Oramai la notte era arrivata di nuovo e Sagitta comprese che era giunto il momento di riprendere il viaggio intrapreso attraverso Arcano.
Trasmise al suo compagno con gli occhi questa sua decisione: era momento di portare energia a questo mondo diviso e diverso, l’energia da cui era nata Sagitta.
Salirono sulle rispettive cavalcature muti e consci del destino che li attendeva, senza alcun timore, senza alcun dubbio, incontro al proprio destino per cambiarlo come lui le aveva detto..
Proseguirono, senza più bisogno di parlare, non ve n’era bisogno.
La meta era lontana, la missione pericolosa.
Per un lungo tratto del percorso si udiva solamente il rumore degli zoccoli dei cavalli che sollevavano piccoli vortici di polvere sul sentiero.
L’unica luce la lampada di Sagitta che rendeva visibile il cammino.
Silenzio e complicità, il mistero della notte senza luna costellata di stelle li avvolgeva, senza alcuna pietà.
Si trovarono al limitare di una radura alle porte della kioskas di Nistra, i boschi tutt’intorno erano cupi occhi vuoti che incutevano solo gran timore.
Un rumore lontano fece girare la testa al cavaliere che saltò dal cavallo velocemente, imitato da Sagitta.
I destrieri si allontanarono rapidi mentre egli estrasse il poderoso arco dalla schiena, afferrando la maga e nascondendola dietro di sé per proteggerla.
La fronte di Sagitta iniziò ad irradiare una luce dorata, con gli occhi chiusi ed i capelli mossi dalla brezza notturna, le morbide labbra di Sagitta si muovevano senza proferire alcun suono, il tempo si era fermato, il pericolo in agguato si respirava.
Un bagliore tradì la presenza di qualcuno che si muoveva armato nell’oscurità della radura, le cui intenzioni non erano sicuramente benigne, quali nemici ancora c’erano da affrontare e perché proprio ora?
Il torace dell’uomo si muoveva lentamente al ritmo del suo respiro, un sudore freddo gli imperlava la fronte, gli occhi roteavano guardinghi impegnati nella ricerca di quel nemico sconosciuto.
Sagitta disse: “Mio signore, alla tua destra sono in due”
Nell’erba alta – parlava ad occhi chiusi – la sua magia era espansa al massimo: vedeva (vedeva?) la fine della lotta, i nemici che attaccavano due per volta, briganti alla ricerca di femmine, assassini in cerca di denari o nemici in cerca del potere, ma chi li aveva avvisati del loro arrivo?
L’oscuro principe si levò potente brandendo la sua lama ed incuneandosi con la schiena per rendere più ferale il suo colpo, e falciando i corpi coricati nell’erba armati sino ai denti.
Chi aveva bisogno di luce con Sagitta al fianco... era meglio di qualsiasi lampada, era meglio di qualsiasi maga ora che era nel pieno delle sue facoltà, la sua aura radiosa la rendeva bersaglio mobile, piccola ed indifesa, ma grande nella pienezza della sua bellezza e del suo fulgore.
Sangue, ancora odore dolciastro e amaro di sangue, scatenò l’ira dei congiurati lì convenuti per aggredirli, cercando di mirare Sagitta cadevano sotto i colpi della lama ferale del suo compagno, dimezzati, squartati, mentre Sagitta si esprimeva nella multilingua dei maghi, multilingua ben compresa dal suo principe: “eiaki ueleke asirask untred “ la lingua dei morti.
E Sagitta continuava a guardare nel futuro ed in lui si perdeva, s’indeboliva, Sagitta debole fiamma di vita; mentre la lotta infuriava, lei continuava ad indicare l’ubicazione dei nemici e le loro armi e le loro intenzioni: l’avrebbero violentata, usata, influenzata, costretta al loro potere tenendo il suo signore come ostaggio ma non avrebbero vinto.
Perché l’eroe dalla liscia lama lucente avrebbe provveduto a difenderla uccidendoli tutti uno per uno, affossando la vita dalle loro guance, portando via lo sguardo dai loro occhi; era un eroe, non un assassino, un principe nobile ed orgoglioso non avrebbe permesso…..
“A noi la donna, e lui verrà ucciso – la voce era inconfondibile – l’antico nemico (passato e futuro si ripetevano) prendete quella strega"
Sagitta spalancò gli occhi che mandarono lampi oscuri, alla risposta del suo re: “Chiunque la tocchi dovrà vedersela con me”
Consapevolezza, consapevolezza di appartenere, di essere difesa, consapevolezza di avere un uomo vero alle spalle, un uomo che non avrebbe permesso che nulla le accadesse, ed orgoglio di lui.
Sagitta si sentiva meglio, era l’energia positiva di questa passione che la nutriva, lei che cucinava con passione, che divorava cibi come divorava la vita, si nutriva d’energia d’amore.
“Am rsas ikira neminda, ukrus himseki”: andiamo verso nord, là è sicuro... inoltriamoci nella foresta, (nessuno avrebbe capito tranne che loro due, lingua antica di un mondo scomparso)
Non verso Nistra ma direttamente verso la kioskas fantasma per trovare i mezzi per effettuare la propria missione.
Ora dovevano fermarsi, erano entrambi esausti per l’intensa lotta sostenuta.
Fermarsi dove l’aura si accentuò e Sagitta chiese: “Mio signore, andiamo nella locanda qui vicino? Non temere, alcuno ti conoscerà; berremo, ci rifocilleremo e proseguiremo, tu devi restare celato agli occhi
degli hammers.. guai se riconoscessero chi sei e da dove vieni, perderesti ogni tuo potere, e il servigio che dobbiamo rendere a Nimira e a tutta la gente d’Arcano verrebbe vanificato per sempre.”
Sorpreso il cavaliere guardò negli occhi Sagitta... dunque ricordava, dunque sapeva chi era, non una volta lo aveva chiamato con il suo nome, fedele compagna di viaggio... con lei sarebbe stato al sicuro, sempre, ed il suo cuore si riempì d’amore e di rinnovato desiderio per quella piccola grande donna che nulla gli chiedeva e tutto gli aveva dato.
La baciò selvaggiamente e dolcemente insieme.
Si ricomposero, si pulirono i volti e ripresero il cammino verso la locanda: lì avrebbero trovato numerosi Hammers che conoscevano Sagitta, e lì egli avrebbe visto la sua donna farsi audace sorridere e ridere senza poterla toccare, abbracciare, senza poterle parlare quasi.
Arcano era comandato da un’Imperatrice e le Madras (governatori delle Kioskas erano tutte femmine, le amazzoni erano fiere combattenti) nessuno avrebbe capito la sottomissione di Sagitta nei suoi confronti: avrebbero solo visto errori, infamia nei confronti degli dei, chissà... forse avrebbero pensato ad una sorta di blasfemia il fatto che lei lo chiamasse mio signore, non lo sapeva, non desiderava creare altri problemi, voleva solo arrivare.... (oh tempi felici in cui non erano costretti a nascondersi e maledetta morte, maledetto destino che li aveva separati, luce e forza, potere e amore, uomo giusto per donna giusta, la perfezione al comando di un regno, il re e la sua maga) nulla poteva tornare indietro, nulla... solo proseguire e compiere la missione.
Entrò nella taverna fumosa e vide numerosi Hammer ridere e scherzare con Sagitta ed un lieve motto di fastidio gli strinse lo stomaco, ordinò del cibo, ma non aveva più fame.
Sagitta sembrava una stella splendente e parlava di loro due ma gli Hammers non comprendevano.
Sagitta sorrise all’ingresso del suo signore, chiamarlo col suo nome?
Mai e poi mai avrebbe rivelato chi era, era un costo troppo alto eppure si fece audace sorrise a tutti, ascoltò allegra la musica di Petros, conversò allegramente con Jarsali, rispose ai quesiti di Madras Kristal, sorrise alla freschezza d’Isabeau, versò del vino a Lord of Byron, si sedette accanto a lui e rise delle padelle di Kassandra morbide delle divertenti e colte battute di Kraig e conversò, conversò fino all’infinito.
Attese che il proprio principe uscisse e che anche per lei la notte fosse sicura ed uscì a tarda ora.... dopo una lunga ed allegra chiacchierata con Isabeau.
Ed ora uscendo dalla taverna incrociò i suoi occhi: “Sono ore che ti attendo, ti sento come un pugno nello stomaco, ti sento vicina e lontanissima, mia piccola regina”...
L’oscurità li inghiottì lasciando dietro la scia del loro profumo e della loro passione.