In ginocchio sulla rena sottile che nasconde il tesoro
luccicano gli occhi quando affiora un decoro, un ricordo
di antichi fasti, di guerre selvagge, di amori e faide
per anni celate sotto il manto di velluto arso dal sole

Tempo che sfugge tra le dita e si perde nel vento
giorno dopo giorno viene alla luce un capolavoro
si intravede il profilo, il tratto magico dell'artista
il blu dei lapislazzuli, i delicati petali di una rosa

Sotto la pioggia o sotto il sole non si ferma il pennello dell'archeologo
finché una crepa, una piccola incrinatura nella terracotta visibile a nessuno forse
trafigge gli occhi di chi su quel tesoro ha lasciato un anno della sua vita,
un anno di speranze che quella crepa all'improvviso distrugge: è rotta.

La statua, sublime opera, svela infine il suo vero volto
di coccio inutile, malfatto ed incompleto, rifiuto del passato
gettato in mare da un artista insoddisfatto, abbandonato,
mai terminato da chi non voleva trascorrere la vita a rimirare le pene della propria arte.

Sulla spiaggia un lenzuolo strappato sventola logoro
a ricordare il tempo speso e la cura di un uomo.
Nel museo giace, freddo, un sasso...
languido adocchia i passanti "sono qui, guardatemi, son io.." par dire alla gente distratta.

Qualcuno si ferma un istante a fissare un fiore di un blu ancora intenso,
l'impronta seducente che disegna il dolce profilo di un viso,
le autoreggenti nere, la scollatura e il tacco di vernice della custode
che sorride maliziosa e sognante con l'orecchio appeso ad un telefono.


 

Mi capita di rimaneggiare le poesie rileggendole qualche giorno dopo averle scritte, probabilmente perché le scrivo di getto (anche se comunque faccio caso al ritmo e alle parole) e rivedendole cerco di dar loro un aspetto più uniforme, anche dal punto di vista grafico oltre a quello appunto del ritmo e della parola.
Così è successo con questa, trascritta al lavoro e un po' rimaneggiata senza però stravolgere il contenuto.
Chi è l'archeologo?
E' un uomo che con pazienza si ferma ad ascoltare il passato e cerca di portare alla luce le cose più belle che abbiamo dimenticato.
Non sempre riesce nel suo intento, anzi, quasi sempre del passato ci restano solo brandelli, pezzi di statue, lavori incompiuti abbandonati dagli artisti dell'epoca.
Belli certamente, ma che lasciano sempre l'amaro in bocca perché non ci consentono di vivere appieno lo splendore dell'arte.
Così ho voluto rappresentare con la metafora della delusione dell'archeologo di fronte ad una statua scavata con cura per anni fino a portarne alla luce solo un troncone, la delusione e lo scoramento di chi trascorrendo tanto tempo con una persona finisce per crearsi delle aspettative che vengono puntualmente deluse o ridotte grandemente.
Persone che sono alla fine persone normali, con i loro piccoli drammi, i loro sogni ed i loro desideri, che noi idealizziamo a volte mettendole su un piedistallo come si farebbe con la statua di un grande artista, così da averle sempre sotto gli occhi come punti di riferimento imprescindibili.
E quando accade che queste persone ci mostrano invece le spalle, scopriamo che l'artista poi non aveva completato l'opera, perché la vita non è mai così semplice come la vorremmo. Scopriamo che i nostri punti di riferimento non erano poi così solidi come credevamo, vediamo i nostri miti vacillare, sveliamo i lati oscuri delle loro morali, li ritroviamo umani, non più statue ma esseri viventi carnali, passionali, volubili, sensuali e sessuali.
Quando accade all'improvviso tutto questo finisce spesso per provocare uno shock emotivo.
Il mito sparisce, l'archeologo sparisce, l'opera d'arte sparisce e sulla scena rimangono solo gli uomini e gli istinti.
Giusto? Sbagliato? Umano.
Di questo parla questa poesia, quello che succede quando scopriamo le debolezze chi abbiamo idealizzato.