Uscita dalla taverna del Drago Verde Sagitta era frastornata e confusa.
Non aveva accesa la sua lampada e non se ne era accorta.
L’aria fresca della notte e quel cielo incredibile di Arcano le resero più chiare le idee; era estremamente determinata nella propria missione ed avrebbe raggiunto le vette che desiderava, ma quali erano i suoi reali desideri?
Qua e là piccole luci illuminavano il sentiero oscuro, ma era svagata e non si rendeva conto del pericolo imminente, tutto taceva intorno tranne il rumore dei suoi passi... non vi era alcun suono.
Silenzio e tenebre, e più in là lampi di luce nel cielo notturno a rischiarare vividamente il suo cammino.
Silenzio e tenebre: aveva compreso.
La guerra era imminente e tutti sarebbero stati coinvolti, Sagitta odiava la guerra profondamente come detestava le diatribe inutili; i racconti sconnessi e scollegati di poveri contadini vittime delle guerre l’avevano ulteriormente convinta a portare pace intorno a sé: nulla valeva la tranquillità e la serenità che sapeva dare a chi la circondava.
Era uno dei doni ricevuti, doni che facevano di lei una compagna unica per un unico compagno….. sì, Sagitta cercava come sempre il senso delle cose, si chiedeva il perché di quella sua ricerca.
Più avanti avrebbe trovato alloggio prima di arrivare alla sua Kioskas (che le mancava un poco), più avanti avrebbe potuto riposarsi e rifocillarsi, finalmente.
La guerra occupava tristemente i suoi pensieri oscurandoli, come l’ombra di un falco pesa su un topolino che corre nella pianura, la guerra proiettava la sua oscura ombra sulla mente della piccola maga...
Quante vite ancora, quanta energia dispersa, quanto amore gettato via: ogni essere vivente voleva sangue per il proprio cuore, una casa, una famiglia, un lavoro, non una guerra; tanto meno l’imperatrice, che ora era diventata mamma...
Nessuno tranne... doveva sapere, doveva compiere la propria missione, più strada percorsa più gente incontrata ed i pensieri buoni erano contagiosi.
"Il mio braccio ed il mio cuore" Sagitta ripeteva tra sé e sé.
Avrebbe voluto come ogni Hammer vedere il proprio paese arato, coltivato, senza che nessuna guerra incendiasse il raccolto, e che il sale venisse portato regolarmente a Myalla e che nessuno avesse mai più bisogno di andare a Krymenia né di sterminare.
Nessuna pietà, solo piacere, solo felicità, questo era ciò che voleva per tutti, ma non era possibile: la casa distava ancora poco e già si scorgeva il suo profilo quando dal limitare del bosco sbucarono tre energumeni dotati di armi e muscoli possenti che tentarono di immobilizzarla.
Piccola Sagitta... dei nemici? E chi sono? Cosa vogliono?
Il tempo per pensare era finito: sguainò la fedele spada e fendendo aria e carne tentò una disperata difesa.
L’affondo della lama nella carne viva produsse un rumore afono, la estrasse rapidamente e sempre più disperata si accorse che i nemici aumentavano di numero: Sagitta non era una amazzone, era una maga, non avrebbe mai potuto competere con simili esseri metà guerrieri e metà quale altra diavoleria aveva prodotto Arcano...
La lampada era spenta e non ricordava che la magia del fare che l’avrebbe portata poco lontano, se non causata una forte dissenteria ai suoi nemici o procurato dolori allo stomaco; la spada nelle sue mani era divenuta greve come un macigno, in quel momento la sua lampada prese calore e forma assorbendo anche la sua energia e diventando uno scudo di forza che la proteggeva temporaneamente, ma la Luce nera non si formava: era passato poco tempo dall’accensione della lampada ed era impossibile avere questa arma.
Sagitta si guardò intorno, lasciò cadere la spada, afferrò il coltello e tagliò una gola, poi esausta si abbandonò ai propri persecutori convinta di dover morire da un momento all’altro.
Svenne.
Quando riaprì gli occhi con stupore vide che il campo era ingombro dei corpi dei suoi assalitori, ed accanto a lei una mano leggera e dolce si posava sulla sua fronte:
“Piccola maga, sono qui con te. Per questo tratto di via mi appartieni, non posso permettere che tu scompaia, sei troppo importante per la tua missione e per me. Fermati un istante, quella è la mia casa per la caccia... fermati con me almeno per questa notte nel mio angolo della terra, fermati ad osservare il serpente color smeraldo, fermati e prendi un raggio di sole con me”
Sagitta non ricordava più nulla, persa ancora in quegli occhi magnetici e quel corpo caldo, maschio e forte...  che sarebbe avvenuto?