Quando riaprii gli occhi, nella camerata c'era poca luce. Il tanfo indicibile delle spezie e degli altri preparati medicinali si mescolava con il puzzo latente della malattia e delle ferite dei tanti ospiti del Lazzaretto, allineati su semplici brande di tela, su due file il lati dell'ampio corridoio centrale.

Avevo freddo, ero bagnato, sporco di fango, di vomito e di escrementi, ogni singolo muscolo, ogni osso del mio corpo, ringhiava all'unisono con gli altri un dolore sordo, l'effetto della fatica inumana che aveva dovuto sopportare il mio corpo.

L'acqua gelida del pozzo, nel cortile sul retro dell'edificio, assieme allo sporco mi tolse le poche forze che mi erano rimaste, così trascorsi il resto di quella notte d'inverno accoccolato accanto alla stufa a legna mentre Lheyla, la cerusica che mi aveva in cura (e per la quale non nutrivo molta simpatia, visto il trattamento che mi aveva riservato) mi raccontava quello che era accaduto nei giorni precedenti.

Scoprii che avevo trascorso gli ultimi mesi in balia della maledizione del Lich, il malefico stregone antagonista del clan Braveheart di cui facevo parte. Con i suoi poteri magici mi aveva soggiogato, azzerato la volontà, cancellato ricordi e mi aveva condotto sulla via della follia. Successe sulla via per le nuove terre, quando, con la spedizione del clan, venimmo aggrediti da un battaglione di scheletri guerrieri dalle armi maledette. Fui ferito da uno di loro e la maledizione del Lich mi colpì,

Nel periodo che seguì, aggredii una cerusica strappandole un orecchio con un morso e per più di un mese fui alla mercé delle forze oscure, fino a che il clan non riuscì a catturarmi.

La sera precedente il mio risveglio al lazzaretto, Lheyla mi disse che ero stato sottoposto a qualcosa di simile ad un esorcismo da parte di alcuni chierici, dopo che lei aveva cercato di "curarmi" svuotandomi l'intestino con un clistere bollente e placando la mia furia con secchiate di acqua gelida.

Non so quale delle due cure fu la più efficace, di certo entrambe stravolsero il mio fisico già messo a dura prova dal periodo precedente.

Impiegai due o tre giorni a riprendere le forze sufficienti a rimettermi in piedi decentemente, tempo che trascorsi per la maggior parte tra le camerate del lazzaretto, la sala di attesa ed il cortile sul retro, aiutando quanto possibile chi era in condizioni peggiori delle mie. Ancora non ne ero conscio ma un meccanismo strano era scattato nei miei pensieri e tutte le energie che un tempo avevo dedicato alla lotta ed al combattimento si stavano dirigendo verso qualcosa di più positivo.

Dovetti affrontare un'altra prova, prima di potermi gettare alle spalle quella vicenda: il processo per l'aggressione alla cerusica. Si chiamava Fabia, era una delle cerusiche più laboriose, una precettrice al tempo della mia aggressione, se non ricordo male. Mi vergognai tantissimo a rivolgermi a lei, dopo la mutilazione che ero stato capace di infliggerle.

Portava i capelli lunghi, a coprire quasi completamente il lato del viso sul quale restava soltanto un pezzetto di cartilagine ed una ampia cicatrice. Non osavo sollevare lo sguardo mentre cercavo, farfugliando, di domandarle perdono, spiegando che in quei momenti non era la mia volontà a far di me un mostro pericoloso, ma quella del tremendo stregone che mi aveva soggiogato.

Mi colpì l'attenzione con la quale Fabia non solo mi diede ascolto, ma addirittura ritirò la denuncia a mio carico che pendeva presso il tribunale, dopo la sua aggressione. Alla vista della sua mutilazione mi ero deciso a sopportare anche un periodo di carcere, perché, nonostante tutto, il responsabile materiale di quel gesto ero stato io. Non ce ne fu bisogno: le accuse a mio carico caddero per manifesta incapacità di intendere nel momento in cui compivo quell'efferato crimine.

Se ci ripenso, non so con precisione cosa mi spinse a presentare domanda per diventare un cerusico, ma certo giocò un ruolo importante quel gesto di Fabia e la vicinanza di Lheyla che, nonostante le mie diffidenze nei suoi confronti, mostrava sempre verso di me un atteggiamento serio e rispettoso, ma nel contempo anche amorevole, benché non compassionevole.

Mi ripresi in breve tempo e cominciai a frequentare il lazzaretto ancor prima che la mia domanda fosse presa in esame dalla mastro di corporazione. Cominciai a fare visita ai malati ed ai feriti e scoprii che era una via che mi poteva dare tantissime soddisfazioni, molto più della vita militare a cui mi ero dedicato anima e corpo da quando prima Shulamit e poi Sigalit erano scomparse dalla mia vita.

Da soldato avevo imparato ad uccidere una persona, a maneggiare le armi, ad essere disciplinato ed obbedire anche agli ordini più stupidi (anche se a dire il vero questo aspetto non mi era mai entrato del tutto nella testa), da cerusico potevo occuparmi di salvare quelle vite, di dare speranza ai malati, di regalare un sorriso ad una nuova famiglia. Era una forma di riscatto della mia coscienza e della mia anima.

Non trascorse molto tempo prima che Debby, la mastro di corporazione, mi convocasse per accertarsi della mia preparazione scientifica di base.

Debby era una donna di una età imprecisata tra i trenta e i quaranta anni, spesso seria, era palese che nascondesse nell'animo qualche turbamento e che in passato avesse avuto un carattere differente. Nei suoi gesti, nelle parole, si sentiva l'eco di una gioia scomparsa eppure ancora desiderata, oppure celata così gelosamente che nessuno doveva vederla. Eppure c'era altro che nascondeva, ma non avevo ancora imparato a conoscerla a fondo e quell'aura di mistero mi affascinava.

Superai il colloquio di ingresso alla gilda dei cerusici senza troppe difficoltà e venni accolto con molte speranze anche dai nuovi colleghi. Avevo poche cose personali con me e decisi di stabilirmi in una stanzetta accanto alla sala medica al piano superiore dell'edificio del lazzaretto. Era una specie di ripostiglio inutilizzato da anni, ma per la prima volta dopo quasi un anno dormii in una branda asciutta ed in un edificio riscaldato.

Nei giorni immediatamente seguenti cominciai il mio apprendistato volto a farmi diventare un cerusico a tutti gli effetti. Cominciai lavando i pavimenti delle camerate.

A dire il vero fu una decisione personale, ma riscosse una certa approvazione giacché, dopo che ebbi finito di levare la lisciva che avevo sparso sul pavimento, quello stesso pavimento ritornò del colore della pietra e lo strato di polvere, fango, sangue e medicamenti che lo ricopriva venne a mancare.

Mentre aiutavo a trovare una branda peri feriti che giungevano dai luoghi più disparati del granducato o rassettavo la cucina o le latrine, avevo modo di studiare come si effettuassero le cure più disparate, come si affrontassero le emergenze e che tipo di aiuto fornire, anche solo con le parole, a chi giungeva in condizioni a volte davvero critiche.

Di li a pochi giorni cominciammo anche a seguire le lezioni teoriche e pratiche che Lheyla teneva nella stanza accanto a quella in cui dormivo. Imparai a conoscere le erbe medicamentose e gli altri preparati alchemici di cui si faceva grande uso sui pazienti ed imparai anche a sfruttare quello che c'era a disposizione quando i medicamenti non erano disponibili, prestando un soccorso più efficace possibile, per poi approfondide in seguito le cure.

Al contrario di altri, non mi infastidiva più di tanto l'odore acre della carne bruciata dal cauterio, il piccolo coltellino arroventato che si usava per cicatrizzare le ferite più profonde. Le mie esperienze in battaglia erano state sufficienti a sollevarmi da questo genere di sensibilità. Forse fu per questo motivo che cominciai ad apprezzare che fosse Lheyla ad insegnarmi il mestiere. Scoprii dai suoi racconti che aveva militato per anni nell'Armata Ducale e che molte volte aveva visto la morte in faccia ed aveva visto cadere al suo fianco i suoi compagni d'arme: aveva maturato la mia stessa insensibilità verso quel genere di ferite, la mia stessa sensibilità verso ferite molto più profonde, invisibili agli occhi ma dolorosissime per l'anima.

Più passava il tempo, più vedevo in Lheyla una figura che mi era sempre mancata: quella di una sorella. Capitava spesso che, nelle sere più calde e più tranquille, ci fermassimo a parlare di quello che ci accadeva attorno, seduti sui gradini di pietra dell'ingresso del lazzaretto, oppure che trascorressimo insieme il tempo libero andando a caccia di conigli nel bosco antistante la sua casa.

Sotto la guida esperta di Lheyla ogni giorno avevo modo di mettere alla prova le mie capacità di cerusico e di imparare nuove tecniche. Appresi nuove abilità, cominciai a saper riconoscere la malattie dai segni del corpo, e per le tante razze diverse che popolano il granducato, ebbi modo di accrescere così tanto la mia conoscenza che riuscii a superare brillantemente l'esame di abilitazione per divenire cerusico effettivo. A dire il vero la mia aspirazione era quella di diventare un segaossa.. ma ovviamente la Fortuna volle il suo pegno e, Mastro Debby rivoluzionò la gerarchia della gilda, proprio la sera del mio esame.

Appena il tempo di ricevere la spilla di cerusico e venni spedito lontano dal lazzaretto, al seguito di Leoni ed Esploratori che si avventuravano dopo molti anni a sud delle mura antiche, ove sorgeva, un tempo, il centro della cittadella. Al limitare di quel territorio desolato sorgeva l'enorme edificio della vecchia gendarmeria, le cui mura possenti avevano resistito all'assalto degli eserciti ma di certo l'intera costruzione aveva vissuto tempi migliori.

Feci di necessità virtù ed allestii là dentro una infermeria da campo. Mandai a comprare i medicamenti necessari e gli erboristi me li inviarono con una spedizione che per loro fu massacrante. In quella occasione rividi Sheol, la drow che mi aveva ferito la sera successiva il mio "risveglio" ma che mi aveva risparmiato la vita: era lei a guidare la spedizione degli erboristi.

Nei lunghi giorni che trascorsi in quel presidio così lontano dalla confusione del lazzaretto e dagli impegni quotidiani, il tempo scorreva lento e la noia era seconda solo alla fame che la necessità di razionare le vivande imponeva, a discapito di qualche coniglio selvatico che riuscimmo a mettere sullo spiedo.

Il lungo periodo di inattività mi aiutò ad approfondire la conoscenza di una donna che avevo incontrato in precedenza ma che non mi sarei aspettato di trovare fuori dal granducato. In un'ala a lei riservata all'interno della vecchia gendarmeria, trovava infatti alloggio Euridice, Shalafi del crepuscolo. Non riuscii a spiegarmi immediatamente il motivo di quella presenzala cui identità conoscevano molte poche persone. Servirono diversi giorni acchè io scoprissi che Euridice custodiva una pietra magica in grado di soggiogare la volontà di un orco e quella spedizione in realtà era rivolta alla ricerca di un gruppo di queste creature che non si erano mai viste in quelle terre.

Venne catturato un orco e devo dire che fu una grande occasione per me: era ferito e fu incaricato di curarlo affinchè stesse in vita almeno il tempo necessario ad essere interrogato da Euridice per mezzo della sua pietra magica.

Nessun cerusico aveva mai avuto la possibilità di avvicinare un orco e di studiarne la fisiologia prima di me. Ero emozionato, finalmente quell'interminabile attesa era servita a qualche scopo. Appena mastro Debby venne a conoscenza della situazione fece in modo di inviare al mio fianco Alisya: solo dopo scoprii perchè e fu in quella occasione che ebbi modo di cominciare a valutare come quella coppia di donne avesse a cuore solo il loro interesse e la loro immagine. Riuscii a resistere ancora alle richieste di rientrare al lazzretto qualche giorno, era evidente come Alisya cercasse di prendersi gli onori per il lavoro che avevo svolto e come Debby, allo stesso modo, la stesse coprendo, ma la mia mente era concentrata sull'orco e sugli aspetti medici di quella spedizione.

Venne la sera dell'interrogatorio e l'orco fu portato nello spiazzo antistante la vecchia gendarmeria all'interno di una gabbia. Era ferito gravemente e non avevo potuto intervenire su di lui come avrei dovuto. In realtà, il solo avvicinarsi a quella creatura rappresentava in se un grave pericolo,

Lo Shalafi Euridice utilizzò la pietra magica sull'orco e questo prese a controrcersi ed a gemere, parlando in una lingua antica e sconosciuta che nessuno pareva capire. La maggior parte dei soldati dell'Armata Ducale scherniva quella creatura, Euridice si sforzava di usare i suoi poteri per carpirne la conoscenza... fino a che nella mia anima si risvegliarono gli echi delle parole del Lich, il malvagio stregone che mi aveva soggiogato.

L'orco parlava la stessa lingua del mio antico, tremendo maestro.

Compresii che il mare non era lontano e che egli era solo un'avanguardia mandata in esplorazione. Tentai di curare l'orco mentre l'interrogatorio proseguiva, ma il potere magico della pietra, evocato dalla paura dell'orco per "draut", la sua luce, si scatenò in un lampo improvviso che gli tolse la vita.

Il giorno successivo feci ritorno al lazzaretto come mi era stato ordinato.

La stessa sera, Debby mi invitò a seguirla in una piccola grotta poco lontano dal lazzaretto ove ci attendevano Alisya e Lamantine. Inscenarono una piccola sceneggiata con lo scopo di consegnarmi la tunica da precettore. Prima di partire avevo avvisato mia sorella Lheyla che ci seguì e ci raggiunse nella grotta. Debby non gradì per nulla la sua visita inaspettata.

Pochi giorni ancora e Lheyla lasciò la gilda.

Lavorai tanto in quel periodo, fino a che mi resi conto che ero praticamente l'unico a farlo, mentre la cricca delle donne di Debby si spartiva il potere dei vertici di gilda. Lheyla mi stette accanto in quel periodo, o forse ci facemmo forza a vicenda, tanto da saldare così tanto la nostra unione che finimmo col considerarci fratelli a tutti gli effetti.

Fui cacciato dai cerusici per aver chiesto agli altri colleghi di lavorare e per aver messo in cattiva luce Alisya che, forte della sua carica, trascorreva ogni momento in compagnia del suo bel paladino, trascurando completamente il lazzaretto ed il lavoro, coperta e protetta da Mastro Debby che a lei consentiva ogni cosa.

Scoprii a mie spese come ero stato usato e preso in giro, cercai di trovare spiegazioni e giustizia, sperai che rivolgendomi agli organi che controllavano le leggi ed i mestieri avrei potuto migliorare le cose. Ottenni solo tante promesse mancate e tante delusioni, figlie di corruzioni e connivenze che permeavano tutto il tessuto delle alte sfere del granducato.

Vissi altre avventure, pagai al Sommo Ade il mio tributo di sangue e ritornai alla vita col sangue di una donna: Lheyla Skywalker Lonewolf.

Mia sorella.