l’oroscopo?» scherzò Giulio C., equivocando volutamente la materia, non riuscendo a capire perché veniva contattato proprio lui.

«Ma dai, non dire fesserie, mona» lo zittì Marcello. «Vorrebbe cercare di unire ambiti così lontani e, almeno a prima vista, inconciliabili, come la storia, l’archeologia e l’astronomia.».

Giulio C. restò un momento bloccato da una sorpresa totale.

«Ci sei? Pronto?» lo sollecitò l’amico.

«Sì, sì, lasciami pensare un momento» lo rassicurò. «Certo, sono campi molto… come dire, forse non facilmente conciliabili».

«Senti, perché non fai un salto qui a trovarmi: Andrea e suo fratello sono qui, così potete parlarvi e vedrai che un terreno comune finirete per trovarlo», lo invitò.

«Ma, scusa, e a cosa gli servo io? Cosa vuole esattamente? Io non so proprio come…»

«Non preoccuparti» lo tranquillizzò l’architetto «Lui ha già una mezza idea, ma vorrebbe un consiglio da qualcuno che di storia ne sa più di lui»

«Senti, ti va bene se arrivo dopodomani?»

«Perfetto. A presto, allora».si congedò Marcello «E grazie»

«Ma figurati, sarà un piacere».

Giulio C. pensava che, effettivamente, sarebbe stato un piacere veder l’amico, raccontare dei luoghi lontani che aveva interiorizzato, delle tante esperienze vissute in quei mesi. Al contrario, non era entusiasta dell’incontro con quel quasi laureato che chissà quante idiozie aveva accumulato nel pur piccolo spazio tra le sopracciglia e i capelli.

Più si avvicinava alla casa dell’amico, più avrebbe voluto che quella conoscenza si fosse già concretizzata e, dopo i convenevoli di rito, senza sembrare troppo scortese, fosse magari già sulla via del ritorno.

Invece… dopo lo scambio di alcune riflessioni e diverse battute di una conversazione spontanea, piacevole e brillante, sentì di doversi nettamente ricredere: il ragazzo sapeva il fatto suo, aveva davvero una cultura e una preparazione non comuni, accompagnate da un tratto umano franco e da un sorriso accattivante.

Alto e slanciato, aveva l’aspetto del vero “bravo ragazzo”, del primo della classe, ma di quel genere quanto mai raro di quelli che non se la tirano per niente, anzi, chiedono quasi scusa per essere belli, intelligenti e sempre all’altezza della situazione.

Durante la cena si complimentò con Fabio per le sue notevoli doti naturali e per la sua cultura, solida e vasta.

«Professor Erneti» lo ricambiò «non può creder quanto le sue parole mi gratifichino e mi spronino a proseguire. Vede» continuò, non riuscendo a nascondere una certa emozione «io la ammiro dai suoi primi romanzi e per me lei è un maestro difficilmente eguagliabile. Le sue trasmissioni, poi, mi tengono attaccato al televisore, come una calamita.»

«Adesso tocca a me sentirmi in imbarazzo» sentenziò
Giulio C.

«Ma perché non la piantate con tutte queste sbrodolate reciproche?» intervenne Marcello

E Andrea rincarò: «Va bene, siete due grandi e allora, perché non facciamo 1 a 1 e palla al centro?»

Tra una risata collettiva e un brindisi la conversazione proseguì nell’interesse generale, fin quando gli argomenti si fecero più specifici, tendenti a sondare i reciproci interessi dei due studiosi.

A quel punto, Marcello e Andrea dichiararono che per loro era giunta l’ora del coprifuoco.

«Ma che ora è, davvero è già così tardi?» chiese stupito Giulio C.

«No, sono appena le tre, ma…» cominciò il padrone di casa

«Accidenti! Non credevo!» Si meravigliò.

«Ma non c’è problema. Se volete, adesso ce ne andiamo tutti a dormire e domattina…»

«Domattina» proseguì Giulio C. «se a Fabio va bene, ce ne andiamo da me, così proseguiamo i nostri discorsi».

«Sarà un enorme piacere, professore!» accettò con palese entusiasmo.

«A patto, però, che la smettiamo con i vari professore e deferenze varie. Non facciamo prima a darci del tu?»

«Felicissimo, grazie»

I giorni trascorsi con Fabio furono per Giulio C. una sferzata di vitalità e nuovo entusiasmo. Non gli pareva vero aver conosciuto uno che, per età, avrebbe potuto essergli figlio, ma col quale poteva parlare e disquisire quasi da pari a pari.

Gli piaceva lasciarsi trascinare da quel vigore, da quella forza vitale e creativa che Fabio gli comunicava. Alcune idee del giovane lo stuzzicarono e gli misero il fuoco nel cervello.

Quando Fabio se ne andò, Giulio C. continuò a pensare, a macinare idee, ipotesi di lavoro.

Nei mesi seguenti, si scambiarono parecchie visite e insieme andarono a scartabellare archivi, musei, biblioteche.

E così arrivarono a concretizzare una bozza di programma: un ciclo di trasmissioni di archeoastronomia. In ogni puntata avrebbero esaminato la volta celeste, presente in un determinato sito archeologico in una certa data. Fabio avrebbe analizzato il cielo, pianeti, costellazioni, con qualche ammiccante escursione astrologica, mentre Giulio C. avrebbe illustrato il lato più strettamente storico della vicenda.

Certo, non sarebbero state cose proprio per tutti i palati, ma le doti divulgative dei due autori avrebbero senz’altro reso digeribili molti concetti.

Una volta puntualizzati alcuni dettagli e, soprattutto, dopo aver festeggiato il 110 e lode della laurea di Fabio, partirono decisi per sottoporre il loro progetto al network per il quale lavorava Giulio C.

Seguirono incontri con dirigenti, con il C.d.A., furono necessarie alcune limatine e qualche ritocco, ma, alla fine, ottennero l’ok.

Così, inizialmente in seconda serata, andò in onda nel gennaio 1995, la prima puntata de “La cintura di Orione”.

L’indice di ascolto non fu molto alto, ma in compenso arrivarono molte testimonianze di telespettatori entusiasti: finalmente un programma al di sopra delle solite spazzature televisive; complimenti ai curatori e a chi aveva creduto in quel tipo di trasmissione; originale l’impostazione e suggestiva la scenografia ecc. ecc.

Col procedere delle puntate, il target si andò allargando con grande soddisfazione di Fabio e Giulio C.

Mara, che cercava di seguire la produzione televisiva del figlio, spesso si sentiva spaesata di fronte a quelle dotte disquisizioni.

«Ma come fasstu a saver tute ste robe?» si stupiva

«Mamma, non avrò studiato tanti anni per niente, vero?» faceva il modesto «e poi Fabio ci mette molto del suo, sai?» concludeva, rallegrandosi per aver incontrato un ragazzo così intellettualmente dotato.

Visto il successo della trasmissione, dopo il primo anno di programmazione e una sosta per la versione estiva del palinsesto, “La cintura di Orione” riprese in prima serata.

Gli impegni televisivi, tuttavia, non impedivano a Giulio C. di seguire anche altre attività: aveva ripreso l’università, aveva partecipato a scavi in luoghi remoti dell’Asia e dell’Africa e in siti più domestici, qua e là per l’Italia, curava rubriche su riviste specialistiche e veniva maturando un nuovo romanzo che, come una malattia, ogni tanto, si riacutizzava e lo portava a passare giornate intere al computer. L’idea gli era venuta dopo che, nel 1994, in uno scavo ai limiti di Valle Garzetta, una delle valli deltizie del Po, che avevano visto fiorire la civiltà etrusca di Spina, aveva riportato alla luce uno splendido corredo funebre, comprendente, tra gli altri, svariati piatti da pesce. Le rappresentazioni della fauna ittica non erano certo una novità, visto che al Museo Archeologico di Ferrara se ne conservavano numerosi esemplari, ma quello che li rendeva unici era la presenza dell’anguilla. Questo tipo particolare di pesce era molto conosciuto e apprezzato anche in epoca etrusca ma, stranamente, nessun pittore, né di ceramica attica, né di quella locale, aveva mai pensato di rappresentarlo.

Essendo, quindi, un unicum, alla cosa fu dato un certo rilievo nell’ambiente, tanto che, nel giugno 1997, proprio nelle sale del museo ferrarese, si era inaugurata una mostra su
“Il pesce degli Etruschi: di Spina in spina”. Il catalogo relativo fu presentato nel corso di un incontro che Giulio C. fu chiamato, ovviamente, a presiedere.

La rappresentazione dello sfuggente pesce era di un realismo e di una finezza eccellenti. Spesso la accompagnavano esemplari di pescatrice ed altri più comuni pesci dell’Adriatico, sempre delineati con una precisione quasi scientifica, tanto che ormai si parlava di un “pittore dell’anguilla”.

Negli anni precedenti, aveva avuto modo di conoscere, proprio a Ferrara, il soprintendente dei beni archeologici dell’Emilia-Romagna, Ludovico Bennati, un personaggio col quale si trovò subito in sintonia.

Contrariamente a Giovanni Martinelli, Bennati era il classico studioso, lontano dai bizantinismi della politica e, se era arrivato a quell’incarico, lo doveva solo alle sue grandi capacità, alla cultura che si era fatto, non pensando quasi ad altro. Anche fisicamente non era certo l’azzimato manager: sembrava più l’Einstein della celebre fotografia linguacciuta. La sua intelligenza, però, era inversamente proporzionale alla cura che dedicava all’abbigliamento.

Aveva fatto molto piacere a Giulio C. incontrarlo, qualche tempo dopo, un giorno a Bologna, nelle sale dell’Archiginnasio, in occasione di una mostra su dei reperti di epoca romana emersi durante uno scavo.

«Che piacere, Erneti! Se mi avesse detto che intendeva venire a vedere la mostra, l’avrei aspettata.» gli aveva detto con entusiasmo, andandogli incontro.

«Grazie, Bennati! Ma non sapevo neanche io quando avrei trovato il tempo per farlo.» Era stata la sua risposta, unita ad una calorosa stretta di mano.

«Si vede proprio che non siamo più dei ventenni!» aveva osservato il soprintendente con un pizzico di malinconica rassegnazione. «Se fossimo giovani, saremmo passati immediatamente ad un confidenziale tu».

«E chi ci impedisce di farlo da ora in poi?» chiese Giulio C., sentendo aumentare la simpatia per quel personaggio in jeans e giacca alquanto stazzonata.

La giornata si concluse con una cena a due in una trattoria della vecchia Bologna.

Tra un tortellino e l’altro, ebbe conferma, chiacchierando piacevolmente, della profonda conoscenza di Bennati del mondo etrusco. Anche per lui quel popolo, pur ancora così nebbioso per tanti aspetti, era sempre stato un argomento stimolante e, in qualche piega del suo cervello, giaceva il desiderio di dedicarvisi con uno studio particolareggiato.
Si può dire che “La Padania Etrusca”, saggio a quattro mani, di Ludovico Bennati e Giulio C. Erneti, fu impostato proprio sulla tovaglia a riquadri bianchi e rossi di quella trattoria ma fu messa nero su bianco nella casetta sperduta tra i monti che Marcello prestò con grande piacere all’amico.

L’opera fu particolarmente apprezzata nell’ambiente degli studiosi, in quanto univa all’approfondita analisi di tutti i ritrovamenti padani dall’età villanoviana in poi, la facilità di lettura e la chiarezza dell’esposizione cronologica del popolamento da parte degli etruschi.

L’uscita del saggio nelle librerie, proprio a ridosso della stagione estiva, si doveva rivelare quanto mai determinante per il futuro di Giulio C e per il suo incontro con René Montreaux. Docente emerito di storia medievale alla Sorbona, Montreaux amava trascorrere quasi ogni anno almeno una parte delle sue vacanze in Italia, alternando soggiorni in luoghi di villeggiatura a puntate culturali nelle tante città d’arte o in piccoli centri dall’illustre passato.

Quell’anno, dopo essere stato in luglio sulle Dolomiti, aveva voluto fermarsi a Venezia. Nonostante i quasi ottant’anni, il professor Montreax aveva ancora un fisico scattante e asciutto che gli permetteva di camminare con passo spedito anche per lunghi tragitti.

Dopo la morte della moglie, non avendo avuto figli, aveva dedicato tutto il suo tempo all’università, sprofondandosi in studi, ricerche, senza trascurare i rapporti con i suoi studenti. Amava, anzi, riceverli spesso e intrattenersi con quelli più motivati e sensibili a certe problematiche, con quelli che consideravano lo studio un piacere, un privilegio di cui mai troppo ci si saziava.

Arrivato ormai in là con gli anni, la sua fama era diventata un onore anche per chi poteva dire di essere stato suo allievo. Il carattere piuttosto anticonformista e la scarsa propensione al compromesso, gli avevano, però, procurato anche numerosi detrattori, che lui considerava immancabili, come le pulci per un cane.

Aveva pure pubblicato numerosi saggi che, tra gli addetti ai lavori, erano considerati un caposaldo fondamentale sui vari aspetti della società francese dell’alto medioevo.

Da francese purosangue, non poteva non appassionarsi alla figura di Vercingetorige e, spesso, amava definirsi un gallo, alludendo al passato della sua stirpe. Tuttavia, riconosceva che, se Roma aveva avuto ragione degli indomiti guerrieri galli, ciò significava che la capacità organizzativa delle sue legioni, le sue leggi, la ponevano su un piano superiore. Anche per questo, forse, si sentiva attratto dall’Italia con una sorta di amore e odio, o, forse più che odio, invidia.

Spesso, infatti, amava ripetere che, se generalmente, i francesi ostentano una snobbante superiorità nei confronti dei cugini italiani, lo fanno perché, in realtà, sotto sotto, si sentono inferiori. Quando esternava queste sue opinioni, erano parecchi quelli che, nell’ambiente dell’ateneo parigino e non solo, storcevano il naso e scuotevano il capo infastiditi.

«È vero, noi abbiamo avuto l’Illuminismo, la Rivoluzione, Napoleone, ma prima c’è stata Roma con i suoi Cesare, Augusto e i grandi imperatori filosofi Adriano e Marc’Aurelio» riconosceva, suscitando non poche contestazioni tra i suoi interlocutori d’oltralpe.

Uscito da Palazzo Grassi, aveva avuto voglia di passeggiare e si era diretto verso San Marco, lasciandosi catturare da alcune vetrine di antiquari e librerie.

Gli piaceva osservare se, tra i libri italiani, ci fosse qualcosa a lui familiare e così decise di entrare a curiosare un po’ tra gli scaffali della Toletta.

Fu così che gli capitò tra le mani “Padania Etrusca”. Ormai l’italiano per lui era quasi una seconda lingua, fu quindi naturale acquistarne una copia.

Le pagine di Bennati ed Erneti gli tennero compagnia quella sera in albergo e il mattino dopo si svegliò con il desiderio di conoscere di persona gli autori.

Finita la lettura del libro, era conclusa anche la sua vacanza italiana. Raramente gli era capitato di essere ansioso di prendere l’aereo, mezzo che lo metteva sempre un po’ in agitazione e argomento sul quale più volte aveva discusso con la moglie che, al contrario, amava provare quel vago senso di spaesamento e vertigine che accompagna spesso il decollo. Ma questa volta, invece, non vedeva l’ora di essere nel suo studio a Parigi, per contattare la casa editrice italiana e saperne di più sui due studiosi.

Attraverso internet aveva avuto parecchie informazioni biografiche su di loro, ma l’età non più verdeggiante, gli faceva preferire sempre il contatto umano diretto, che riteneva insostituibile per instaurare un rapporto interpersonale di lavoro.

Una piovosa giornata autunnale che era appena iniziata con un grigiore penetrante, si annunciò in casa Erneti con una telefonata.

Il nome Montreax non gli era certo sconosciuto, ma mai avrebbe pensato di essere chiamato da colui che era noto per essere uno dei massimi medievisti.

Superati i convenevoli di rito, lo studioso francese gli spiegò che l’ultimo suo saggio sugli etruschi gli aveva procurato un irrefrenabile attacco di rabbia.

«La sua scrittura, Erneti, è così densa ma piacevole, che, sinceramente, vorrei io riuscire ad essere altrettanto lineare e godibile», gli spiegò, non senza qualche fatica nell’ammettere quello che considerava un suo limite: non sapersi liberare dal tono altisonante di una lingua dotta e a volte un po’ arcaicizzante.

«Lei mi fa troppo onore, professore» rispose un po’ imbarazzato, mentre la sua naturale modestia lo spingeva ad aggiungere «Inoltre ha visto che non è tutta opera mia. Ho avuto un collega molto dotato che mi ha validamente supportato.»

«OH! Lo so e la prego di estendere al professor Bennati il mio apprezzamento più sentito. Non le nascondo che mi piacerebbe molto incontrare entrambi.»

«Sarebbe un piacere anche per me, un grande piacere, le assicuro.»

«Lei, Erneti, che è ancora giovane, non avrebbe voglia di respirare un po’ d’aria di Parigi? Io verrei volentieri in Italia, ma vede, ne sono tornato da poco e non sempre le mie forze ubbidiscono ai miei desideri», mentì volutamente sulle sue condizioni fisiche, che erano tutt’altro che precarie, allo scopo di invogliarlo ad una visita da lui.

«Una scappata potrei farla senza troppi problemi, professore» rispose un po’ emozionato ed incuriosito per quell’invito da parte di un personaggio prestigioso.

A questo primo colloquio altri ne seguirono e tutte le settimane si inviavano lunghe e-mail.

Bennati, contattato anche lui dal docente, comunicò a
Giulio C. che gli avrebbe fatto piacere conoscerlo personalmente.

«Che ne diresti, Ludovico, di accettare l’invito di Montreaux e di passare qualche giorno a Parigi?» gli chiese una sera al telefono.

«Direi che ne sarei entusiasta. Figurati se ad uno scapolo solitario come me, non fa piacere trascorrere qualche tempo in piacevole compagnia, specie ora che tutti sono presi dalla fregola di procurarsi un invito per capodanno.»

E così, proprio per un puro caso, i due ormai amici si ritrovarono alla vigilia del mitico capodanno 2000 in volo per una Parigi ancora più scintillante e agghindata che mai.

Quando si erano sentiti, prima della partenza, Montreaux aveva assicurato a Giulio C. che li avrebbe aspettati all’aeroporto e sarebbe stato ben lieto di averli suoi ospiti in una casa che da troppo tempo condivideva ormai solo con un enorme gatto soriano.

Quando si furono sistemati nel confortevole appartamento di Rue du Chemin Vert, Giulio C. constatò che, mai come in quel caso, l’ambiente domestico rispecchiava il carattere e la personalità del proprietario.

La sobria eleganza dell’insieme era rappresentata da alcuni mobili di alto antiquariato e da un enorme numero di quadri di tutte le dimensioni, di epoche e scuole diverse, che tappezzavano le pareti. Quasi in ogni stanza c’erano libri. Su tavoli, sedie, poltrone, comòde si impilavano pubblicazioni, testi, saggi storici più o meno recenti. Il clou, ovviamente, era nello studio: praticamente una boiserie occultata, da terra a soffitto, da libri, volumi, tomi, raccolte di riviste, il tutto recante i segni inequivocabili di letture e consultazioni ripetute. La scrivania, invece, era ordinatissima: varie pile di carte e documenti facevano quasi da perimetro fortificato ad un ampio spazio centrale su cui regnavano computer e unità periferiche, che denotavano dimestichezza con le tecnologie informatiche.

Quando Montreaux lo aveva invitato, Giulio C., oltre alla emozione, aveva avuto anche un attimo di perplessità: come sarebbe stato passare intere giornate con uno studioso anziano e mai visto prima? Non sarebbe stato un capodanno un po’ troppo palloso e monotematico?

Già dalle prime conversazioni, invece, dovette riconoscere la sorprendente eccezionalità di quell’uomo, ancora così prestante, con quell’aria da filosofo greco, grazie ad una ormai assestata calvizie, bilanciata da un candido residuo di lunghi capelli che gli coprivano abbondantemente il collo e da una altrettanto candida barba fluente fin sul petto.

«Vede, caro Erneti, l’età avanzata ha anche i suoi vantaggi: posso permettermi di dimenticare il barbiere, con un notevole risparmio di tempo e denaro. Inoltre questa barba, così imponente, mi protegge la gola dai rigori dell’inverno e mi permette di evitare i passati quotidiani litigi con il nodo della cravatta, che lascio sempre più spesso appesa nell’armadio. Anche lei, comunque, non ha resistito a lasciarsi ricoprire le guance, anche se in modo ben più accurato del mio. E chi se ne importa se qualcuno tra i miei azzimati colleghi della Sorbona mi chiama l’incolto, chissà se giocando anche sull’ambiguità del vocabolo…» e dopo un sospiro profondo continuò: «Solo la mia Amelie mi voleva sempre tirato a lucido, ma per lei lo facevo volentieri. Essere al suo fianco era per me una tale gioia che niente, nessun sacrificio sarebbe stato eccessivo.»

Mentre parlavano, silenziosamente, aveva fatto la sua apparizione un meraviglioso gatto soriano.

Si muoveva con la innata grazia,elegante ed aristocratica, dei felini e come fosse talmente sicuro di sé, da non degnare nulla di uno sguardo. Giunto davanti alle poltrone del salotto, alzò il muso e sembrò voler guardare in faccia le persone che conversavano. Si fermò un attimo, osservò il padrone di casa, come a chiedere: «Ma chi sono questi?», poi, forse volendosi rispondere da solo, se ne andò a far conoscenza con gli ospiti, annusando a lungo scarpe, gambe e le mani che loro gli tendevano e dalle quali si degnò di accettare qualche carezza.

«Bon Bon!» lo salutò Montreax, «sono amici, come vedi!» E poi, rivolto ai due italiani: «Questo è il mio compagno Bon Bon. Siamo insieme da quasi cinque anni, da quando lo trovai sotto il cassonetto dell’immondizia, una sera di neve.

L’inverno, il buio, il freddo mi avevano particolarmente immalinconito; il ricordo di Amelie che, involontariamente, continuava a proiettarsi dentro i miei occhi, non faceva che acuire la mia solitudine. Pensieri tremendi mi sfioravano quando, proprio mentre cercavo le chiavi aprire il portone, queste mi caddero. Nel chinarmi, vidi qualcosa muoversi sotto il cassonetto e mi accorsi che era un gattino. Gli tesi la mano per cercare di prenderlo, pensando che, forse, così facendo, lo avrei solo spaventato di più e invece, quella specie di gomitolo freddo e bagnato venne a cercare il calore della mia mano. Fortunatamente, una famiglia del palazzo aveva un gatto e chiesi a loro cibo e consulenza per riuscire ad allevare la prima bestiola della mia vita. Bon Bon…»

«Scusi, ma come mai un nome così dolce, quasi femminile, per un maschio piuttosto solido e robusto. D’accordo che allora era un cucciolo…» chiese Giulio C., mentre cercava di socializzare con la bestiola.

«Già, perché lei pensa al cioccolatino, ad un dolcetto» rispose il professore «ma invece il nome è la ripetizione della prima sillaba di Bonaparte».

«Nientemeno!» intervenne Bennati.

«Quando mi resi conto che io e lui avremmo condiviso le nostre reciproche esistenze, mi chiesi come chiamarlo. Stavo leggendo, in quel periodo, un saggio sul Grande Corso e mi parve fosse un nome adatto, ma chiamare una cosettina così minuta Napoleone, così lungo e altisonante, mi sembrò forzato. Mai, d’altronde, l’avrei chiamato Napi o simili storpiature. Il cognome, invece, poteva prestarsi a qualche aggiustamento, così lo accorciai in Bon. Da qui al raddoppio, il passo è stato naturale.»

Mentre Montreax ricordava, Giulio C. aveva focalizzato, in mezzo a libri e soprammobili, alcune fotografie che ritraevano una coppia di probabili sessantenni che, nel sorridere all’obiettivo, parevano voler comunicare una loro gioia intima, una complicità allegra e totale che arrivava dritta a chi li osservava.

Lo sguardo di Giulio C. non sfuggì al professore, che continuò, con una certa commozione: «Sì, Erneti, quella è…anzi, era la mia Amelie. Quanto siamo stati bene insieme, come siamo stati felici! Ci capivamo magicamente, senza bisogno di parlarci. Spesso ci capitava di prevenire i reciproci pensieri e desideri. Se avessimo avuto almeno un figlio, la nostra unione sarebbe stata più che perfetta, invece…

Per un po’ ne abbiamo sofferto: possibile che tutto il nostro amore non potesse materializzarsi in una creatura da crescere, da circondare con tutto il bene e i beni di cui disponevamo? Avevamo anche pensato di adottare un bambino, ma poi, le difficoltà burocratiche, il sapere che, per quanto desiderato e amato, non sarebbe mai stato sangue nostro, alla fine, ci hanno dissuasi. Così siamo ancora più bastati a noi stessi: abbiamo condiviso tutto, anche quella cosa tragica e beffarda che è la morte.»

Come se avesse intuito che c’era bisogno di lui, Bon Bon, dopo aver girato attorno a tutti, con un balzo elegante, planò sulle ginocchia del professore e gli si strusciò contro il petto, ricevendone in cambio carezze dolci e prolungate.

Giulio C. resosi conto che la rievocazione stava prendendo una piega un po’ troppo dolorosa (e non solo per il diretto interessato), cercò di allentare la tensione offrendo una sigaretta. Guardandosi intorno, si accorse dell’assoluta mancanza di posacenere, per cui, prima ancora che Montreaux parlasse, ne aveva dedotto che lì nessuno fumava.

«No, grazie» gli confermò Montreaux «sono ormai dieci anni che non fumo più.»

«Complimenti» lo lodò Giulio C., mentre non sapeva se accendersi comunque una Gauloise o desistere per solidarietà, almeno temporanea.

«Non dev’essere stato facile smettere dopo una vita da fumatore» commentò Bennati.

«Oh! Purtroppo più facile di quanto anch’io non pensassi» rispose pronto. «Vede, è stato per me una specie di contratto, di patto. Se fossi credente, direi di voto. Quando i medici mi dissero che per Amelie non c’era più nulla da fare, non potei accettare l’idea di vederla soffrire a lungo, di vederla deperire, così lentamente, fino a spegnersi nella rabbia e nel dolore. Così, chiesi, non so neppure io a chi, una specie di grazia; il mio fu un voto alla rovescia: pregai che la morte arrivasse veloce, rapida come uno scippatore giovane e violento. Almeno questo mi fu concesso: nel giro di poche settimane lei se ne andò, riuscendo a non soffrire troppo, grazie anche alla morfina. Per me il tabacco era sempre stato un fedele compagno di lavoro. Quante fumate di pipa mi sono fatto, soprattutto durante le mie letture notturne. Tuttavia la concessione di una grazia come quella fu una motivazione sufficiente a farmi spegnere per sempre pipa e sigari.» Concluse, alzandosi per offrire un cognac ai suoi ospiti. Ancor prima che il professore si alzasse, Bon Bon aveva percepito che lo avrebbe fatto e lo aveva preceduto, balzando sul tappeto. Datasi una rapida sistemata al pelo, si avviò deciso, con la coda dritta come un periscopio, verso il suo angolo preferito.

«Ma ora, se permettete, penso che ne abbiate avuto abbastanza delle lagnose rimembranze di un vecchio chiacchierone. Credo che avrete senz’altro voglia e bisogno di immergervi nell’atmosfera frizzante delle feste. Qui attorno ci sono diversi locali dove potrete mangiare, sentire musica, ballare e…»

«Per quanto mi riguarda» non lo lasciò finire Bennati «non amo troppo la ressa vociante. Preferisco un’atmosfera più raccolta.»

«Per me è lo stesso: il tempo delle baldorie è finito» sottolineò Giulio C.

«Ma cosa dice, Erneti, lei è ancora un ragazzo e anzi, ci penso solo ora e mi scuso infinitamente, ma forse io l’ho distolta dalla sua famiglia. Lei è sposato, no?» si ricordò tutto ad un tratto.

«No, non esattamente, non più almeno» e, vuoi per l’atmosfera rilassata e confidenziale, vuoi per la disarmante spontaneità con cui Montreaux li aveva messi a parte delle sue vicende personali, anche Giulio C. si sentì invogliato a rivelare la sua storia.

«Abbia pazienza, Erneti, la prego, ma sa, noi vecchi siamo in fondo un po’ dei masochisti. Forse perché, pensando che la vita può essere dolore e che a noi della vita ne resta ben poca, ci pare di soffrire meno uscendone. Così, amiamo ricordare le difficoltà, le tribolazioni passate, sapendo che, per fortuna, ce ne toccheranno ancora poche.»

«E adesso» proseguì poi alzandosi deciso dalla poltrona «vi caccio fuori a forza. Andate almeno a …»

«Senta professore» lo interruppe Bennati «credo che anche Erneti sia d’accordo con me: perché non ce ne andiamo tutti e tre insieme in qualche locale che lei conoscerà senz’altro meglio di noi e ci deliziamo il palato con qualche specialità del posto?»

«Bravo Bennati, mi hai letto nel pensiero» concordò prontamente Giulio C.

«Sì, certo, i locali giusti non mancano. Siamo vicini al Marais, nel cuore della Parigi più esclusiva e misteriosa» ammise l’anziano professore. «Aspettate un secondo. Faccio una telefonata e poi… Vedrete, staremo benissimo» promise sicuro ed eccitato.

E in effetti, quella che trascorsero fu una piacevolissima, tranquilla serata tra persone che parevano conoscersi da sempre.

L’ambiente del piccolo bistrot era intimo, caldo, reso accogliente anche da musiche discrete che veleggiavano tra i pochi tavoli, accarezzando le voci sussurrate degli ospiti: due coppie di giovani innamorati, tre signore di una mezza età molto ben portata, un piccolo gruppo misto, che con una contenuta allegria, accompagnavano i tre studiosi verso la mezzanotte.

«Professore, ben tornato!» lo apostrofò al suo ingresso un giovane cameriere.

«Ciao, Valery» gli rispose sorridendo di gusto.

«Mi fa piacere vederla in compagnia» proseguì il garçonne, facendo strada verso un tavolo un po’ defilato, con le sedie che poggiavano lo schienale inclinato. «Ecco il suo tavolo, professore. Prego, signori.» Li invitò, precedendoli e sistemando le sedie.

«Grazie, Valery. Sei sempre il migliore. Come va?» si informò con sincero interessamento, mentre prendevano posto.

«Bene, professore, grazie. Ho già dato altri due esami, ma quello che sto preparando ora, temo, dovrò sudarlo parecchio.»

«Forza, allora, dacci dentro e se non va subito al primo colpo, non importa; come si dice: ritenta, sarai più fortunato. L’importante è avere sempre la volontà di andare avanti.» Lo incoraggiò Montreaux, prima che Valery si allontanasse per andare a prendere la lista delle consumazioni.

Scorrendo il menù, il professore li mise a parte della storia del ragazzo.

«Sembra quasi una telenovela, si dice così, vero? Valery è il fratello minore di una mia ex studentessa, una ragazza unica, sia per le sue doti naturali, sia per la sfortuna che l’ha perseguitata. Stava quasi laureandosi, quando in un incidente aereo sono periti entrambi i genitori. Le sue condizioni economiche ne hanno notevolmente risentito, così come, ovviamente, il suo equilibrio affettivo e psicologico. In più si è dovuta prendere cura di Valery, che all’epoca era appena un ragazzino e che è rimasto scioccato dal colpo. Nonni non ce n’erano, o meglio, anzi, peggio, la nonna materna era ricoverata, già da qualche anno, in un istituto per malati di Alzheimer…»

«Anche questa…» si inserì Bennati, con sincera commiserazione.

«Aveva ragione a definirla una telenovela. Purtroppo questa è vera e realmente tragica per i due ragazzi» convenne Giulio C. che, posata la sua lista, partecipava al racconto del professore, che proseguì:

«Naturalmente non era ancora finita la serie nera… Il giorno che Claudine stava discutendo la tesi, vennero a interromperla: Valery era stato ricoverato, colto da malore per una overdose. Accompagnai io la sorella all’ospedale. Ricordo ancora come si abbandonò sulla sedia della sala d’attesa, accartocciandosi su se stessa, quasi volesse sparire. Non ne so molto di psicologia, ma la sua pareva proprio la classica posizione fetale, come se volesse rientrare in un utero protettivo e sfuggire a quell’angoscia. Telefonai ad Amelie, che venne subito e cercammo di confortarla. Rimase da noi per un po’, finché, finalmente, Valery uscì dal coma. Insieme a lei cercammo il posto migliore per curarlo, per disintossicarlo. Vivemmo con lei i giorni della disperazione, della ripresa, della speranza, così ci affezionammo, logicamente, ad entrambi.»

«Lo credo bene, sono esperienze che legano più di un vincolo di sangue» commentò Giulio C.

«Certo, anche Amelie diceva sempre che era come se quelli fossero diventati nostri figli. Li chiamava i nostri ragazzi. Almeno, prima di lasciarci, ha fatto in tempo a vedere Valery ristabilito.»

«E ora, Claudine dov’è, cosa fa?» si informò Bennati

«Aveva appena incominciato a lavorare in una casa editrice, quando questa fallì e dovette, d’improvviso, cambiare lavoro. Mentre si guardava attorno, incontrò un inglese, un diplomatico. Lei, all’inizio, non volle esporsi troppo: si sentiva molto responsabile per il fratello, ma lui la seppe circondare di tante attenzioni che, alla fine, lei dovette arrendersi (molto volentieri, penso) e lo sposò. Per Valery fu quasi un nuovo colpo: razionalmente accettava la cosa, capiva che la sorella aveva il diritto di vivere la sua vita, di andare incontro al suo destino, ma il suo subconscio rifiutava che un estraneo si inserisse nel suo rapporto con la sorella, che gliela distraesse. Ci affidammo ad uno psicologo per aiutarlo a capirsi, a non lacerarsi in una dicotomia affettiva ed esistenziale. Anche la scomparsa di Amelie, più o meno in quel periodo, non facilitò certo le cose a nessuno.»

«Professore, mi scusi, ma questa storia sembra quasi un romanzo. Non ha pensato di raccontarla in un libro?» intervenne Giulio C.

«No, vede figliolo… Mi scusi, è vero che per età potrebbe pure esserlo, ma lei è anche e soprattutto uno studioso, un professore, un collega. Perdoni ad un vecchio qualche debolezza e caduta di stile.»

Si scusò quasi commosso Montreaux

«Ma cosa dice, professore. Quale debolezza? La sua cortesia, la sua cordialità mi lusingano veramente» lo rassicurò pronto Giulio C.

«Un libro, diceva?» proseguì poi «non ci ho neppure pensato. I fatti mi avevano troppo coinvolto perché avessi la necessaria obiettività per raccontarli.»

Mentre poi gustavano sapori sottili e coinvolgenti, Giulio C. chiese notizie della sorella di Valery, la cui vicenda era rimasta in sospeso.

«Già, Claudine e il suo diplomatico. Il matrimonio sembrò funzionare e, quando il marito fu mandato in Germania, Valery seguì la sorella. Egoisticamente, devo ammettere che quegli anni per me furono alquanto vuoti. Ci sentivamo spesso, ogni tanto passavano a trovarmi, volevano che andassi da loro, mi ripetevano sempre che la camera degli ospiti mi aspettava, ma io non volevo inserirmi in un matrimonio così recente… Poi, qualche anno dopo, il diplomatico fu inviato in un paese asiatico, non ricordo se Corea, Indonesia… Valery era cresciuto ed in grado di badare a se stesso, così non volle accompagnare la sorella e preferì tornare a Parigi. Quando me lo disse, confesso di essere stato contento di poterlo seguire ancora, di essergli vicino se avesse avuto bisogno di consigli.» E, come a voler rivivere quei momenti, il professore s’interruppe per scolare il vino che era rimasto nel bicchiere. «E fu meglio così» proseguì poi «perché gli fu risparmiata la crisi coniugale di Claudine, che sfociò in pochi mesi in un divorzio contrastato di cui Valery venne a conoscenza solo quando la sorella tornò a Parigi, per riflettere su cosa fare del lungo resto della sua vita. I due fratelli, a casa mia, parlarono, parlammo perché anch’io, naturalmente, fui coinvolto, addolorato e preoccupato. Possibile che la malasorte, la sfortuna, ancora volessero perseguitare quella ragazza che già tanto aveva patito?» si chiese ancora incredulo.

«Ma i giovani, per fortuna, hanno anche tante risorse, tante capacità di reagire, di non soccombere. Sono come un elastico, che può tendersi fino all’inverosimile, ma poi ritorna alle sue normali dimensioni. Così, anche quella prova fu superata e Claudine accettò un incarico in Germania, dove vive tuttora», concluse Montreax.

Ormai da tempo la cena era stata suggellata da un cognac, il cui profumo aleggiava ancora nei balloon, quando Valery si avvicinò e con aria quasi complice, rivolto solo al professore, gli sussurrò: «Sa, professore, tra un paio di giorni arriva Claudine.»

Quelle parole ebbero il potere di illuminare il viso dell’anziano docente: «E me lo dici solo adesso? Che bello! Appena arriva, mandala subito da me» e, rivolto ai suoi ospiti: «Così potrete conoscerla anche voi. Vi assicuro che vale la pena, vero Valery?» chiese tutto eccitato per la bella notizia.

Due giorni dopo, mentre stava versando il cibo nella ciotola di Bon Bon, squillò il telefono. Giulio C. era il più vicino all’apparecchio e Montreaux lo pregò di rispondere.

Sentì dapprima, in risposta al suo «Hello» una lieve esitazione e poi, una voce femminile, allegra e veloce, in un francese che gli aprì un varco di ricordi, che chiedeva: «Non è il professor Montreaux. Ho forse sbagliato numero?» Giulio C. non fece troppa fatica nell’adeguarsi alla lingua e rispose che il numero era giusto, lui era un ospite del professore e le avrebbe passato subito il padrone di casa.

«Grazie» rispose chi aveva chiamato «Gli dica, per favore che c’è Claudine».

«Oh!» non poté trattenersi dall’esclamare «allora la conosco anch’io».

«Sì?» lo interrogò «Qual è il suo nome?»

«No, no» continuò Giulio C. «lei non mi conosce e a dire la verità io so di lei per quello che Valery e il professore mi hanno raccontato.»

«Così conosce mio fratello?»

«Già, un ottimo ragazzo. Ma, ecco, le passo il professore» concluse, passando il telefono a Montreaux, che nel frattempo era arrivato.

Discretamente, si ritirò per lasciarli parlare in piena libertà.

Poco dopo, Montreaux gli annunciò: «Tra un po’ ci raggiungerà Claudine. Passeremo una bella serata insieme, vedrete. Se permettete, vado a prepararmi.»

Il clima di attesa che si era creato, rendeva Bennati e Giulio C. ansiosi di conoscere la ragazza, che aveva avuto il potere di trasformare il loro anfitrione, da vecchio pantofolaio, in un elegante e distinto vegliardo. Montreaux aveva, infatti, curato il suo abbigliamento, al punto da illuminarlo con qualche goccia di colonia.

La scampanellata che annunciò l’arrivo di Claudine, parve a Giulio C. pari all’esuberanza della sua voce al telefono.

Quando fece la sua comparsa al braccio del padrone di casa, gli sguardi dei due italiani furono immediatamente catturati dalla sua figura, alta e slanciata, quasi efebica.

«Buonasera!» esordì in un italiano compiacente, mentre si avvicinava tendendo la mano.

«Buonasera» risposero, quasi all’unisono, Bennati e
Giulio C.

Sedutisi in salotto, Claudine mise al corrente Montreaux degli ultimi avvenimenti relativi al suo lavoro presso un’agenzia di informazioni e comunicazione. Mentre lei parlava, gli occhi del professore brillavano di compiacimento.

«Ma ora, professore, basta parlare di me. Mi dica qualcosa di lei e dei suoi ospiti, piuttosto.» Lo interruppe, mentre lui stava per chiederle ancora qualcosa.

«Oh! Sì, hai ragione» rispose pronto «è stato un vero colpo di fulmine e di fortuna incontrare due persone così squisite» e iniziò a raccontare di come aveva conosciuto lo scrittore italiano attraverso un suo libro e di come lui fosse stato così disponibile a venire ad incontrarlo.

La conversazione procedeva spontanea e fitta, creando una piacevole atmosfera confidenziale.

«Quindi, professor Erneti, anche lei ha viaggiato molto, allora?» chiese Claudine con fare spigliato.

«Sì, naturalmente, e non sempre solo per lavoro.» Confermò Giulio C. «Anche se ho scoperto che si può essere lontani anche non muovendosi da casa. Molto lontani da se stessi.»

«È vero anche il contrario, però» gli fece eco lei «Non le è mai successo di essere lontanissimo dal suo habitat, eppure di essere sempre lì, sempre presente, magari proprio quando meno lo vorrebbe?»

«Assolutamente sì, ed è la sensazione peggiore. Sembra di essere in trappola: vorresti fuggire da quella prigione senza sbarre che è la tua mente, sono i tuoi pensieri, i tuoi ricordi che non puoi abbandonare da nessuna parte.»

«Ma che brutta piega sta prendendo questo discorso!» li interruppe Montreaux. «Io proporrei una bella cena, che ne dite?»

La proposta fu accettata con entusiasmo. «Purtroppo Valery questa sera lavora.» Li informò Claudine «Lo sa, professore, che mi sono convertita al vegetariano?» e proseguì: «Pensi che un collega tedesco mi ha dato l’indirizzo di un locale proprio qui vicino, “La saladiere”, un nome che è tutto un programma».

«Beh, penso che se anche nessuno di noi è della tua stessa idea, una cena diversa per una volta non ci ucciderà di certo», accettò il professore, alzandosi e invitando tutti a seguirlo.

Più volte, durante la cena, Giulio C. si sorprese a considerare quella presenza femminile così viva, così spontanea…

La osservava, mentre lei si accalorava nel parlare, e, non sapendo neppure perché, si rendeva conto che quella figura longilinea, quei capelli biondi, chiari e folti, quegli occhi di porcellana, di un azzurro profondo e deciso, lo turbavano.

Aveva dunque ragione Foscolo, quando definiva Ulisse “bello di fama e di sventura”? Sì, perché anche Claudine brillava per la fama che Montreaux le aveva costruito attorno e quanto a sventura, poi…

Scherzarono e brindarono, perché Claudine aveva sentenziato che vegetariani va bene, ma astemi, no mai!

Quando uscirono erano allegri, si sentivano leggeri, ben disposti, quasi desiderosi di prolungare quella serata all’infinito.

Purtroppo, Montreaux, nell’accennare un passo di danza, inciampò e, se non ci fosse stato Bennati a trattenerlo, sarebbe finito lungo disteso sul boulevard.

«Ah! Ragazzi» fu la pronta battuta dell’infortunato «Spesso, soprattutto quando sono contento, dimentico che non ho più l’età per permettermi questi sprazzi».

«Venga, professore» lo sorresse Bennati «la accompagniamo a casa».

«Ma no, per carità, non ci pensi neppure» rifiutò deciso.

«Credo che il mio amico abbia ragione, invece» concordò Giulio C.

«Sentite» proclamò con fare solenne Bennati «facciamo così: io, che sono un po’ troppo allegro andante, accompagno volentieri il professore e voi andate a spasso o…»

«Questo mi pare già meglio come progetto. Venga, Bennati, le offro un bicchiere del mio cognac preferito, come viatico per la buona notte» gli propose Montreaux.

«E così siamo stati abbandonati al nostro destino» disse Giulio C., non appena si ritrovò solo al fianco di Claudine.

«Dispiaciuto?» lo interrogò lei con aria sbarazzina, guardandolo maliziosamente.

Giulio C. non rispose: l’attirò a sé, la strinse mentre con la bocca cercava ogni lembo del suo viso, del suo collo che sentiva caldo e profumato.

Claudine rispose con trasporto al suo bacio, schiudendo le labbra, mentre il suo corpo aderiva ai muscoli tonici di lui. Le loro mani si muovevano, ora dolci, ora prepotenti in un’esplorazione reciproca che li faceva ansimare.

Solo uno scroscio di pioggia fredda e pungente, li fece staccare.

«Non ricordavo più cosa fosse un bacio» gli confidò lei, mentre cercavano un riparo, scendendo di corsa i gradini di una stazione del metro.

«Vuoi ripassare ancora?» le chiese, prima di circondarla protettivo con le braccia e senza darle la possibilità di rispondere, chiudendole la bocca con la sua.

Mai come in quell’occasione Giulio C. apprezzò l’efficienza del Metrò parigino, che gli permise in meno di mezz’ora di trovarsi in un appartamento, solo con Claudine che pareva anche lei bruciare dall’ansia di fare l’amore.

Furono momenti di esaltazione: immemore di qualsiasi cosa che non fosse la ragazza che stringeva, al cui corpo si avviluppava come a volerla fagocitare.

Claudine rispondeva alle sue sollecitazioni con un entusiasmo contagioso. Più e più volte si sopraffecero a vicenda, finché, esausti, sazi, si abbandonarono e giacquero uno a fianco all’altro.

Lentamente, mano a mano che sfumava l’oblio della passione, mentre la coscienza riprendeva il controllo della mente, Giulio C. si analizzò: voltandosi sul fianco, osservava Claudine che dormiva già e d’un tratto gli parve che quel momento presente fosse solo una proiezione della sua mente.

Chi era quella donna, cosa pensava, cosa amava, come si accordava con il suo io? Mentre così si interrogava, lei si voltò e aprì gli occhi.

«Grazie. È stata un’emozione intensa. Mi piace fare l’amore con te» gli sussurrò con la voce un po’ arrochita dal breve sonno e dal vino.

«Posso dire altrettanto» le sorrise Giulio C.

«Mi stai studiando come se fossi un reperto archeologico appartenente ad un passato remoto» lo stupì Claudine, fissandolo con decisione.

«Scusa, cercavo di rendermi conto di com’è fatta la donna che è stata capace di coinvolgermi fino a questo punto, quando temevo…pensavo che non avrei mai più potuto…»

«Per me era lo stesso» concordò lei «anch’io credevo che non avrei mai più permesso a nessuno di appropriarsi dei miei sentimenti più fragili».

A lungo rimasero ancora piacevolmente insieme, ora abbracciati, ora fianco a fianco, confessandosi i pensieri più riposti, i ricordi più belli o più dolorosi.

Ciascuno mise a nudo il proprio io, finché Claudine, con una subitaneità che lo colpì, si alzò e, correndo verso il bagno, gli gridò: «Adesso basta pensare all’astratto, diamo un po’ di soddisfazione anche al nostro stomaco. Ti va?» gli chiese con una determinazione che non ammetteva altra risposta che un sì.

Più tardi, quando Giulio C. si ritrovò da solo, si sorprese a pensare che quella notte, quella giornata trascorsa con Claudine erano state per lui come una terapia, gli avevano dato una carica psicofisica enorme: si sentiva di nuovo sicuro di sé, con tanta voglia di fare, di lavorare, di scrivere. Pareva che tutto il suo essere non chiedesse che di esprimersi, di agire. Gli pareva di stare rivivendo e, quando Montreaux gli chiese se gli sarebbe piaciuto tenere un corso alla Sorbona, accettò con grande entusiasmo.

«Badi,» lo informò con una modestia tanto inaccettabile quanto sincera «che la mia presentazione non sarà nulla a confronto del suo curriculum! Come le ho detto, non sono esattamente il più popolare, quanto ad amici ed estimatori, ma so di poter contare sulle amicizie giuste. E poi lei ha già abbastanza titoli di merito per conto suo».

«Lei sarà il mio anfitrione e l’essere stato notato da lei, sarà per me un punto d’onore da aggiungere alla mia storia professionale», lo smentì Giulio C., mentre si stringevano calorosamente la mano.

E quando lui e Bennati salutarono il loro compitissimo ospite, Giulio C. non poté non pensare che, tutto sommato, la partenza era più spiacevole e malinconica perché lasciava un vero amico che perché si allontanava da Claudine.

Tornato a casa, si trovò sommerso da e-mail e posta cartacea, per non parlare della segreteria telefonica.

«Ehilà! Vagabondo!» lo salutò la voce del primo messaggio: era Stavros. «Mica mai farti vivo, eh? Se non ti cerco io… Bell’amico!» continuava allegramente «Come state? Spero siate felici come me e Irene: siamo appena diventati genitori di Alèxandros. Richiamateci, per favore. Vi abbracciamo. Ciao.»

Quelle richieste al plurale gli ricordarono che non aveva più sentito da tempo gli amici greci, perché, da quando Charlotte se ne era andata, aveva praticamente dimenticato anche gli amici che, in qualche modo, erano collegati a lei, a loro due.

Così quella sera decise che era ora di riprendere possesso di tutta la sua vita e si accorse che poteva anche voltarsi indietro a ricordare, a raccontare, senza per questo sentirsi perso.

La telefonata a Stavros fu lunga e certo più imbarazzante per l’amico che per lui.

«Lo dicevo io che doveva essere successo qualcosa, perché non rispondessi a telefonate e lettere varie» commentò Stavros. «Mi dispiace, Giulio, mi dispiace molto».

«Grazie, Stavros, ma ormai è passato, per fortuna. Ora ho in mente tante cose, tanti progetti. Ah! Senti! Vedete le televisioni italiane?»

«Assolutamente sì, abbiamo la parabola» gli assicurò.

«Allora, se vuoi vedermi, sto facendo un programma storico astronomico» lo informò, fornendogli poi tutti i relativi dettagli.

«Non pensi di venire a scaldarti un po’ in Grecia, quest’anno?» gli chiese speranzoso.

«Può essere e comunque mi farebbe molto piacere», fu la vaga risposta. Voleva fare una sorpresa all’amico, visto che sapeva che “Nella terra degli Dei” stava per essere tradotto in greco e quindi sarebbe sicuramente andato per la promozione del libro.

Così in quell’estate del 2000 si ritrovò in giro per la Grecia a presentare quel libro che continuava a recare una dedica così sorpassata, ormai anacronistica e che, tuttavia non si sentiva di rinnegare.

Lo accompagnava una giovane ragazza, dolcissima e timida ma efficiente, che la casa editrice gli aveva affiancato. Era lei, Anthula, che aveva in pugno la situazione logistica e lo portava ora in una libreria, ora in un circolo culturale, finché, verso la fine del tour promozionale, Giulio C., dopo averla ringraziata per tutte le premure usategli, le comunicò che intendeva prendersi qualche giorno di licenza per andare da solo a Salonicco, a trovare degli amici (e sperò che Anthula capisse quanto questa condizione fosse necessaria per lui, senza sentirla come un’ingrata sgarberia).

«Professore, la prego, se posso esserle utile … Desidera che vada a prenotarle un volo…»

«Senta, Anthula, lei è stata fin troppo cortese nei miei riguardi e io la ringrazio infinitamente, ma davvero, le assicuro che muovermi in Grecia non è un problema per me, anzi mi piace fare da solo e confrontarmi con le varie situazioni della vita quotidiana. E poi, lei è così giovane, avrà sicuramente qualche persona con cui preferirà passare il suo tempo, piuttosto che scarrozzare un maturo…»

Non poté finire la frase, perché il rossore che improvvisamente fece avvampare il viso della ragazza fu più eloquente di qualsiasi risposta.

«Ma certo, lei ha ragione, professore. Non volevo essere invadente. Allora», riuscì a proferire mentre gli tendeva la mano «arrivederci. Buon viaggio e piacevole soggiorno con…i suoi amici.» Quella leggera, imbarazzata pausa finale suggerì a Giulio C. che, forse, Anthula aveva frainteso il suo desiderio di andarsene in giro da solo, attribuendolo, sicuramente, ad una qualche fanciulla tessalonicese in sua trepida attesa.

Questo pensiero gli suscitò un incontenibile accenno di risata che, messolo di buon umore, fu un ottimo viatico per il pur breve volo Atene- Salonicco.

Ritrovare i vecchi amici fu una piacevole rimpatriata. Non gli sfuggì che sia Irene sia Stavros facevano di tutto per evitare ogni accenno agli anni trascorsi, così non poté non ringraziarli per la loro delicatezza.

«Ma non temere, Stavros, ormai, come ti dicevo, la cicatrice è solida e anche urtarla non mi dà problemi».

«Grande Giulio!» lo complimentò l’amico affettuosamente, insieme ad una solida manata sulle spalle.

Poiché Irene non allattava e avevano una validissima baby sitter, i neo genitori si presero una fugace vacanza, per portare in giro lo scrittore e archeologo, come lo presentavano orgogliosamente agli amici.

Ovviamente Giulio C. si commosse davanti ai resti della tomba di Filippo il Macedone, pensando anche e soprattutto che stava osservando cose che il grande Alessandro aveva sicuramente visto, toccato. E proprio mentre osservava quegli oggetti così preziosi, quel colore solare dell’oro dei diademi, cominciò a maturare un abbozzo per uno studio o un romanzo incentrato sul rapporto, sempre così difficile, specie a quei livelli, tra un padre con grandi sogni e progetti e un figlio che cominciava a chiedersi se sarebbe rimasto qualcosa da fare anche per lui.

Forse era anche il pensiero del piccolo Alèxandros Balaskas, ma gli pareva di essere quanto mai sensibile al discorso figli. Gli era particolarmente piaciuta la frase con cui il neo papà glielo aveva presentato: «Questo, Giulio, è il mio primo passo verso l’immortalità o, quantomeno, verso la sopravvivenza».

«Come?» aveva chiesto incuriosito.

«Sì, finché ci sarà qualcuno che porta il mio DNA, che mi ricorda, potrò dire di essere in qualche modo ancora vivo».

«Vero. Hai ragione», rifletté Giulio C. mentre, spontaneamente, gli riaffioravano alla mente i versi dei Sepolcri foscoliani.

«E così non ti manca il lavoro, mi pare!» concluse Stavros dopo che Giulio C. lo ebbe messo al corrente dei suoi impegni e progetti. «Perché non vieni a tirar fuori qualcosa anche qui da noi?» lo invitò

«Magari, mi piacerebbe molto, magari proprio lavorando con qualche collega greco.» Fu la sua risposta entusiastica.

«Forse la cosa non è poi così difficile, sai?» lo incuriosì l’amico.

«Dai, Stavros, cosa dici?»

«Il nostro vicino è professore del nostro ateneo, un esperto grecista. Vuoi conoscerlo? Magari da cosa nasce cosa, come dite voi!»

«Sarò felicissimo di incontrarlo!»

«Benissimo» si inserì Irene «lo invitiamo a cena, allora. Così potete fare una lunga chiacchierata. È una persona simpatica e cordiale, vedrai.»

Effettivamente, Nikos Papadinos corrispose in pieno alla descrizione che ne aveva fatto Irene. Giulio C. non lo avrebbe più lasciato andar via: riuscivano a dialogare tra loro proprio nella lingua di Socrate! Che emozioni suscitò in Giulio C. quell’esperienza!

Quando gli espresse il suo desiderio di fare qualcosa insieme, Papadinos sembrò impazzire di felicità. Si sarebbe attivato subito per organizzare un corso destinato a pochi, selezionati studenti della sua università e Giulio C. avrebbe sottoposto il progetto alla sua facoltà.

Quando si salutarono, erano entrambi certissimi che si sarebbero rivisti molto presto, con pale e scopette in mano.

Fu una vacanza breve ma intensa e salutare. Quando tornò a casa, trovò una mail di Montreaux che gli annunciava che, per il successivo anno accademico, gli era stato affidato un corso alla Sorbona. La sua idea di studiare i rapporti tra Romani e Galli, specie analizzando vari aspetti della vita quotidiana, sui quali Roma aveva profondamente inciso, aveva, da un lato, un po’ preoccupato gli esponenti più sciovinisti del consiglio di facoltà, ma, dall’altro, aveva invece trovato consensi negli elementi più aperti e lontani da ogni forma di integralismo.

Così nel 2001 tornò a Parigi, questa volta in qualità di «monsieur le professeur».

Logicamente, Montreaux non aveva ammesso scuse: doveva tornare a stare da lui.

«Guardi, Erneti,» gli disse la prima sera, dopo una cena a base di piatti un po’ anonimi che la domestica filippina, Angelina, gli aveva preparato «io sono vecchio, ma non così rincoglionato…»

«..nito, professore, mi scusi, si dice rincoglionito» lo corresse sorridendo.

«Grazie, figliolo. Allora, non così rincoglionito, dicevo, da non ricordare che alla sua età si hanno ancora dei… delle…come dire…» si inceppò imbarazzato.

«Desideri sessuali, vuol dire?» gli venne incontro.

«Precisamente, grazie. Quindi, se avrà voglia di compagnia, se vorrà uscire, stare fuori anche tutte le notti, non c’è nessun problema. Se troverà tempo e modo di divertirsi, ne sarò felicissimo» e aggiunse «e non ha bisogno di cercare nessuna giustificazione. Lei è libero, adulto e …»

«E vaccinato!» concluse per lui Giulio C. Mentre Bon Bon gli saltava sulle ginocchia e ronfava la sua beatitudine, come se avesse capito la battuta del nuovo amico: «Lei è un ospite perfetto, professore» non poté fare a meno di congratularsi con lui.

«Oh! Senta, poi, mi pare che sia venuto il momento di smettere tutte le formalità e, a dispetto degli anni che ci separano, siamo colleghi, in fondo e quindi propongo di darci del tu e chiamarci per nome, Giulio. Va bene?»

«Ne sono felicissimo e onorato, Pierre» lo contraccambiò con entusiasmo.

Logicamente la cosa andava solennizzata e sancita con un brindisi del cognac delle grandi occasioni.

Le notti che Giulio C. trascorse fuori furono quelle che passò con Claudine, quando lei tornava per qualche giorno a Parigi.

Quegli incontri, spesso quasi improvvisi, gli piacevano, lo caricavano. Non poteva dire di esserci abituato, ma era anzi sempre un piacere scoprire come rotolarsi nel letto di Claudine lo rimettesse ogni volta a nuovo.

«Come un motore, dopo aver subito una revisione e un tagliando» gli venne da pensare una sera e stava quasi per comunicarlo a lei, ma si fermò in tempo, perché si rese conto che non doveva essere poi un gran bel complimento per la ragazza che gli dormiva a fianco.

Quando terminò il suo corso alla Sorbona, propose al suo ospite di venire con lui in Italia, dove lo avrebbe portato in giro con molto piacere e, soprattutto, gli avrebbe fatto conoscere sua madre.

«Molto volentieri, Giulio. Anche lei è rimasta sola, quindi penso che ci capiremo splendidamente».

«Guarda, che lei è una donna speciale, ma semplice, istintiva, non ha compiuto studi elevati» lo volle preparare.

«E con questo? Credi forse che giudichi le persone dal loro titolo di studio? Ehi, per chi mi prendi?» lo rimproverò risentito. «Non sono mica un imbecille! E poi, una donna che ha cresciuto un figlio come te, deve essere per forza eccezionale!»

Infatti, come aveva previsto, Montreaux, appena conosciuta Mara, ebbe la conferma che era davvero una gran donna: la sua semplicità era così diretta che ne rimase affascinato. In fondo, studi a parte, avevano tante cose che li avvicinavano: la giovinezza da tempo appassita, la perdita del compagno, la guerra vissuta tra ansie, paure e speranze.

La sola cosa che metteva Mara un po’ a disagio era dover parlare in italiano. «Cucinare mi ha sempre piaciuto molto» gli confessò, quando Montreaux fece onore e complimentò la prima cena a casa sua.

Così, anche l’affiatamento tra sua madre e lo studioso francese fu un elemento di coesione tra quest’ultimo e
Giulio C.

A quella prima visita ne seguirono parecchie altre e Mara, ogni volta, si stupiva di come un personaggio colto, importante, straniero amasse anche starsene seduto in cucina a guardarla mentre spignattava e lui cercasse di imparare anche qualche parola di veneziano.

Montreaux si teneva costantemente in contatto con Giulio C. che aveva preso l’abitudine di confidargli i suoi programmi di lavoro, i suoi progetti, i suoi pensieri. A volte, gli pareva di aver trovato un prezioso sostituto della mai dimenticata figura paterna.

Anche se la storia di cui si occupava espressamente Montreaux non era quella di cui Giulio C. era esperto, fu a lui che, piano piano, lo scrittore rivelò la gestazione del nuovo romanzo su Alessandro Magno. Benedisse chi aveva inventato internet e la possibilità di chattare, quando, ritiratosi nell’eremo di Marcello, si dedicò alla stesura definitiva del libro. Confrontarsi con Montreaux era diventato per lui, oltre che un piacere, una necessità, un conforto. Gli sembrava che parlandone all’amico, si chiarissero anche a lui tante incertezze, tanti dubbi.

Aveva quasi terminato il lavoro, quando sentì rinascere dentro di sé il desiderio di rimettersi in campo, di tornare a scavare, proprio in Grecia.

Fu proprio il destino, quel Fato che tante volte aveva evocato nei suoi romanzi, a fargli trovare un cantiere che aveva bisogno di qualcuno che lo facesse rivivere.

Qualche anno prima, casualmente, in un’isola piccola e trascurata tra le tante altre che circondano la Grecia, erano emersi i pezzi di una grande, splendida statua, di estrema finezza e, soprattutto con ancora evidenti tracce di colore. Il tutto era stato di nuovo sotterrato in attesa di fondi e di qualcuno desideroso di sondare il terreno intorno.

Il suo desiderio di creare un team che unisse studenti italiani e greci si sposò a meraviglia con quel luogo ancora da esplorare. Nicos Papadinos fu entusiasta almeno quanto lui.

Mentre stava organizzandosi per la partenza, sentì impellente il desiderio di fare una scappata a Parigi a salutare Montreaux. Era certo che la cosa gli avrebbe fatto piacere, perché l’anziano professore amava sentire raccontare dalla sua viva voce progetti, aspettative e tutto quanto riguardava il suo lavoro.

«Ma certo, Giulio, ti vedrò con gioia e ti aspetto quanto prima. Grazie di aver pensato anche a questo vecchio impiastro, prima di partire» gli rispose, quando gli preannunciò la sua visita.

Da qualche mese non si vedevano e Giulio C. era particolarmente ansioso di incontrarlo, anche perché Mara gli aveva preparato un pacchetto, un regalo che, senza dubbio, lui non si aspettava.

Montreaux lo accolse sulla porta d’ingresso e, nella luce forte e fredda del vano scala, il suo viso parve a Giulio C. un po’ smagrito e pallido.

«Pierre! Ciao. Come stai, come va?» chiese abbracciandolo con affetto.

«Ben, bene, grazie» rispose, aggiungendo subito «come può stare bene un vecchio, s’intende!»

Scherzarono un po’ sulla civetteria del professore che, secondo Giulio C., insisteva sulla sua età, unicamente per ricevere complimenti e smentite. A dire il vero, però, quella volta gli costò doverlo rassicurare sulla prestanza fisica e su come lo aveva trovato sempre uguale.

Nel corso della serata, in più occasioni, Giulio C. tentò di sondare lo stato di salute dell’amico, il quale, invece, si dimostrò abilissimo nel glissare ogni volta, trovando sempre nuovi, interessanti argomenti di conversazione.

Fu un piacevole, fugace soggiorno che permise a Giulio C. anche di incontrare Claudine, ripassando un repertorio erotico che lo lasciava sempre totalmente soddisfatto, ma di una sazietà tale da non spasimare di voler ripetere a breve l’esperienza. Del resto, anche Claudine era contenta di amare e sapersi amata così, senza obblighi, senza impegni, nella più totale libertà per entrambi.

Raggiungere il sito degli scavi fu una vera avventura e, quando, finalmente, nel maggio 2004 Giulio C. si trovò alla guida di un gruppo di una decina di ragazzi delle due nazionalità, partì alla carica, preso da una smania che gli dava forza e lo rendeva instancabile.

Un paio di giovani erano stati suoi studenti e il ritrovarli gli diede una grande gioia, soprattutto quando uno dei due gli confidò: «Professore, le confesso che all’università eravamo in parecchi a seguire le sue lezioni sentendoci dei privilegiati, come forse si potevano sentire i giovani greci che ascoltavano Socrate o Aristotele».

«Grazie, Antolini, ma ti prego, non darmi troppi motivi per coltivare il mio narcisismo», gli rispose, sentendosi, però, quasi lievitare di orgoglio.

Il cantiere si rivelava ogni giorno sorprendente: pareva che ogni pezzo recuperato ne richiamasse altri. Le varie unità stratigrafiche li stupivano con le loro ricchezze.

I ragazzi erano fantastici: Demetrios, Georgios, Melina, Angheliki, provenienti da varie località della Grecia peninsulare, erano dotati di una solida preparazione e lavorare con i colleghi italiani stimolava in loro la voglia di figurare sempre al meglio. Così la reciproca emulazione andava a tutto vantaggio del lavoro, che procedeva spedito.

Spesso, la sera, dopo una doccia, chiamava Mara,che lo tranquillizzava sempre circa la sua salute.

«Ghò sempre tante cosse da far, fijo mio, che vien sera che no me ne acorgo» gli rispondeva, quando lui voleva sapere come passava le sue giornate. «Ghe xè tante vecie da aijutar, qua intorno, tante amighe carampane, che mi me sento una putela.»

Una sera gli comunicò di aver ricevuto posta da Parigi: Montreaux le mandava i suoi saluti, la ringraziava per il pensiero che Giulio C. gli aveva portato da parte sua e le chiedeva di ricordarlo sempre con affetto e simpatia.

Quel pomeriggio di metà giugno, chissà come, sentì il bisogno di chiamare Parigi: nulla, il telefono squillava inutilmente.

La cosa non gli piacque, ma pensò che, forse, data la bella stagione, Montreaux poteva aver sentito il desiderio di andare da qualche parte, magari con Valery o Claudine. Ne approfittò per chiamare la ragazza, giustificandosi con la voglia di sentire la sua voce, che era poi una mezza verità o una mezza menzogna. Comunque, seppe che lei non era a Parigi e anche con lei era da qualche tempo che il professore non si faceva vivo.

Il giorno dopo riprovò a chiamare e, questa volta, da Rue du Chemin Vert, ci fu una risposta, ma non era Montreaux, bensì una voce femminile che si qualificò come infermiera.

«Il professore sta riposando, ma dopo l’intervento, lei capisce, è molto provato».

«Come, intervento?» chiese Giulio C. con voce allarmata.

«Come, non sa?» gli rimandò stupita.» La settimana scorsa il professore è stato operato per un tumore allo stomaco.»

«Come? Un tumore? Ma come sta ora?» insistette Giulio C.

«Cosa vuole, l’età non è certo di aiuto e in più pare che il paziente non abbia molta voglia di combattere questa battaglia».

Il telefono gli tremò nelle mani e non trovò subito le parole per chiedere ancora. In quello spazio di silenzio, l’infermiera si preparò a congedarsi: «La prego di scusarmi, ma ora devo andare. Il professore si è svegliato e avrà sicuramente bisogno di qualcosa.»

«Mi raccomando» quasi ansimò per trattenerla all’apparecchio «lo saluti per me, gli dica che, appena potrò, verrò di persona, ma se ha voglia di chiamarmi, le do il mio cellulare. Gli faccia forza, gli dica che ho voglia di rivederlo in piena forma. Lo abbracci per me».

Dopo quella rivelazione sconvolgente, Giulio C. cominciava a pensare a come poter scappare a vedere com’era la situazione reale e sentiva salirgli alla gola un sapore conosciuto di amarezza e impotenza.

Stava ancora combattendo con questa spiacevole sensazione, quando suonò il telefono.

«Non ti si può nascondere proprio niente, eh?» gli arrivò la voce stanca e flebile di Montreaux

«Pierre!» esclamò «Vecchio disgraziato, come hai potuto pensare di celarmi una cosa simile? Perché non mi hai detto nulla quando ci siamo visti l’ultima volta?»

«Cambiava forse qualcosa?» sospirò in risposta il professore.

«Avrei almeno potuto…»

«Potuto niente», finì per lui Montreaux.

«Ma almeno avrei cercato di esserti vicino al telefono».

«E dai, Giulio!» lo spronò con un po’ più di energia
«La malattia, la morte sono una questione personale. Questa volta tocca a me».

«Ti proibisco di avere di questi pensieri. L’intervento è andato bene e ora devi solo cercare di lottare…»

«Lottare?» lo interruppe pronto «E per che cosa, per chi? Credimi, tutto sommato, sono contento di seguire Amelie. Sai, sto sforzandomi di credere che qualcosa di noi resti e che, in qualche modo, nonostante il disfacimento del corpo, si possano ritrovare le persone care. Non è facile per un materialista come me, ma, ormai, è solo questa speranza, o questa illusione, se preferisci, che mi può dare un po’ di conforto.»

«Pierre, non posso credere di doverti perdere. Per favore, fallo per me, resta, aggrappati alla vita…» Giulio C. sentiva gli occhi inumidirsi e la lingua impastarsi in bocca.

«Beh! Sai a cosa mi sto aggrappando da qualche giorno? Al tuo romanzo su Alessandro. È sempre qui sul mio comodino e, appena mi sento un po’ in forze, ne leggo parecchie pagine. Che penna favolosa sei, Giulio!»

«Grazie, Pierre, le tue parole mi riempiono di orgoglio. Ma perché non ti fai fare un po’ di lettura dalla tua infermiera?» gli suggerì.

«Ma per carità! Quella parla solo francese e non voglio che sciupi malamente quello che in italiano tu hai saputo rendere così bene!»

«Senti, Pierre, allora continua a leggere e ci risentiamo tra qualche giorno, così mi potrai dare il tuo parere su questa mia ultima fatica».

«Certo, Giulio, certo. Sarò ben lieto di discutere con te a proposito di un gigante come Alessandro. Chissà, se Filippo fosse stato un padre e un marito devoto, la sua vita sarebbe stata diversa?» chiese dubbioso.

«Proprio tu, uno storico, mi fai questa domanda?» gli rispose meravigliato «Che possibilità abbiamo di un riscontro? Sai bene che la storia è una e una sola».

«Già, ma qualche volta è bello anche lasciarsi prendere dall’immaginazione e crearci una storia nostra, inventare un nuovo corso degli eventi. Ci può far sentire un po’ simili agli dei.»

Mentre Montreaux parlava, Giulio C. ne sentiva la voce diventare sempre più flebile, finché, dopo un secondo di silenzio, sentì la voce femminile «Scusi, ma ora il professore è molto stanco e la deve salutare. A risentirla.»

Anche dopo che la comunicazione fu interrotta, Giulio C. continuò a tenere stretto il telefono, come se questo lo potesse legare ancora all’amico lontano.

Gli parve interminabile quella fila di giornate che si impose di lasciar passare prima di richiamarlo.

Quando, con sua sorpresa, sentì subito la voce di Montreaux, anziché quella dell’infermiera, ebbe un sussulto di gioia. «Pierre! Buonasera. Come stai?»

«Oh! Giulio! Che piacere mi dà la tua voce» lo ricambiò l’amico «Non so se essere contento, ma mi dicono che va meglio».

«Sei il solito stravagante!» commentò «Come puoi non essere contento se ti senti più in forze».

«E allora, la tua lettura come va?» chiese subito con malcelata impazienza.

«Purtroppo, ho già terminato il libro e mi pare di aver detto addio ad una persona cara» gli confidò.

«Così simpatico ti è riuscito il mio Alessandro?»

«Non solo simpatico, ma degno di grande rispetto e ammirazione. Pensare alla sua età e a quello che ha compiuto, ha davvero del prodigio. Tu, che come me, non sei padre, come hai fatto a calarti così efficacemente nei rapporti tra genitore e figlio, a essere così reale, quando riporti dialoghi e monologhi di personaggi dalla statura così enorme?»

«Forse proprio perché enormi, non comuni, mi sono sembrati assoluti e incomparabili. Non c’erano termini di paragone e quindi…»

«Come al solito, la tua modestia rende tutto così semplice!» lo elogiò.

Purtroppo, proprio mentre stava per salutarlo e dargli appuntamento telefonico per il giorno dopo, le batterie del cellulare lo lasciarono a secco.

«Pazienza!» si consolò «Ci sentiamo domani. Buonanotte Pierre!» augurò.

Invece il giorno dopo, un imprevisto lo tenne impegnato tutto il giorno e in grande apprensione: durante il lavoro agli scavi, uno dei ragazzi italiani rimase ferito in un incidente e lui, sentendosi responsabile, in qualità di direttore, seguì tutte le incombenze sia burocratiche che mediche. Fortunatamente, la cosa si risolse con conseguenze assai meno gravi di quanto temuto all’inizio, ma per Giulio C. fu una giornata di notevole stress.

Il mattino dopo fu proprio il telefono a svegliarlo.

«Sì? Pronto» rispose, alzandosi ancora un po’ assonnato e dopo aver ciancicato prima di riuscire ad agguantare l’apparecchio dal comodino ingombro di sveglia, libri e molto altro.

«Professor Erneti?» chiese una voce un po’ imbarazzata

«Sì, chi parla?» domandò, sentendosi montare dentro un’ansia che gli azzannava il respiro.

«Sono l’infermiera del professor Montreaux. Il professore mi ha pregata, tempo fa, di chiamarla se… se le sue condizioni… la sua salute…» la donna si faceva sempre più titubante.

«Oddio, no!» si sentì quasi gridare.

«Il professore si è molto aggravato e abbiamo dovuto portarlo in ospedale. Se lei vuole e può venire, non so se riuscirà a trovarlo ancora cosciente.»

Giulio C. si sentì vacillare, ma ebbe la forza e la lucidità di spiegare che, da dove si trovava, non sapeva quanto tempo avrebbe impiegato per arrivare, ma la assicurò che avrebbe fatto l’impossibile per essere a Parigi nel minor tempo possibile.

«Gli porti i miei saluti, i miei auguri. Lo abbracci per me e gli dica di aspettarmi. La prego» concluse, ormai con un groppo alla gola.

«Certo, certo. Stia tranquillo che il professore sa quanto lei gli sia affezionato» cercò di consolarlo.

La giornata passò ad organizzare il lavoro agli scavi in vista della sua partenza e a cercare disperatamente di arrivare a Parigi prima possibile, aiutato in ciò, anche da alcuni ragazzi che avevano qualche amicizia in una agenzia di viaggi ateniese.

Avrebbe strappato le ali a Pegaso per volare via subito.

Purtroppo non era facile mantenersi in contatto con l’infermiera che, essendo quasi sempre in ospedale, teneva il telefono spento. Quando, finalmente Giulio C. atterrò, mentre attendeva il taxi, riuscì miracolosamente e parlarle.

«Sto arrivando, mademoiselle. Come sta?»

«Alterna momenti di lucidità ad altri di incoscienza. I medici non danno troppe speranze.»

No, non era preparato ad un addio. Come avrebbe potuto confortare qualcuno, se era lui che si sentiva prostrato e inconsolabile per quella imminente perdita?

Quando si trovò di fronte il volto teso e pallido della donna, che non aveva mai incontrato prima, sentì, all’improvviso, una forza insperata, un desiderio di trovarsi accanto all’amico nel momento del suo passo estremo.

«Vada, professore.» Lo accolse lei, rimettendosi a sedere. «È assopito, ma forse può avvertire la sua presenza, che gli sarà di conforto».

Giulio C. entrò, temendo che il cupo tamburo del suo cuore fosse così forte da destare il paziente. Si avvicinò al letto, mentre rivedeva in un rapido scorrere di immagini, i tanti piacevoli momenti trascorsi con l’amico. Sorrise al ricordo della caduta di Montreaux, la sera in cui aveva fatto l’amore con Claudine per la prima volta.

«Oh! Giulio! Che bello vedere finalmente un volto sorridente!» anche se debole, la voce del paziente lo fece sobbalzare.

«Pierre!» lo salutò, con enfasi. «Stavo ricordando alcune delle tue stravaganze.» Spiegò, stringendogli la mano ossuta e fredda. «Come va? Hai freddo?» chiese ansiosamente.

«Ma no, no. Non soffro e questo è già molto, ti assicuro. Non immagini quanto mi faccia piacere averti vicino in questo momento. Avrei tante cose da dirti, non so se avrò tempo e forza a sufficienza.»

«Ma certo che mi dirai tutto quello che vuoi, ma con calma, Pierre, adagio.» Lo rassicurò, sentendo il lieve affanno che aveva accompagnato le sue parole.

In quel momento entrò un medico seguito da un’infermiera.

«Scusi, ma il professore è molto debole, non lo stanchi. Ora, per cortesia, esca un momento, dobbiamo somministrargli alcuni farmaci.» Lo informò il giovane dottore.

Giulio C., stringendo sempre la mano dell’amico, lo salutò: «Non temere, Pierre. Sono qua fuori e tra un po’ ritorno.
A dopo.»

Uscendo, si trattenne a parlare con l’infermiera che aveva assistito Montreaux in tutti quei giorni.

Non si poteva certo definirla una bella ragazza, troppo spigolosa e senza alcuna cura estetica. Pallida e senza trucco, aveva, però, l’aria di chi si prende seriamente a cuore il proprio lavoro. A Giulio C. faceva venire in mente quelle ragazze allevate in un convento di suore e che, anche da adulte, conservano una sostanziale indifferenza per il proprio aspetto fisico. Tutto il suo impegno lo riversava nel lavoro, che, senza dubbio, percepiva come una missione. Giulio C. le fu grato per le cure e le premure che aveva avuto per il suo assistito e questo gliela fece apparire preziosa.

Quando vide uscire il medico, gli si avvicinò e chiese notizie dell’amico.

«Purtroppo, non possiamo fare granché» fu la sconsolata risposta del dottore. «Vede, l’intervento tentato non ha risolto il problema che in piccola parte. Aggiunga a questo che il paziente non ha mostrato di tenere molto a vivere ancora. Peccato, una persona di valore !» aggiunse.

«Pensavo di trovare qualche collega dell’università, qualche persona della cultura parigina…» gli confessò con rammarico.

«Sì, è venuto qualcuno a chiedere di lui, anche dei giovani, ma il professore era stato tassativo, non aveva voluto che lasciassimo passare nessuno. Così, dopo i primi giorni, non si è più vista anima viva. Solo qualche vero amico e collega ha continuato a telefonare.» Spiegò il dottore.

Giulio C. suggerì all’infermiera, che gli aveva detto di chiamarsi Marie, di uscire, di andare a distrarsi un po’, ora che c’era lui e avrebbe potuto tornare verso sera. Ringraziandolo, lei disse che avrebbe approfittato di quella pausa per fare una scappata a casa a dar da mangiare a Bon Bon.

«Sapesse quante volte il professore mi ha fatto promettere di prendermi cura di lui, quando…» non riuscì a finire la frase.

Rientrato subito dopo nella stanza, trovò Pierre addormentato. Si sedette nella poltrona di fianco al letto e rivolta verso il capo dell’amico, dal cui corpo uscivano alcune cannule e fili, collegati a monitor e flaconi di liquidi appesi a trespoli, come frutti di un albero asettico.

Chissà quanto tempo passò così, spiando il più lieve movimento, tendendo l’orecchio a cogliere il più flebile sospiro! Comunque, ad un tratto Pierre aprì gli occhi e gli sorrise, o così volle credere lui.

«Ancora qui? Giulio, sei impagabile. Venuto apposta per assistere questo vecchio che, nonostante tutto, non riesce ad andarsene e continua a rompere le scatole …» Pierre restava fedele al suo spirito anche in quella circostanza.

«Se ti dà fastidio la mia presenza, posso sempre andarmene.» stette allo scherzo.

«Sai bene che aspettavo solo te per accomiatarmi dal mondo. Valery è stato qui nei giorni scorsi, ma vedessi come era affranto! Mi faceva sentire in colpa, averlo qua vicino. Non faceva che asciugarsi gli occhi, giustificandosi con un raffreddore inesistente. Gli ho fatto dire da Marie che non c’erano problemi, che tutto era sotto controllo e poteva andare tranquillo. Gli ho telefonato anche ieri, per tranquillizzarlo perché altrimenti me lo sarei ritrovato qui ancora. Spero che la vita sia benevola con lui, se lo merita.»

«E Claudine?» non poté non chiedere.

«Aspettavo la tua domanda!» esclamò con un tentativo di risata, che gli provocò un violento spasmo di tosse, per fortuna breve.

«Perché?» gli chiese, fingendosi stupito Giulio C.

«Beh! Non crederai che non sappia… di te e di lei!» fu pronto a rivelargli. «Da quando ti ha conosciuto, l’ho vista più… vivace ed espansiva. L’amore fa sempre bene, a tutti.»

«Veramente…» Giulio C. voleva chiarire che il suo rapporto con la ragazza non era forse come lo intendeva lui, che non si sentivano, né lui, né lei, legati per la vita, ma ancora una volta, Pierre lo meravigliò con la sua perspicacia.

«Certo, Giulio, non sto parlando dell’Amore con la maiuscola, di quello che abbiamo conosciuto Amelie ed io. Ma l’amore ha tante facce, tanti modi di manifestarsi. L’importante è che sia uguale per entrambi gli interessati. E questo mi pare sia il vostro caso, o sbaglio?»

«E quando mai sbagli tu, Pierre?!» concordò compiaciuto. «Sì, ci capiamo e, in fondo, abbiamo bisogno delle stesse cose. L’importante è non farsi soffrire e riuscire a godere di quanto spontaneamente ci si dà, senza obblighi o doveri, né legali, né affettivi.»

«Un po’ amara forse come filosofia di vita, ma realistica e sincera. Mi piaci ancora di più, e proprio ora che debbo andarmene.» Sospirò, cercando di sollevarsi dai cuscini

«Le sole cose mie che mi importano e che vorrei affidare a chi sa apprezzarle, sono Bon Bon e i miei libri.» Cominciò a confidare, mentre il respiro si faceva sempre più faticoso e le parole si diradavano nella loro successione.

«Pierre, non preoccuparti. Bon Bon è in buone mani: Marie è appena andata a dargli da mangiare.» Lo tranquillizzò.

«Sai che quando ho dovuto cercare una infermiera, tra le condizioni che ho posto c’era l’amore per i gatti?»

Ormai, Giulio C. faceva fatica a sentire quanto Pierre gli diceva e lo sforzo per capire era un elemento di angoscia in più.

«Riposa, Pierre» lo invitò «non stancarti. Parleremo ancora più tardi».

«Più tardi, potrebbe essere troppo tardi, Giulio. Quello che devo dirti, devo dirtelo ora»

Giulio C. si avvicinò ancora di più e col volto a un palmo da quello dell’amico poté sentirne tutta la fatica e l’ansia di finire. Il bip dei monitor si fece sempre meno regolare e, quando Pierre con una smorfia smise di parlare, lui suonò il campanello per chiamare il medico.

Strinse forte la mano dell’amico, che parve rispondere socchiudendo gli occhi.

«Chi chiami?» gli chiese in un soffio quasi inudibile «Non ho più bisogno di niente, ormai. Lasciatemi andare…»

«Pierre…»

In quel momento si aprì la porta ed entrò lo stesso medico con cui aveva parlato. Controllò i vari apparecchi e, rivolto a Giulio C. bisbigliò: «È questione di poco, coraggio. Le assicuro che non sta soffrendo più di lei.» Aggiustato il flusso della flebo, uscì.

«Giulio, i miei libri… Te li raccomando, voglio che li abbia tu. Forse non tutti ti interesseranno, ma ce ne sono alcuni importanti…» lo sforzo di quelle parole lo sfinì.

«Certo, Pierre. Sai bene che li terrò cari. Il loro valore è doppio, oltre a quello intrinseco sono preziosi, perché appartenuti a te.»

Non ci fu risposta: Montreaux fece per aprire la bocca, ma la richiuse insieme agli occhi. Il respiro era solo un lieve ansito.

Come se avesse avvertito la necessità della sua presenza, il medico entrò.

«Credo che sia alla fine» sussurrò Giulio.

«Sì, ormai non può più sentirla. Mi chiami quando…» gli disse aprendo la porta per andarsene.

Giulio C. accennò di sì solo con il capo.

Rimase a guardare il volto dell’amico che era già oltre e irraggiungibile per lui. Sembrava quasi che, più si staccava dalla vita, più si distendessero i suoi lineamenti. La barba e i capelli si confondevano con il candore delle lenzuola e gli davano un’aria immateriale, eterea.

Stava per alzarsi dalla poltrona per cercare di bere un goccio d’acqua, quando sentì un rantolo, un sospiro e … più nulla. Ora non c’era proprio più niente da fare, se non ricordare quanto di importante gli aveva insegnato quel grande uomo che aveva voluto uscire dalla vita in punta di piedi. Telefonò all’infermiera che, pur essendo preparata alla notizia, non riuscì a dirgli molto, soffocata dal pianto.

«Mi sono trattenuta a casa del professore. Le dispiacerebbe venire qui? Ho alcune cose da farle vedere e da darle. L’aspetto.»

«A tra poco» rispose riponendo il telefono.

Si fermò ancora un momento accanto al letto per dare l’addio definitivo all’amico, quindi uscì. Incrociando il medico, gli disse che era tutto finito e lo salutò mestamente.

Quando entrò in quella casa, dove aveva trascorso tante ore piacevoli, conversando amabilmente di tutto con Pierre, ebbe un sussulto: molti mobili, quadri, che aveva ammirato non c’erano più. Al loro posto restavano solo delle forme vuote, le impronte che gli oggetti avevano lasciato sull’intonaco delle pareti: gli pareva che tutto fosse irreale, solo un brutto sogno.

Marie aveva gli occhi rossi e anche il viso appariva congestionato, sicché il contrasto con il pallore abituale della ragazza, la faceva apparire assurdamente più viva.

«Venga» lo accolse «il professore ha lasciato alcune disposizioni che penso lei debba leggere subito.» Gli disse porgendogli una busta chiusa.

«Cos’è successo?» chiese guardandosi intorno avvilito.

«Legga» lo invitò «capirà ogni cosa» gli rispose, accompagnandolo verso il salotto, nel quale erano rimaste poltrone e divano.

Giulio C. aprì con mani tremanti la busta: era una sorta di testamento.

«Queste sono le mie ultime volontà, scritte mentre sono perfettamente cosciente e consapevole della spietatezza di alcuni miei giudizi, ma ormai…posso finalmente permettermi la sincerità più totale.

Innanzitutto, desidero essere sepolto accanto ad Amelie, dopo un funerale semplice e per pochi intimi. Se chi si occuperà di tutto, vorrà comunicare la mia dipartita ad esequie avvenute, ne sarò felicissimo. Spero che i miei colleghi mi saranno grati se gli risparmierò lo sgradevole compito di mostrarsi ipocritamente addolorati. Poiché non ho mai condiviso la smania di pubblicità che anima alcuni di loro, vorrei, però, che almeno in questa occasione, evitassero di mettersi in mostra con inopportune commemorazioni funebri, che in passato, in analoghe circostanze, hanno suscitato più noia e ironia che commozione, vero Jarrod, vero Blanchard?

Forse qualcosa di quello che ho scritto, in tanti anni di studio e insegnamento, resterà valido ancora per diverso tempo e chi leggerà i miei libri sarà il mio erede.

E adesso veniamo a te, Giulio C.

So che avresti apprezzato la quadreria e i mobili che si trovavano nel mio appartamento e io sarei stato ben felice di sapere che li avresti usati e guardati tu, ma, purtroppo, quanto è rimasto, è già stato tutto inventariato da due avvoltoi, nipoti scriteriati e imbecilli.

Avevo un fratello, Michel, che purtroppo morì durante la seconda guerra mondiale. Ha avuto la ulteriore disgrazia di diventare padre di due nullità, che per fortuna, morendo ancora giovane, non ha fatto in tempo a vedere degenerare come hanno fatto. La madre non si è mai molto curata di loro, specie dopo che si è risposata. Di lei non ho più saputo nulla, dei due rapaci, invece ho avuto notizie quando morì Amelie, in quanto si fecero rappresentare da un notaio per conoscere l’entità della loro parte di eredità. Fu una cosa spiacevolissima, puoi immaginare quanto io fossi nelle condizioni di spirito adatte a sopportare la loro avidità. Comunque, in quella occasione, sapendo che non esistevano altri eredi, si sono premurati di mettere le mani su tutto quanto ci sarebbe stato alla mia morte. Per evitare di impinguare ulteriormente quei due parassiti e per sostenere, invece, qualcuno che ha dato prova di essere un ragazzo d’oro, ho venduto parecchio per capitalizzare una cifra che sarà senz’altro spesa meglio di quanto avrebbero fatto i miei sciagurati consanguinei. Marie ti consegnerà la chiave di una cassetta di sicurezza della mia banca: vacci quanto prima, perché tutto quello che c’è è tuo,a parte una cosa che consegnerai, per favore a Valery, al quale ho già fatto in modo che arrivi una mia lettera di congedo.

Spero solo di lasciarti un buon ricordo di me e addio.

Pierre Montreax

Finita la lettura, che gli costò un magone amaro, alzando il viso dalla lettera, si trovò di fronte gli occhi lucidi di Marie, che gli porgeva una piccola chiave.

«Questa è per lei. Lei sa quello che deve fare».

Adempì anche a quel compito e si stupì del contenuto della cassetta. Pierre aveva voluto lasciare a lui le cose che, solitamente, in quelle circostanze si lasciano a un figlio: un orologio d’oro da taschino, un libretto con parecchi euro, che avrebbe dovuto consegnare a Valery, un bronzetto, che
Giulio C. datò al XIV secolo, di pregevole fattura, una miniatura su rame che ricordava il celebre libro d’ore dei fratelli Limbourg. Riposto tutto quanto con cura nella borsa che aveva portato con sé, uscì.

Quella sera si accollò il penoso compito di sostenere Valery, che gli parve tremendamente depresso e avvilito.

«Sai bene quanto Pierre ti fosse affezionato» gli disse mentre bevevano una birra al bistrò dove il ragazzo lavorava «quindi non ti meraviglierai di quanto sto per darti.»

Prese dalla tasca della giacca il libretto e glielo porse. Valery non lo aprì neppure, ma lo strinse al petto mentre le lacrime gli rigavano le guance.

«Non ti interessa sapere quanto ti ha lasciato?» gli chiese, anche per distrarlo.

«La cifra non potrebbe cambiare la stima che avevo e ho di lui» rispose.

«Ma potrebbe forse cambiare un po’ la tua vita.» Lo stuzzicò.

Incuriosito, Valery aprì il libretto e lesse la cifra: il suo volto passò dal pallore al rossore e di nuovo impallidì nel giro di pochi attimi.

«Come vedi, ora potrai dedicarti solo ai tuoi studi, non avrai più bisogno di lavorare, se non vorrai!» gli suggerì

«Cosa ho fatto io per meritare un affetto così … duraturo?» si chiese mettendo in tasca il libretto, dopo averlo accarezzato.

«Pierre aveva capito che la vita ti aveva già messo troppo alla prova e gli è piaciuto rappresentare per te una specie di compenso, di giustizia.» Commentò Giulio C., prima di salutarlo.

Due giorni dopo, fece in modo che il desiderio di Pierre di andarsene in sordina si realizzasse. Conoscendo il pensiero dell’amico riguardo la religione, gli assicurò unicamente il conforto di un breve e sentito saluto da parte sua, di Valery, alla presenza di Marie e di pochissimi altri amici, quei pochi che lui aveva stimato in vita e non gli avevano mai fatto mancare il loro apprezzamento. Claudine gli telefonò la sera prima delle esequie. Era molto provata anche lei, ma purtroppo, pur desiderandolo con tutto il cuore, non riusciva ad essere presente, perché in quei giorni c’erano importanti convegni cui doveva necessariamente partecipare.

«È straziante dover dire addio ancora ad un padre e non poterlo fare di persona. Ti prego, Giulio» lo supplicò «stai vicino a Valery.»

Non fu difficile farlo per Giulio C., anche perché il ragazzo diede prova di un grande autocontrollo e capacità di incassare quel nuovo colpo.

Mentre stava per prenotare il volo di rientro, un SMS di Claudine lo informò che stava tornando: inaspettatamente, sarebbe arrivata a Parigi e gli chiedeva se potevano incontrarsi. L’orario del suo volo pareva calcolato apposta per incrociare quello di Giulio C. Avrebbero avuto giusto il tempo di salutarsi.

Quando si videro in lontananza, si corsero incontro, si guardarono negli occhi e si abbracciarono, ma a nessuno dei due venne la voglia di baciarsi.

«Strano» disse Giulio C. «non avrei mai immaginato, quando ci siamo salutati l’ultima volta, che ci saremmo trovati così…»

«Così stonati vuoi dire?» terminò lei.

«Sì, è esattamente la sensazione che provo» confermò, mentre si sedevano ad un tavolino di un bar.

«Non ricordo di aver mai provato prima queste emozioni» continuò Claudine «il forte dolore si sta affievolendo, ma mi sembra di essere un oggetto. Quando morirono i miei, certo, il colpo fu terribile, devastante, mi parve che non avrei più potuto vivere una vita normale. Mi ci volle parecchio tempo, ma, alla fine, cominciai a risalire la china e, forse anche grazie all’impegno di dovermi prendere cura di Valery, mi sentii di nuovo viva e vitale. Ora, non so, credo di essere come una lastra di marmo: tutto mi scivola sopra, indifferente. Passerà anche questo momento, comunque…»

«Per Valery ora non devi preoccuparti, ad ogni modo» la sollevò.

«Sì, mi ha detto che Pierre ha pensato anche al suo futuro. Che uomo unico è stato! Sai che mi sento privilegiata per aver goduto della sua amicizia e della sua protezione!?» gli confidò

Si guardavano con intensità e ognuno pareva avere sulle labbra delle parole che faticavano ad uscire.

«È stato merito di Pierre se ci siamo conosciuti.» ricordò Giulio C.

«Già ed è stato bello, vero?» gli chiese, mentre sorseggiava distrattamente il suo caffè.

«È stato?» chiese

«Non sembra anche a te che sia meglio lasciarci così, senza alcuna scena madre? Mi ha fatto molto piacere rivederti, Giulio, ma sai bene anche tu che non abbiamo mai voluto fare progetti o programmi. Questo ci ha accomunati forse più di qualunque promessa o vincolo legale. Siamo stati bene insieme, no?»

«Veramente. Anche io non ho rimpianti, ma solo piacevoli ricordi e di questo ti ringrazio. Abbiamo avuto una bella storia ed è ancora più unica perché finisce così, lasciandoci di comune accordo, visto che per entrambi non ci sono più motivi per tenere aperto un discorso che si è esaurito gradualmente, in modo indolore.»

«Grazie Giulio, per la tua comprensione, per come sei…»

Pur tra il rumore di sottofondo, Giulio C. riuscì a sentire che stavano chiamando il suo volo.

«Ciao, Claudine. Questo è il mio volo, debbo andare. Ti auguro tutto il bene possibile e se ci sarà l’occasione di rivederci, ne sarò felice.»

«Ciao, Giulio. Anche a te solo il meglio. Chissà se le nostre strade si incroceranno ancora?»

Quando si alzarono, si abbracciarono e, dopo essersi chiariti in quel pur breve discorso, si sentirono vicini e solidali. Furono questi sentimenti che li spinsero a salutarsi con un bacio che non aveva più nulla di passionale, ma era più forte di ogni desiderio erotico, era un sigillo che sanciva un nuovo tipo di legame, fatto di solidarietà, di comprensione, di stima reciproca e di addio.

Volando verso la Grecia, Giulio C. si sentiva stranamente leggero, solo Mara lo legava al suo paese, non aveva più, o meglio, non sentiva più radici, legami con persone con cui condividere le sue emozioni. Gli amici, Marcello in primis, erano una ricchezza, ma, lo sapeva bene, ognuno aveva la propria vita…

«E via!» pensò atterrando ad Atene «ricominciamo a far rivivere il passato, guardando al futuro!»

Era ansioso di riprendere i contatti con quei giovani che vedevano in lui un modello, un maestro e che anche per lui rappresentavano un valore in estimabile.