Mara Bergamin e Marco Erneti avevano vent’anni e si amavano fin da bambini. La loro non era stata neppure una scelta, era come se avessero sempre saputo che si sarebbero uniti per la vita.

L’essere nati in un piccolo paese della provincia veneta, Mirano, aveva senza dubbio contribuito a facilitare lo stare insieme e creato le occasioni di incontro.

Come tutti gli innamorati, spesso passavano il tempo a fare progetti sul loro avvenire, ma c’era qualcun altro che stava prendendo decisioni tali da modificare i loro pur semplici programmi.

Quel 10 giugno 1940 l’urlo della folla sotto il balcone di Piazza Venezia accompagnò e coprì le loro timide ansiose domande: «E adesso? Quanto durerà?»

Nessuno dei due era un fanatico e nelle loro famiglie la politica, anzi, era vissuta come una cosa da SSIORI, un lusso per chi non doveva guadagnarsi il pane con un lavoro spesso duro e stentato. Nessuno in casa loro esultò per quella vittoria certa, che in breve tempo avrebbe fatto dell’Italia, già imperiale, una grande potenza. I primi mesi di guerra furono superati con una crescente ansia ma anche con il conforto che cercavano di trovare nella fede incrollabile di quanti ripetevano le parole del Duce e dei bollettini di guerra che davano per scontato un rapido trionfo.

Marco, per sua fortuna, a causa di grossi problemi alla vista, aveva evitato il servizio militare e ora più che mai se ne rallegrava, sorridendo al ricordo di quando, subito dopo la visita al distretto militare, tanti coetanei desiderosi di gloriarsi con una divisa, lo avevano sbeffeggiato.

Purtroppo, però, il desiderio di tranquillità, di pace, di stabilità dei due ragazzi aveva fretta, tanta fretta ed era sempre più difficile non ascoltarlo.

Come la maggior parte della popolazione locale, anche le loro famiglie e loro stessi erano fedeli e praticanti cattolici, per cui il parroco don Romano era per loro un punto di riferimento, non solo religioso ma anche psicologico, un consigliere oltre che un confessore. Così, quando iniziò la nuova vera tragedia della guerra civile, capirono che non potevano più aspettare oltre: il futuro appariva sempre più’ incerto e il terrore di morire non era pari a quello di uscire dalla vita senza essere diventati i signori Erneti.

Il vero problema per loro era avere una casa, un piccolo rifugio per potersi parlare e amare liberamente, senza condividere la propria intimità con le rispettive famiglie. Don Romano comprese immediatamente che poteva aiutare quei due ragazzi: la sua canonica era ampia, articolata in due ali praticamente indipendenti e una di queste sarebbe potuta diventare benissimo la prima, provvisoria dimora della nuova famiglia.

I quasi due anni che seguirono non furono certo facili: a mano a mano che i tedeschi si ritiravano e il fronte si spostava, tutto diventava più rischioso, anche perché don Romano non sapeva negare il proprio aiuto a nessuno e spesso di notte sentivano movimenti e voci concitate provenire dalle stanze vicine e nel cortile della canonica. Con il cuore in gola trattenevano il respiro e si stringevano in quel vecchio grande letto che era stato il loro viaggio di nozze.

Pur amandosi in modo totale, sapevano che non era quello il momento per pensare di appendere un fiocco rosa o azzurro alla loro porta, aiutati in questo anche dal don che, pur non accennando mai direttamente alla questione, con varie e spiritose allusioni, condivideva la loro scelta, contro ogni direttiva contraria, civile o religiosa che fosse.

E arrivò finalmente il vento dolce della primavera 1945 che portò con le rondini la fine della guerra. I primi mesi di pace furono per tutti una ubriacatura di entusiasmo e libertà ritrovata, ma presto si cominciarono a sentire anche i disagi di una ricostruzione e una ricerca di normalità che impegnavano più degli stenti della guerra.

Se fino ad allora avevano potuto sopravvivere grazie all’attività di Mara, che si dava un gran daffare sia in canonica che presso alcune famiglie agiate della zona, e al lavoro di Marco nel vecchio emporio di famiglia, ora, se volevano trovare una sistemazione più indipendente, dovevano cercare altre entrate. Su questo spesso stavano la sera ad arrovellarsi, perché il negozio paterno non poteva certo mantenere decorosamente due famiglie, di cui una contava di espandersi.

Certo mai avrebbero comunque voluto che la soluzione dei loro problemi si presentasse con la faccia della morte.

Il padre di Marco, infatti, fu portato via improvvisamente da un ictus in una calda e placida serata dell’aprile 1946. Rimasto vedovo da poco, aveva accolto in casa sua un fratello, segnato da un carattere infantile, mite, ingenuo e totalmente non autosufficiente. Se ne era preso cura con tanto affetto finché la morte non era venuta a reclamare il suo credito. Poiché Marco era l’unico erede, lui e Mara, superato il momento del dolore, si trasferirono nella casa di famiglia, affidarono lo zio ad un pio istituto della zona e, piano piano, si dedicarono a riorganizzare l’attività commerciale, dirigendola verso il settore che in quei momenti era più richiesto. Dopo la guerra e i bombardamenti, la ricostruzione era in piena ripresa, così Marco si specializzò in tutto quanto aveva a che fare con l’edilizia e dintorni, trasformando il bazar paterno in un negozio di ferramenta.

Le cose si stavano mettendo bene e in paese molti cominciavano a invidiare il successo di quei due ragazzi che erano usciti dal conflitto carichi di desideri e di voglia di realizzarli, anche se solo loro sapevano quante volte avevano invece temuto di non farcela.

Sull’onda di queste rosee prospettive, decisero, quindi, che poteva essere venuto il momento di pensare ad un erede. E mentre a Roma iniziava la gestazione della nuova carta costituzionale, a Mirano cominciava l’attesa del nuovo membro della famiglia Erneti.