Quello di Shulamit fu il primo volto che videro i miei occhi dopo venti anni di oblio. Sdraiato sull'erba umida, sotto la pallida luce della luna che rischiarava appena la leggera foschia che ammantava tutto di una irreale atmosfera, l'unica cosa che non mi spaventava erano quegli occhi neri che mi fissavano e la mano fredda che mi pettinava e mi detergeva la rugiada dalla fronte.

A fatica le chiesi il nome e mi rispose con una voce fredda quasi quanto la sua mano "come vi sentite? mi chiamo Shulamit".

Come mi sentivo? stanco, invecchiato. L'ultima cosa che ricordavo era lo sguardo di un "piccolo" drago dorato, acciambellato su una montagna di monete d'oro e rubini, frutto delle razzie nei villaggi e nelle città del Niflheim.
Non sapevo nulla della spedizione che, insieme ad altri tre compagni, avevamo intrapreso per recuperare gli averi della gente delle nostre terre, non sapevo che fine avessero fatto i miei compagni. Mi rendevo solo conto che, a giudicare dalla folta barba che mi era cresciuta sui viso, qualcosa di davvero strano e misterioso doveva essere accaduto.

Shulamit, aiutandomi e sorreggendomi mi accompagnò sino ad una vecchia torre semi diroccata, poco lontano da dove mi aveva trovato. Camminando a fatica sul prato soffice, respirando l'aria fresca di fine estate, già carica dell'umidità e dei presagi dell'autunno ormai alle porte, lentamente recuperai un poco delle forze che avevo un tempo. Indossavo ancora il mantello di pesante tessuto grigio, dono di mia madre, che mi aveva protetto dalle più rigide intemperie ma che era liso e consunto in più punti. La spada che era di mio padre e che egli mi aveva donato in occasione di quella spedizione pendeva ancora nel fodero al mio fianco ma la ruggine ne aveva preso il pieno controllo.
Pareva quasi che io fossi rimasto addormentato per mesi, sotto qualche misterioso incantesimo del semidivino dorato

Scoprii che mi sbagliavo, non ero stato addormentato per mesi, bensì erano trascorsi venti anni dall'ultima volta che avevo visto le stelle in cielo. Evidentemente il drago, stanco di vedermi a fare il soprammobile in qualche angolo della sua tana, mi aveva gettato lontano, o forse mi aveva semplicemente concesso una nuova opportunità, lontano dalla mia terra natale.

Qualsiasi cosa successe, fu un nuovo inizio.

Certo, ricominciae una vita da zero alla soglia dei quarant'anni non è mai una cosa facile e di certo non è facile quando le uniche cose che possiedi sono un paio di stivali, un mantello logoro ed una spada arrugginita. Come succede sempre in queste situazioni, mi legai, più o meno inconsciamente, all'unica persona che conoscevo: Shulamit.

Dopo il mio risveglio nei campi presso la torre nera, rividi spesso Shulamit nei giorni successivi. Mi aiutò con qualche moneta, necessaria ad acquistare pochi attrezzi per lavorare il legno e fu grazie a quelli che riuscii a sistemare, un po' alla volta, un vecchio capanno di caccia abbandonato, costruito sull'argine del fiume che dal giardino delle delizie, passando nelle vicinanze del lazzaretto, s'andava a perdere nelle paludi a sud.

Costruii anche un semplice arco da caccia utilizzando il legno di frassino ed una corda di canapa. Dopo le prime catture, lo rinforzai con qualche striscia di pelle di coniglio selvatico e fu un buon inizio, perchè mi consentì sia di riempire la pancia che di fare qualche moneta vendendo la selvaggina al mercato.

Più passavano i giorni e l'autunno rubava sempre più tempo alla luce del giorno, più trascorrevo le mie serate in compagnia di Shulamit. Mano a mano la conoscenza si approfondiva, scoprii molti lati del suo carattere che detestavo profondamente: il fatto di essere stata allevata in giovane età da un demone che le aveva ammazzato la famiglia aveva fatto di lei una persona fredda in superficie, crudele a volte, ma con un animo tumultuoso e rovente come un vulcano. Seguiva la via del male, gli insegnamenti di Simeth, ma mi aveva salvato e mi aveva aiutato. Non capii mai del tutto il perché.

Nonostante detestavo molti dei suoi comportamenti, finii con l'innamorarmi di quella scintilla di bene che brillava nel suo animo, come brilla la luce di una candela in una stanza completamente buia.

La baciai una sola volta, pioveva e mi ero rifugiato nella sua piccola dimora ai piedi della rocca dei venti. C'era il fuoco acceso, stava per fare sera ed io ero inzuppato come un pulcino caduto in uno stagno. Senza dire nulla mi sfilò gli abiti di dosso e mi fece sedere sull'angolo del grande letto che troneggiava nella stanza, coperto da fini lenzuola di nero raso. Mi asciugò i capelli che avevo conservato lunghi, legati con un laccio dietro la nuca, con un asciugamano di lino, poi mi abbracciò alle spalle, baciandomele con una dolcezza che non avevo mai conosciuto fino ad allora.

Mi voltai lentamente e la baciai lasciandomi trasportare da quell'emozione che era per me una novità e lasciai che Shulamit mi scivolasse addosso portando con se lo stesso brivido che provoca il vento caldo del deserto. Tenevo gli occhi chiusi, respiravo quella sensazione di calore e di passione che mi rapiva i pensieri. Poi un dolore improvviso alla schiena mi fece spalancare gli occhi.

Shulamit stava seduta su di me, mi fissava con uno sguardo gelido ed inespressivo mentre sulle guance immobili scivolavano lente alcune lacrime. Le braccia semiaperte mostravano il suo seno prosperoso ma teneva le mani con i palmi rivolti al cielo, come stesse pregando. Dalle unghie, diventate più lunghe del normale ed affilate come rasoi pendevano piccoli brandelli di pelle rossi di sangue. Ringhiava sommessamente.

Il dolore alla schiena mi fece capire che ero stato ferito, superficialmente, per fortuna, ma il mio amore aveva risvegliato il demone di Shulamit ed in quel preciso istante compresi che non ci sarebbe mai stato un futuro per noi. Raccolsi i miei vestiti ancora fradici e fuggii da quella casa per non metterci mai più piede. Eppure l'amavo.

Non ero ferito in modo grave, pochi giorni furono sufficienti a rimarginare i profondi graffi delle unghie demoniache di Shulamit. Eppure la ferita più profonda doveva ancora essermi inferta.

Un pomeriggio la incontrai nel borgo, mi sedetti accanto a lei e mi raccontò tra le lacrime quando fosse dispiaciuta per quello che era accaduto solo poche sere prima. Mi disse di amarmi ma che non c'era modo di estirpare da lei quel demone ed io le risposi che sarei rimasto lo stesso al suo fianco se avesse voluto. Ci lasciammo che era già buio "vado a dormire, sono stanchissima" mi disse.

Io dovevo allontanarmi per una commissione, feci ritorno ben oltre la metà della notte e per un caso mi trovai a passare proprio sotto le finestre della casa di Shulamit. Erano illuminate.

Mi preoccupai, pensai che stesse male e che forse potevo esserle d'aiuto a quell'ora tarda perciò accorsi a guardare dalla finestra cosa stesse succedendo.

Ciò che vidi cambiò il corso della mia vita: Shulamit ed un altro uomo, nudi, l'una a cavalcioni dell'altro, lei che si trastullava col suo sesso, cavalcandolo a più non posso e godendone in molti altri modi in un amplesso senza fine.

Rimasi immobile, raggelato dal quella scena mentre nella mente riecheggiano le sue parole d'amore espresse solo poche ore prima. Rimasi immobile fino a che il mio volto, illuminato dalla luce che filtrava dalla finestra, non fu scoperto. Ed allora fuggii. Corsi a piedi per le strade deserte del borgo, scivolai più volte sul fango e sulle mie lacrime amare, fuggii senza meta, mi bastava correre il più lontano possibile da quel dolore che mi inseguiva.

La mia corsa finì contro il portone della caserma dell'esercito, l'ultimo edificio a sud dell'abitato. Rimasi fermo un'ora, credo, a fissare quell'enorme portone rinforzato in ferro. Poi entrai, per uscirne con la divisa addosso.

Mi arruolai nel V Reggimento balestrieri "Thunder", nome altisonante per un reggimento di disperati in cerca di qualche soldo oppure in fuga da una vita che aveva preteso troppo da loro. Ero in una compagnia di soli 5 uomini e per la maggior parte del tempo gli unici compiti che dovevamo portare a termine erano i presidi nei luoghi governativi ed le pattuglie per le vie del borgo. Non fu però tutto tempo sprecato, imparai ad usare bene arco e balestra in quei mesi e questo mi venne utile, anni dopo, in situazioni molto pericolose.

Un tardo pomeriggio, circa due mesi dopo l'episodio di Shulamit, ero di stanza al presidio nella cittadella fortificata. La nostra compagnia, assieme ad altre, si stava allenando al tiro con l'arco sotto la supervisione di un sergente esperto. Riconobbi la voce di Shulamit che mi chiamava oltre il cancello e feci appena in tempo ad avvisare il sergente che la conoscevo perchè la guardia sulla torre all'ingresso stava per scoccare una freccia nella sua direzione, vista l'insistenza con la quale voleva entrare nella cittadella.

Mi fu concessa una breve licenza per calmare la donna, ma, appena ci allontanammo dalla cittadella lungo il sentiero, Shulamit svenne tra le mie braccia. Il lazzaretto non era distante. Corsi laggiù ove sicuramente l'avrebbero potuta aiutare ma in effetti non potevano fare molto.

Shulamit era incinta, forse dell'uomo che vidi quella notte. Forse di me, anche se era impossibile. Le diedero qualche consiglio che lei certamente non avrebbe seguito e la rimandarono a casa, non prima di averla iscritta sul registro delle famiglie: madre Shulamit, padre Goldarm.

Chi visitò Shulamit mi vide piangere quando le annunciò la sua condizione e semplicemente pensò che quelle lacrime erano il frutto della gioia di un uomo che stava per diventare padre, non di chi era stato tradito e si trovava ora di fronte all'annuncio del frutto di quel peccato.

Shulamit mi disse di voler entrare nelle schiere dei monaci di Simeth e che quel bambino sarebbe nato sul nero altare del male. In quell'istante decisi che non sarebbe mai dovuto accadere, che quello era mio figlio e che l'avrei protetto da sua madre. Non riuscii a portare a destino quasi nessuno di questi miei desideri.

Andavo di tanto in tanto al tempio a spiare Shulamit mentre pregava il suo Dio di fronte al nero altare.
Un pomeriggio però, mentre transitavo per lo stesso luogo ove tutto aveva avuto inizio, udii le sue urla concitate provenire dall'interno del tempio, poco distante. Spronai il cavallo e lo lanciai in un breve galoppo verso la scalinata del tempio, appena in tempo per afferrare Shulamit al volo, caricarla in sella e salvarla dalle ire di un monaco infuriato quanto possente che voleva ucciderla perché non intendeva far nascere il bambino in quel luogo di culto.

La accolsi e le diedi riparo nel mio capanno di caccia lungo il fiume e li la baciai per l'ultima volta. Tentò di uccidermi stavolta, con uno stiletto dono del suo amante, ma riusciii ad afferrarne la lama con la mano sinistra prima che mi raggiungesse il cuore. Ogni volta che osservo la grande cicatrice sul palmo della mia mano ricordo quel momento.

Venni ucciso da Drogus, l'amante di Shulamit, pochi giorni dopo. Mi ero informato su chi fosse quest'uomo, laido mercante di schiave, sadico proprietario di un harem variopinto e servizievole. Era la somma di tutto quello che avevo sempre detestato in un uomo. E lei l'amava.

Una notte, ritornando sotto il diluvio da un presidio, raccolsi una fanciulla sperduta nel bosco e l'accompagnai in taverna a riscaldarsi, mettendola al riparo dal diluvio che imperversava. Drogus mi aveva seguito evidentemente e sotto la minaccia di uno stiletto mi condusse all'esterno, dove c'era Shulamit ad attenderci.

Ricordo molto bene il mo silenzio e le sue urla isteriche mentre il suo amante mi trafiggeva la gola con lo stiletto. Ricordo il mio sangue mescolato al fango sui miei stivali, ricordo il buio che arrivava.

Qualcuno mi raccontò che Shulamit, cercando di salvarmi, mi aveva caricato di peso sul cavalo e mi aveva portato al lazzaretto ove ero giunto ormai esanime. Restò tutta la notte a vegliare il mio cadavere e se ne andò solo alle prime luci di una fredda alba di fine autunno.

Quando il rituale di ricongiungimento fu portato a termine, i primi occhi che vidi furono quelli di Sigalit, la ragazza che avevo soccorso la sera in cui ero morto. La vita ricominciava al suo fianco, ma i fantasmi del mio passato non cessarono di inseguirmi.

Shulamit mi cercò qualche sera dopo, mi disse che a breve sarebbe stata accolta tra le schiere dei monaci di Simeth ma che doveva prima portare a termine una cosa e per l'amore che mi aveva legato a lei mi fece giurare che non avrei mosso un dito quella sera, nonostante dovevo essere presente ad un incontro.

Mi condusse nel magazzino della taverna, un posto squallido ove alcuni individui dalla dubbia moralità stavano discutendo ad un tavolo all'angolo. Mi fece nascondere dietro ad una enorme botte da dove potevo vedere, restando nell'ombra, quasi tutto l'ampio locale.

Giunse un piccolo drappello di uomini e Shulamit si mise a parlare con loro. Potevo udire quasi tutta la conversazione, ella insisteva che questi avrebbero dovuto portare a termine ciò per cui erano stati pagati e loro insistevano a dire che non potevano... uccidere una donna incinta. Sapevo a cosa si stavano riferendo ma non intervenni, l'avevo giurato. E non sarebbe servito a nulla. Ero disarmato contro cinque uomini robusti, esperti e ben armati. Una follia.

Shulamit, adirata, scagliò il suo stiletto verso il capo di questo manipolo ma il colpo non andò a segno e lo stiletto cadde ai miei piedi.

Mentre lo raccoglievo da terra ed abbassavo lo sguardo, udii un rantolo sordo, il cuore cessò di battermi per un istante, poi cominciò a galopparmi furiosamente in petto, il sangue mi si gelò nelle vene.

Shulamit era morta. Trafitta al ventre da un colpo di spada che l'aveva trapassata, uccidendo anche il feto.

Il mio nome, il mio passato, il figlio che non era mai stato mio, la donna che avevo amato, le speranze di una vita serena erano riverse a terra in una pozza di sangue. I cinque uomini si erano dileguati ed il magazzino era deserto.

Con delicatezza presi tra le braccia il corpo di Shulamit, salii le scale fino all'esterno e camminai per ore sotto il diluvio, verso il lazzaretto, portando con me i lugubri resti di due vite che avevo amato. Il lazzaretto era deserto, le deposi su una branda isolata e le vegliai sino al mattino, pregando le stelle che potessero accogliere l'anima di quel bambino che non sarebbe mai nato.

Poi me ne andai.

Un mese dopo, da un angolo del tempio nero osservai il rituale di ricongiungimentio di Shulamit e seppi del suo ingresso tra i monaci, d'altro canto, a quel punto, non c'erano più impedimenti. Sapevo che i monaci erano per lei solo una scusa per soddisfare il suo desiderio di umiliazione. Seppi in seguito che per alcuni di essi, Shulamit era una serva fedele ed ubbidiente. Seppi anche che fu cacciata quando si scoprì che la sua fede non era così radicata ma che erano le sue intime pulsioni ad averle fatto scegliere la via del tempio.

L'incontrai solo un'altra volta, molti mesi dopo, di sfuggita. Ero ricoverato al lazzaretto dopo una brutta avventura che mi aveva ridotto in fin di vita.
Percepii una mano sfiorarmi il volto ed, aprendo gli occhi, riconobbi il suo sguardo seminascosto da un cappuccio. Era invecchiata di colpo, il viso scavato, emaciato e pallido non somigliava lontanamente alla donna che avevo visto sdraiato nell'erba umida solo un anno prima.

"Addio, abbiate cura di voi" furono le ultime parole che mi disse. Non la rividi più.