Sigalit

Pioveva, la sera in cui morii. Lungo il sentiero che attraversava il bosco dei lupi il vento d'autunno fischiava lugubre il suo presagio d'inverno tra le fronde degli alberi. La pioggia incessante impastava la terra del sentiero rendendola flaccida sotto i miei stivali, tanto che non era nemmeno possibile cavalcare senza rischiare di fare scivolare il povero animale che conducevo per la cavezza. Il buio faceva il resto.

Camminavo in quel modo diretto verso il mio misero capanno dopo aver smontato da un inutile presidio in qualche luogo desolato dove mi avevano spedito a controllare i movimenti delle persone che di sospetto non avevano nulla. Il più delle volte finivo per allontanare lo sguardo da amanti che cercavano un po' di intimità lontano dalla confusione del borgo ed in quei casi anche il respiro si faceva flebile, sottile.

Quanto avrei desiderato, allora, essere accanto ad un focolare, abbracciato alla donna che mi aveva rubato il cuore! Peccato: quel posto era già occupato... molto occupato da un certo Drogus, mercante di oggetti preziosi. Probabilmente i più preziosi di tutti: schiave.

Camminavo in silenzio sotto la pioggia e potevo sentire l'acqua scorrermi sulla pelle sotto i vestiti, scorrermi sul volto scuro di fatica, di rabbia e delusione per le cose che erano accadute qualche giorno prima, camminavo ed un passo alla volta cercavo di allontanarmi dal passato, senza accorgermi che ben presto il destino mi avrebbe giocato uno dei suoi tiri pù crudeli.

Non so come me ne accorsi, ma tra lo scrosciare della pioggia e il rumore delle fronde degli alberi mosse dal vento udii un suono diverso da tutti gli altri: un piccolo singhiozzo, sommesso, quasi sospirato. E smisi di camminare.

Legai il cavallo (non ne ricordo il nome, era uno degli animali del reggimento) al ramo di un albero e lasciai correre lo sguardo, chinandomi un poco, a scrutare l'oscurità del sottobosco alla destra del sentiero. Guardai due volte, attentamente, perché ero certo di non avere avuto una allucinazione.

La vidi per la prima volta seduta nel fango sotto una enorme quercia, ad una ventina di metri dal sentiero, la schiena appoggiata al tronco ed il capo chino, nascosto nelle ginocchia strette al petto. Era bagnata come me, sporca come me, silenziosa come me. Piangeva come me.
Non le parlai nemmeno, mi avvicinai a lei e senza pensarci slacciai gli alamari del mio mantello grigio (l'unico ricordo di mia madre che avevo potuto conservare) e glielo posai sulle spalle, proteggendola come possibile dalla pioggia torrenziale che nel frattempo continuava a crescere di intensità.
Le tesi le mani e si alzò, affondando piedi nudi nel pantano di fronte al quale stava seduta. Per un interminabile istante fissò lo sguardo nel mio e mi trafisse con la stessa profondità del silenzio in cui restava assorta.

Era esile di corporatura e non feci alcuno sforzo a sollevarla di peso ed a farla montare in sella al cavallo del V reggimento "Thunder" che, paziente, mi attendeva vicino al sentiero. Non avrei percepito comunque nessuna fatica, i miei pensieri erano stregati e mi pareva quasi che quella pioggia fosse arrivata a lavare la mia anima e tutto il dolore che mi aveva accompagnato sino a quel momento scivolasse giù nel fango del sentiero come lo sporco su di una vetrata

"Avete bisogno di qualcosa di caldo, finirete per prendere un malanno" furono le uniche parole che le dissi, prima di sciogliere il nodo che teneva il cavallo al ramo dell'albero "vi porto ad una taverna non lontano da qui, di sicuro c'è un fuoco acceso, laggiù". Il suo sorriso semplice distese i tratti di quel viso un po' spigoloso che spiavo di soppiatto sotto il cappuccio del mio mantello, mentre mi avviavo a piedi lungo il sentiero della taverna, conducendo con me il cavallo e la fanciulla in groppa ad esso.

"Mi chiamo Sigalit, vi ringrazio per avermi aiutata" mi disse dopo che l'ebbi fatta sedere proprio accanto al grande camino che riscaldava la parete di fondo della grande locanda. Mi piacque quella sua voce sommessa, intonata e delicata, sussurrata quasi fosse il suono del vento tra le foglie.

Non feci in tempo a bere nemmeno un sorso del vino rosso che avevo ordinato. Poco dopo che l'oste ebbe lasciato sul tavolo accanto a noi la bottiglia ed i calici, sentii qualcosa premermi sul fianco ed una voce alle mie spalle sussurrarmi "usciamo di qui".

Riconobbi quella voce. Come non avrei potuto? Era lo stesso uomo che avevo trovato avvinghiato a Shulamit in un amplesso furioso, solo qualche sera prima. Non potevo fare altro che seguirlo fuori dalla locanda, dicendo a Sigalit di non preoccuparsi che sarei tornato di li a poco.

Non ritornai da Sigalit, quell'oggetto che sentivo puntato al fianco era uno stiletto. Sotto quella minaccia, disarmato, precedetti Drogus fino all'angolo dell'edificio, fino a che mi mise spalle al muro. Non so se fu un caso, se avesse seguito lui o se semplicemente lo stesse cercando, ma poco distante apparve Shulamit e si mise a gridargli "non farlo, ti prego" proprio mentre Drogus mi puntava lo stiletto alla gola.

Il cielo si fece bianco all'improvviso, come se un fulmine fosse caduto sulla mia testa. Udii solo un urlo strozzato e le ultime cose che i miei occhi fissarono furono le lacrime di Shulamit ed il mio sangue che si mescolava al fango sotto gli stivali.

Che strana è la vita: quasi quanto la morte. Cerchi di avere una certa integrità morale ed il primo bastardo che arriva ti deruba di qualsiasi affetto. Ed allora ti chiedi se quelle cose che ti hanno insegnato da piccolo avevano senso, oppure se tuo padre e tua madre ti hanno sempre mentito nascondendoti qual'è l'unica cosa che davvero conta nella vita: l'egoismo. E se nemmeno tua madre e tuo padre ti hanno raccontato la verità, non sperare di trovarla altrove. In un mondo di egoismo, nessuno fa niente senza un tornaconto. I tuoi sentimenti non esistono, hanno lo stesso valore dei sassi nel letto di un fiume.

Rividi la luce molti giorni dopo. Una luce abbagliate, dolorosa così com'era dolorosa e tagliente l'aria che mi riempiva i polmoni.
Sentivo la pietra fredda sotto di me e voci tutt'attorno che recitavano una litania sconosciuta prima che quella luce abbagliate mi lasciasse all'improvviso solo, in un silenzio che pian piano diventava un crescente brusio di voci diverse.
Non capivo, capii in seguito, ma quando i miei occhi cominciarono a distinguere i contorni di chi avevo innanzi, incontrai di nuovo lo sguardo che mi aveva rapito la sera prima: Sigalit era accanto a me e mi teneva per mano.

Non l'avevo incontrata la sera precedente, era trascorso quasi un mese, durante il quale il mio corpo era rimasto custodito al lazzaretto mentre un mistico dava la caccia alla mia anima, in qualche sperduto luogo dell'Ade. La litania che avevo udito era il rituale di ricongiungimento e quella luce abbagliante era il veicolo che stava riportando la mia anima nel luogo che mia madre le aveva destinato: il mio corpo.
Sigalit mi aiutò a rialzarmi con molta attenzione e mi condusse alla sua dimora nel bosco. Dormii tutta la notte ed il giorno successuvo, mentre il mio corpo si riabituava ad essere nuovamente... vivo.

I giorni che seguirono la mia resurgo furono tra i più belli della mia vita. Trasferii le mie poche cose dal capanno lungo il fiume sino alla "casa fungosa" come l'avevo ribattezzata io. La casa di Sigalit era davvero particolare, una grande costruzione in legno, a forma di enorme fungo che abbracciava una quercia secolare. La quercia svolgeva due funzioni molto importanti: prima di tutto era il sostegno principale della abitazione ed in secondo luogo era la tana di numerosi piccoli animaletti che condividevano la casa con Sigalit.

Un pomeriggio, rientrando da un turno di guardia, la trovai intenta ad aiutare una cerbiatta a partorire. Aveva usato le lenzuola del grande letto come giaciglio della bestiola ed io non ebbi altra alternativa che lavarmi le mani in tutta fretta ed aiutarla a fare nascere il piccolo cerbiattino. In realtà molti di quei gesti mi venivano naturali e non avevo ancora capito che quella strada sarebbe stata presto uno dei miei futuri.

Non trascorse molto tempo prima che il nostro fidanzamento cominciasse a diventarci "stretto". Contattai perciò una persona che poteva aiutarci a preparare adeguatamente la cerimonia di nozze ed insieme cominciammo a scegliere l'addobbo del tempio e le nostre fedi.
Sulla via del ritorno da quell'incontro ero raggiante. Tutto il dolore che Shulamit mi aveva lasciato in eredità era svanito, cancellato dalle labbra della mia Sigalit e dalle sue parole d'amore. Le diedi un bacio quella sera, prima di recarmi al presidio di guardia per il turno che mi era stato assegnato. Fu l'ultimo.

Tornai a casa il pomeriggio del giorno seguente e stranamente non la trovai. Cominciai a cercarla e, perciò, cominciai a visitare i luoghi più frequentati delle vicinanze, partendo dalla taverna che distava solo pochi minuti a cavallo. Qualcuno mi disse che l'aveva vista allontanarsi assieme ad un mercante di stoffe mentre parlavano di drappi per un vestito da sposa, ma qualcosa non mi tornava. L'abito doveva essere confezionato dalla persona che avevamo contattato insieme, che necessità c'era di rivolgersi ad un mercante presso una taverna di ubriaconi? Un mercante.. la taverna... Drogus.

Chiesi di nuovo di quel mercante e scoprii che le mie supposizioni, purtroppo erano fondate. Non c'era bisogno di nessuna stoffa particolare, Sigalit conosceva Drogus, lo aveva seguito di sua spontanea volontà, ovunque fosse andata, sapeva cosa le sarebbe accaduto e l'aveva accettato.

Chiesi l'aiuto di un mistico, un veggente, e quello che scoprii mi fece sprofondare nel baratro più profondo. Sigalit si era consegnata al suo aguzzino che, con l'aiuto di altre schiave del suo harem, ne faceva scempio, la torturava e ne abusava... rendendola felice.
Quello che vidi attraverso gli occhi del mistico era lo spirito di Shulamit che si era impossessato della mia Sigalit e godeva delle frustate, delle sevizie, dei ceppi e delle umiliazioni inflitte da Drogus e dalle sue concubine. In quel momento morii di nuovo.

Tornai alla casa fungosa, presi le mie poche cose e le riportai al capanno lungo il fiume, poi scrissi una lettera per Sigalit e la lasciai sul letto. Poche parole, a descrivere tutta l'amarezza di essere stato ingannato in quel modo, tutti i dubbi per lei che mi aveva rubato l'anima per consegnarla a chi mi aveva ucciso, mi aveva condotto ad un passo dall'altare per essere poi deriso, tradito ed umiliato. Il mio amore sincero valeva meno di una frustata sulle sue natiche, non era abbastanza emozionante, non aveva mai avuto alcun significato per lei.

Nel silenzio della mia vita, cercai di dimenticarla, ma il destino è sempre stato crudele con me. L'incontrai di nuovo un mese dopo. Entrò coperta di stracci nella solita taverna, tossiva, sul volto e sulle braccia portava i segni della peste. Non ci pensai due volte: il terrore che potesse contagiare altri, unito alla rabbia per ciò che aveva fatto a me mi fece agire di scatto. Mi levai il mantello e glielo gettai addosso, scaraventandola a terra e facendola svenire. Me la caricai in spalla come uin sacco ed in breve fui a casa sua.

La porta era aperta ed alcuni animaletti restavano ad attenderla oltre la soglia. Entrai di corsa, facendoli fuggire. La gettai sul letto mentre era ancora priva di conoscenza e recuperai il mio mantello avendo cura di appallottolarlo dall'esterno.

Poi presi un tizzone dalla cucina e diedi fuoco al letto.

Restai ad osservare le coperte di lino prendere fuoco e contagiare il pagliericcio sottostante che, in un improvviso crepitio, avvolse di fiamme il corpo di Sigalit. Restai a controllare che non potesse sfuggire al suo destino, fino a che anche le travi del soffitto non presero fuoco e tutto attorno a me divenne un inferno.

Della casa fungosa e di Sigalit rimase solo un mucchio di cenere che macchiava di nero la prima neve dell'inverno.

Così credevo, almeno.

Due anni dopo, una notte tornai in quel luogo e tra i pochi resti delle travi carbonizzate, notai risplendere un oggetto. Il braccialetto che le avevo regalato era posato su una trave quasi intatta, forse un animale cercando cibo da quelle parti gliel'aveva gettato sopra.

Mentre lo raccoglievo da terra rividi Sigalit di fronte a me, illuminata dalla pallida luce della luna. Temetti di avere di fronte un fantasma e stavo per fuggire, spaventato, quando ella mi rivolse la parola. Ricordavo ancora la sua voce dolce e sommessa e di nuovo mi trafisse il cuore.

Mi disse che le era stata concessa una seconda possibilità per redimersi, che io ero stato l'unico uomo ad averla amata davvero, senza chiederle niente in cambio che non fosse amore. Mi chiese perdono per quello che aveva fatto.. ed io perdonai.
Non so se feci la scelta giusta o meno, ma rividi Sigalit solo per pochi giorni. Venne a vivere nel capanno insieme a me e di quel periodo conservo un disegno di noi che fece con un carboncino su di una pergamena. Nel disegno ero accoccolato con la testa sulle sue gambe e lei mi carezzava i capelli.
L'amai come un marito ama la propria moglie, come se quelle nozze che non avevamo mai celebrato fossero invece avvenute e nulla fosse accaduto.

Una sera trovai una lettera sul tavolo: "Grazie per avermi perdonato, ho avuto la mia seconda possibilità ma il tempo che mi è stato concesso è giunto al termine. Stanotte un raggio di luna è venuto a prendermi per portarmi in un mondo dove esistono solo i sogni ed i ricordi. Niente sarà più come prima. Vi amo."

Niente è stato più come prima, da allora.
Non ho più rivisto Sigalit se non nel disegno appeso al muro nel capanno. Di tanto in tanto, nelle notti serene, un raggio di luna lo illumina di un riflesso argenteo e sento un cerbiatto frugare tra le foglie del prato.

Ma forse è solo un sogno.