Daniel Alessandri e Caterina Anselmi erano insieme ormai da alcuni anni. Facevano coppia fissa dovunque, all’interno di quella compagnia di amici che li aveva fatti incontrare.

Certo, lui non passava inosservato col suo fisico atletico, la carnagione leggermente olivastra e gli occhi di un verde profondo, eppure, quando Caterina gli aveva stretto la mano per la prima volta, lo aveva giudicato un po’ troppo… troppo. Come poteva essere anche simpatico e intelligente uno che già aveva avuto in dono tante altre doti? Forse era un po’ prevenuta nei confronti di quel giovane professore di educazione fisica che, le avevano detto le amiche, insegnava al liceo classico. Lei non poteva certo dirsi una sportiva e non amava granché neppure assistere dalle gradinate di un palazzetto dello sport alle partite di pallacanestro, tuttavia, quel pomeriggio di sabato di un inizio di novembre nebbioso non aveva avuto alternative all’invito delle amiche: «Dai, andiamo a vedere la partita della 4 Torri? Ci sono dei ragazzi da sogno!».

Quando si era ritrovata accanto Daniel, che seguiva con grande partecipazione le fasi dell’incontro, aveva solo cercato di immedesimarsi negli schieramenti e nei passaggi di palla per cercare di capire quali emozioni doveva dare tutto quel correre e sgambettare.

All’uscita, qualcuno le aveva presentato il suo vicino, che le aveva subito sorriso e si era unito al loro gruppo per una pizza. Non ricordava nemmeno di cosa avevano parlato, visto che si erano ritrovati vicini anche a tavola. Forse lei aveva risposto alle sue domande, informandolo che lavorava all’Inail, che si occupava di amministrazione, che era figlia unica e altre informazioni generiche e non compromettenti.

Se quell’incontro per Caterina era passato del tutto indifferente, per Daniel invece aveva lasciato un segno: quella ragazza, piccolina ma perfetta nei suoi capelli biondi, accentuati dal castano scuro di due enormi occhi, con quell’aria così apparentemente assente, suscitava in lui una curiosità stimolante.

Quando, qualche tempo dopo, ad una delle festicciole domestiche tipiche degli anni Sessanta, si erano rincontrati, Daniel era partito alla carica per cercare di conquistare quella che sembrava l’unica ragazza insensibile al suo indubbio fascino. Avevano ballato insieme varie volte e, quando qualcuno aveva abbassato le luci, lui aveva cercato di stringerla con particolare trasporto. Caterina, pur senza sembrare seccata, aveva subito ripristinato le distanze.

Un paio di giorni dopo, lui le aveva telefonato: le andava di uscire insieme? Lei non aveva pronta nessuna scusa per declinare l’invito, per cui aveva voluto provocarlo chiedendogli il motivo di una tale richiesta.

«Non sarei credibile se ti dicessi che mi interessa conoscerti meglio?» aveva risposto, dopo solo un breve attimo di esitazione.

«Non vorrei ti facessi strane idee se accetto» aveva risposto lei.

«Corriamo questo rischio?» aveva scherzato lui.

Così erano usciti insieme da soli per la prima volta. Nonostante il tempo non proprio piacevole, avevano passeggiato a lungo, senza badare a dove andavano, seguendo i percorsi tortuosi delle stradine dell’antico castrum bizantino, prima di approdare davanti ad un aperitivo. Le ore erano scivolate via, come i loro passi nella nebbia e, giunta alla porta di casa, Caterina aveva dovuto ammettere con se stessa che non le era dispiaciuto trascorrere così quel paio d’ore.

«Ci rivediamo, allora?» le chiese Daniel.

«Domani ho un rientro in ufficio, ma se vuoi…»

«Posso venirti a prendere all’uscita», le propose.

Così era cominciata la loro storia.

Era ormai più di un mese che durava, quando, passando per via Mazzini, quasi all’incrocio con via Terranuova, Olimpia notò un certo via vai e alcune persone, che stavano entrando in un antico edificio, salutarono Daniel.

«Shalom» rispose lui.

«Come hai detto?» si incuriosì Caterina.

«Ho solo salutato alcuni conoscenti e amici di famiglia» rispose con naturalezza.

«Ma in che lingua? Sono stranieri?» insistette lei.

«Come lo siamo un po’ tutti noi.» Fu la sibillina risposta di Daniel.

«Non capisco…»

«Siamo ebrei, non lo sapevi?» le chiese con una certa meraviglia.

«No, non lo sapevo. Del resto credi che questo possa modificare il nostro rapporto?» lo sollecitò.

«Assolutamente no, per quanto mi riguarda».

«E dove andavano i tuoi amici?» si informò Caterina.

«In sinagoga, alla funzione dello Shabat» le spiegò.

«Che sarebbe?»

«L’equivalente della vostra domenica, il giorno di festa, che per noi è il sabato.» le spiegò.

«E tu? Non sei praticante?»

«Si, mediamente, diciamo.»

«Cosa vuol dire?» lo sollecitò Caterina, fermandosi e guardandolo dritto negli occhi.

«Che se talvolta un sabato…» stava per chiarire, quando lei lo bloccò.

«Forse sono rimasta indietro io col calendario, ma oggi è ancora venerdì, se non sbaglio».

«Certo, ma per noi il sabato, la festa, inizia il venerdì sera, poiché il tempo è cominciato da quando il Signore separò le tenebre, che preesistevano, dalla luce che seguì»

Caterina continuava a tartassarlo di domande e Daniel soddisfaceva volentieri tutte le sue curiosità, finché, alla sua domanda di come avessero vissuto, lui e la sua famiglia, gli anni tragici del fascismo e delle leggi razziali, lo vide incupirsi ed esitare un momento.

«Scusa, forse sono stata troppo indiscreta e indelicata. Lascia stare, cambiamo argomento»

Cercò di giustificarsi.

«No, niente affatto. Certo, sono argomenti che mi toccano molto da vicino, anche se i miei ricordi di bambino non arrivano così lontano» rispose prontamente. «Sono nato in Svizzera, dove i miei si erano rifugiati già da qualche anno prima che io nascessi, grazie all’aiuto e alla lungimiranza di alcuni zii che, già dai primi anni Trenta erano emigrati a Zurigo. In fin dei conti, la mia è stata un’infanzia dorata, visto che non potevo sapere né capire quello che stava succedendo a milioni di nostri correligionari. Ti dirò che, quando ho cominciato a studiare storia e a comprendere, almeno in parte, quanto era successo, mi sono sentito quasi un traditore.»

«Perché? Avresti voluto anche tu sparire su un treno piombato e finire in fumo come tanti altri? A cosa sarebbe servito avere altre vittime in più? Non sarà meglio che qualcuno sia sopravvissuto per continuare la stirpe di Israele?» lo confortò Caterina, visibilmente partecipe dei tormenti di lui.

La rivelazione dell’ebraicità di Daniel, si stupiva lei, riflettendo nei giorni seguenti, sembrava rendere quel ragazzo ai suoi occhi ancora più speciale. Era sciocca a sentirla come un pregio, come una dote, di cui anche lei poteva partecipare?

Fosse come fosse, da quella sera, i loro rapporti si fecero ancora più intimi.

Nonostante l’età non più adolescenziale e il clima presessantottino, Caterina non aveva molte esperienze pregresse, per cui visse i primi veri rapporti con Daniel in modo intenso. Spesso parlando con amiche e colleghe, si era posta il problema della sicurezza per evitare una gravidanza che sarebbe stata intempestiva, ma non sapeva decidere quali sistemi adottare, pertanto confidava incoscientemente più nella fortuna e nell’esperienza di lui. Visto, poi, che per quasi due anni tutto era andato bene, perché preoccuparsi?

Ma anche alla fortuna c’è un limite, comunque.

E, infatti, puntualmente, nel novembre del 1967, accadde.

Caterina, aveva da tempo comunicato in casa che aveva un ragazzo col quale usciva e si trovava bene. Alle ripetute richieste dei suoi di conoscerlo, aveva sempre risposto che non c’era fretta. Ora, invece doveva accelerare i tempi.

Daniel, alla notizia del prossimo lieto evento, non si mostrò né troppo sorpreso né contrariato.

«C’era da aspettarselo che sarebbe successo, prima o poi, no?» fu il suo commento.

Stupita da tanta tranquillità, Caterina non poté non sospettare: «Non l’avrai mica fatto apposta, per caso?»

«Ti assicuro di no, tuttavia non mi dispiace troppo. Cosa succede, in fin dei conti? Siamo maggiorenni, abbiamo un lavoro, vuol dire che metteremo su casa.»

Sì, detto così, sembrava tutto facile, ma la differenza del loro credo religioso finì con l’avere un certo peso, soprattutto da parte della famiglia del futuro sposo.

Che il figlio minore si sposasse non poteva che rallegrare i coniugi Alessandri, ma quando seppero che la prescelta era una goy, ci furono molte rimostranze.

«Ma Daniel,» lo rimproverò la madre «io avevo sempre sperato che avresti sposato una di noi, della nostra gente. Siamo rimasti così pochi, che se diluiamo ancor più il nostro sangue, finiremo con lo scomparire. Ero tanto felice, quando ti vedevo parlare con la figliola dei Sinigaglia, che immaginavo già di poterla chiamare nuora. Ti confesso, Daniel, che sono un po’ delusa da questa tua scelta. Hai pensato alle complicazioni che ci saranno per voi e soprattutto per gli eventuali figli? Come cresceranno, secondo quale religione? Tu sei l’uomo e quindi i tuoi figli non saranno mai ebrei!»

«Mamma, non ci sono più le leggi razziali e quanto ai figli… lo verificheremo presto.»

«Adonai, Adonai, non dirmi che…» si agitò sulla sedia.

«Sì, mamma, è già in arrivo»

Anche per Caterina l’annuncio non fu proprio tranquillissimo e accolto festosamente.

Comunque le famiglie si incontrarono, socializzarono e fecero buon viso all’inevitabile.

I due sposini cercarono, molto orgogliosamente, di dare loro il minor peso possibile, non solo sbrigando da soli tutte le varie incombenze, ma anche facendo fronte economicamente all’onere di una seppur ristretta cerimonia.

Grazie, comunque ad agevolazioni bancarie e aiuti di parenti che avevano voluto mostrarsi particolarmente generosi, accesero un mutuo e acquistarono un appartamento, che iniziarono ad arredare con il minimo indispensabile.